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Ecologia Integrale. Giustizia sociale e ambientale per contrastare le disuguaglianze.

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Ecologia Integrale: giustizia sociale e ambientale per contrastare le disuguaglianze

La crisi climatica rappresenta una grande opportunità per lo sviluppo economico e un benessere equamente diffuso nel mondo.

La questione, oggi, non è se i cambiamenti climatici ci siano o meno e se la causa sia l’attuale modello di sviluppo basato sulle fonti fossili. Il 97% della comunità scientifica mondiale non ha dubbi. Il problema vero è se sia sufficiente sostituire il “propulsore energetico” dello sviluppo e quanto tempo abbiamo per intervenire, sapendo che la crisi climatica è una di quelle grandi questioni umane che non può essere affrontata con la guerra, ma, al contrario, ha bisogno della cooperazione di tutti, stati e persone. E proprio qui sta la grande opportunità, perché serve una visione lungimirante che orienti le scelte da mettere in campo subito e serve la partecipazione consapevole delle persone.

In un recente studio della Stanford University sono stati intrecciati i dati sulla crescita economica con l’andamento delle temperature nel mondo tra il 1961 e il 2010. È risultato che tra i paesi più poveri il Pil pro capite si è ridotto tra il 17% e il 31% per effetto del riscaldamento globale. Dividendo, poi, tutti i paesi in dieci gruppi in base alla ricchezza, si vede che tra il primo e l’ultimo gruppo il divario economico oggi è del 25% maggiore di quello che ci sarebbe stato in assenza del riscaldamento globale.
Risultati confermati dall’Onu, che parla di “apartheid climatico” nei confronti dei paesi più poveri perché la disuguaglianza sociale è destinata ad aumentare assieme alle temperature, con effetti devastanti su fame, povertà e migrazioni, che ad oggi sono l’unica politica di adattamento in campo: “Il cambiamento climatico minaccia di annullare gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà. La crisi ambientale potrebbe portare a oltre 120 milioni di indigenti in più entro il 2030 e avere l’impatto più grave nei paesi più poveri” (dichiarazione del relatore speciale dell’Onu sull’estrema povertà e i diritti umani, Philip Alston, giugno 2019).

Il contrasto alle disuguaglianze diviene, così, il nuovo fronte con cui il cambiamento ecologico si deve misurare. Non bastano l’innovazione tecnologica ed energetica, la mobilità sostenibile e l’economia circolare, le bonifiche e la difesa della biodiversità, se questi campi d’azione non si misurano con lo scoglio della giustizia sociale.

Oggi, senza attenzione al problema delle disuguaglianze, molte delle emergenze ambientali, a cominciare dalla lotta ai cambiamenti climatici, non hanno alcuna possibilità di essere affrontate con successo. Questo è vero non solo per i paesi poveri ma anche per i poveri dei paesi ricchi, quelli più esposti all’inquinamento, alle mancate bonifiche, alle ondate di calore, al degrado delle periferie, alla mancanza di servizi nelle aree interne, alle scuole insicure, al fenomeno della dispersione scolastica e della povertà educativa, alla fatiscenza del trasporto pubblico, al consumo di cibo scadente, alla convivenza con inquinamenti puntiformi come le mini discariche, all’espulsione verso le cinture metropolitane. Sono quelli esclusi dalle politiche di riqualificazione energetica e messa in sicurezza (come gli ecobonus) vincolate ai meccanismi della detrazione fiscale, che esclude le famiglie incapienti. Politiche incapaci di contrastare anche il nuovo fenomeno della povertà energetica, che, secondo i recenti dati di Banca d’Italia e Istat, in Italia colpisce l’11,7% della popolazione, ovvero più di 9 milioni di persone, a cui dobbiamo aggiungere i migranti espulsi dal sistema di accoglienza, i così detti clandestini, almeno altre 600.000 che abitano il nostro territorio in condizioni di estremo disagio.

A tutto ciò si aggiunge che il degrado ambientale genera nuova e ulteriore disuguaglianza sociale, perché impoverisce progressivamente il patrimonio di ricchezza comune e la qualità di vita a cui hanno accesso le persone e perché i costi della riparazione sottraggono risorse alla spesa pubblica e, quindi, riducono le disponibilità per il welfare. Inoltre, chi vive in aree a rischio o inquinate, se può, se ne va. Si determinano così nuove forme di segregazione nello spazio sociale e di vita, che provoca isolamento culturale e politico e crea nuove disuguaglianze tra territori.

Le diversità dei territori sono certamente una ricchezza per il paese, ma se sono provocate da povertà e distanza dai servizi essenziali, da degrado e inquinamento, producono nuove periferie, colpite da disuguaglianze sociali e culturali, di riconoscimento e di cittadinanza.
Periferie che possono anche collocarsi al centro della città storica, ma sempre sono segnate da una “lontananza” dal centro in quanto luogo metaforico della ricchezza, del benessere e del potere decisionale. E non ci sono solo le periferie, ci sono le terre di mezzo, aree ibride e vulnerabili, sospese tra sviluppo e abbandono, preda di paure e rancori. Perché i luoghi che non contano generano frustrazione e rabbia nelle persone che li abitano.

 

Più dimensioni

La novità grande rispetto al secolo scorso è che oggi ci dobbiamo misurare con la multidimensionalità delle disuguaglianze. Accanto a quelle di reddito e di ricchezza privata si sono consolidate disuguaglianze di genere, generazionali (come ben ci raccontano i Fridays for Future), territoriali e ambientali, di salute e di istruzione, di sicurezza e di speranza, di accesso alla cultura, alla mobilità, in una parola disuguaglianze di ricchezza comune che generano disuguaglianze nell’autostima e nella sensazione di contare qualcosa nella società, nel potere di decidere, nella partecipazione democratica.

E oggi sta crescendo la consapevolezza che la riduzione delle disuguaglianze, per come si presentano nella loro multidimensionalità, è, come spesso ripete Carlo Borgomeo, “la condizione per lo sviluppo, non una sua conseguenza”.

Tutto ci dice che non si può avviare nessun programma di miglioramento della giustizia sociale se non si migliora anche la giustizia ambientale. E viceversa.

Per due motivi fondamentali. Oggi non basta più affrontare la redistribuzione della ricchezza (che facilmente decade in assistenzialismo), ma occorre intervenire con misure strutturali sulla pre-distribuzione, aggredendo i meccanismi che creano le disuguaglianze di ricchezza privata, e in questo diviene fondamentale migliorare il diritto di accesso per tutti alla ricchezza comune.

Contemporaneamente occorre garantire che gli interventi per la giustizia ambientale siano socialmente accettabili. Questa è la vera sfida del Green New Deal. Lo diceva Alex Langer, e lo conferma recentemente la rivolta dei gilet gialli, o la transizione ecologica sarà desiderabile o non ci sarà. O le persone che più sono state marginalizzate da questo sviluppo vedono nella transizione ecologica una speranza e un orizzonte di emancipazione e benessere, oppure saranno contro.
Farsi carico oggi dei costi della transizione per averne benefici domani è inaccettabile per chi già vive ai limiti della povertà. E, lo ripetiamo con don Milani, “dividere in parti uguali tra disuguali, accentua le disuguaglianze”. Tenere insieme giustizia ambientale e giustizia sociale è oggi la condizione per costruire nuovo benessere, nuovo ben vivere per tutti.

 

Vittorio Cogliati Dezza
Forum sulle Disuguaglianze e Diversità, già presidente di Legambiente

 

Questo articolo è parte del Dossier “Economie per un futuro del pianeta“, a cura di Nicoletta Dentico e Marco Piccolo, pubblicato sul numero di marzo 2020 della rivista Mosaico di Pace, che ringraziamo per la disponibilità a ripubblicare.

 

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Tempo scaduto. Una nuova economia dal basso per restare in vita

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Trading in borsa
Anche alla luce della Laudato Si’, le esperienze di economia e finanza alternative possono essere una via di uscita dal pensiero neoliberista dominante?

 

Un tempo l’aggettivo “alternativo/a” veniva associato a un’azione, a una prassi, a un comportamento che nascevano da una critica rispetto al pensiero/modello dominante (politica, economia, finanza, stile di vita ecc.). Chi proponeva un approccio alternativo veniva percepito come “altro” rispetto a chi, invece, rappresentava o si riconosceva in un presunto concetto di normalità, nell’opinione comune, nelle istituzioni ufficiali: un sognatore, un polemico, un ingenuo erano gli aggettivi più utilizzati per definire chi appariva come un ostacolo, un intralcio alle magnifiche sorti e progressive promesse da chi governava la politica, l’economia e la finanza. E questa percezione difficilmente permetteva di entrare nel merito delle questioni che l’alternativo poneva, anzi ci si infastidiva per il suo continuo richiamo a cambiare il nostro stile di vita, a rimetterci in discussione, a uscire dal comfort che un certo conformismo garantiva.

 

La grande crisi

Poi, però, è arrivata la grande crisi che, a differenza delle tante piccole crisi che l’avevano preceduta, impattava fortemente sul quotidiano.

L’hanno chiamata crisi finanziaria perché a far deragliare l’economia, si diceva, era stata una finanza che aveva perso di vista la sua funzione, ma in realtà un poco alla volta ci si è accorti che si trattava di una crisi sistemica che comprendeva la dimensione politica, sociale e ambientale, oltre a quella economico/finanziaria. Una crisi che, a ben guardare, nasceva dall’aver reso quasi antitetici gli interessi della comunità umana con quelli dell’economia, i valori profondi dell’uomo, in primis quello dell’umanità, con i dogmi del liberismo, dimenticando quali erano i capisaldi del progresso umano.
Con la contrazione delle risorse (crisi dei mercati, delle economie, del lavoro ecc.) e di conseguenza degli ammortizzatori sociali che permettevano agli stati di gestire situazioni problematiche, ecco che ci siamo
accorti del “fenomeno” dei flussi migratori, degli effetti dei cambiamenti climatici, delle guerre che, comunque, continuano ad essere presenti in molte parti del mondo.

All’improvviso ci siamo sentiti più fragili e più indifesi, vittime di quel pensiero assoluto che aveva governato le nostre vite, le nostre relazioni, le nostre economie. Eppure, avevamo tutti sotto gli occhi quel pensiero divergente che, seppur chiamato in tanti modi, ci indicava, attraverso esperienze concrete, un percorso diverso, che apriva al futuro grazie a una profonda consapevolezza di come questo era possibile solo tenendo assieme economia e finanza con il bene comune, con il rispetto dell’ambiente, con la tutela dei diritti umani e profondi dell’uomo, in primis quello dell’umanità, con i dogmi del liberismo, dimenticando quali erano i capisaldi del progresso umano. Con la contrazione delle risorse (crisi dei mercati, delle economie, del lavoro ecc.) e di conseguenza degli ammortizzatori sociali che permettevano agli stati di gestire situazioni problematiche, ecco che ci siamo accorti del “fenomeno” dei flussi migratori, degli effetti dei cambiamenti climatici, delle guerre che, comunque, continuano ad essere presenti in molte parti del mondo. Penso al mondo dell’agricoltura biologica e biodinamica, al movimento del commercio equo e solidale, alla cooperazione sociale (prime intuizioni delle potenzialità dell’impresa sociale), alla finanza etica (a partire dalle Mag), allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, della mobilità sostenibile, per citare le principali. Esperienze molto diverse che avevano, però, in comune elementi come la solidarietà e la reciprocità, considerate come i veri punti di forza del nostro essere umani, l’inclusione e il rispetto dell’altro come caratteristiche imprescindibili di ogni comunità, l’amore per il pianeta che ci ospita, un senso di giustizia verso le generazioni che verranno, e infine anche una responsabilità economica che ci interrogava su come produrre e distribuire una ricchezza che tenesse assieme il bene del singolo con quello della comunità umana. Echi di una cultura underground che, all’improvviso, è stata richiamata e ripresa, in un quadro naturalmente più complesso, nell’enciclica Laudato Si’ ove si parla apertamente dello stretto rapporto tra economia ed ecologia integrale, affermando come la dimensione ambientale e quella sociale siano due facce della stessa medaglia, che la posta in gioco non è lo sviluppo economico, ma la vita stessa dell’uomo sul pianeta e che questa può essere garantita solo cambiando il nostro approccio all’economia e alla finanza.

 

Generatori di futuro

Anche alla luce della Laudato Si’, le esperienze di economia e finanza alternative possono essere una via di uscita dal pensiero neoliberista dominante?

Compito di questo articolo non è quello di approfondire la lettura di questa enciclica, ma di capire se e come, anche alla luce di questo documento, le esperienze di economia e finanza alternative possano rappresentare la base di un nuovo pensiero economico generatore di futuro. A ben vedere forse era proprio questo l’obiettivo dei movimenti sui nuovi stili di vita e delle bandiere della pace che avevano caratterizzato i primi anni Novanta (oltre tre milioni di bandiere svettavano nelle nostre case). Movimenti importanti che hanno avuto un notevole effetto sull’opinione pubblica, ma che sono rimasti solo sul piano delle buone intenzioni, senza arrivare a far comprendere fino in fondo che “l’alternativa” andava agita e che le varie proposte (commercio equo, cooperazione sociale, finanza etica, agricoltura biologica, ecc.) erano pezzi di una unica visione dello sviluppo umano, il cui valore era garantito solo nel tenerle assieme.

Qualche anno fa abbiamo percorso l’Italia, dalla Sicilia al Piemonte, incontrando diverse esperienze che ritenevamo potessero essere collegate a un pensiero di economia alternativa o, come adesso si dice, alle economie trasformative. L’obiettivo era quello di analizzare se e quali cambiamenti queste realtà avessero generato nell’economia e nella cultura sociale dei loro territori. Volevamo capire se eravamo in presenza di esperienze, per quanto encomiabili, isolate o se invece queste rappresentavano un nuovo movimento, al netto degli aspetti ideologici o della dicotomia profit e non profit, in grado di organizzarsi dal basso per dare risposte efficaci ai bisogni dei loro territori. La metodologia d’indagine si è basata su una griglia di osservazione che analizzava le tre dimensioni della sostenibilità (economica, sociale e ambientale), declinandole in alcuni valori caratterizzanti. A questi tre pilastri ne è stato aggiunto un quarto: la democrazia, quale elemento che porta a valorizzare le competenze e i saperi diffusi, presenti nell’impresa e nel territorio, verso l’obiettivo del bene comune.

Grazie a questo lavoro, durato quasi due anni e che ci ha permesso di incontrare alcune centinaia di realtà, anche molto variegate tra di loro, sono emersi alcuni elementi comuni di cui vado a riassumerne i principali. Il primo è indubbiamente quello della “relazione”, intesa come fondamento per la costruzione di una buona vita di comunità, ma di cui oggi si avverte sempre maggior scarsità, a danno della coesione sociale e del senso di sicurezza delle persone. Ripartire dalla relazione, consente di ricreare una comunità attorno a valori condivisi, ponendo le basi per una ripresa del senso civico e dell’attenzione all’altro da sé. La cura delle relazioni permette di sviluppare i rapporti tra i soggetti della comunità, rafforzando i legami di fiducia, onestà e solidarietà, favorendo i comportamenti altruistici.

Il valore della relazione ci ha permesso di cogliere un secondo criterio, quello della “reciprocità”, ossia una più matura sinergia tra persone e organizzazioni che vivono e operano in un dato territorio, generando scambi sia di carattere contrattuale che di gratuità.

Un terzo criterio emerso, anch’esso fortemente legato allo sviluppo dei rapporti di fiducia e scambio all’interno di una comunità, è stato quello della “legalità”, intesa non solo come conformità alle norme, ma come scelta di trasparenza e di partecipazione alla costruzione di un contesto sociale, basato sul rispetto reciproco e sulla corresponsabilità rispetto agli impatti sociali e ambientali della propria attività sulla vita di tutti i soggetti sociali della comunità. La pratica e il valore di questi aspetti ci ha fatto comprendere come, grazie a questi, la comunità diventi terreno fertile non solo per l’innovazione dei servizi o del sistema economico, ma per una vera e propria “evoluzione sociale” della comunità, capace di arricchirsi sia internamente alle singole organizzazioni, pubbliche o private, sia di ideare piattaforme di mutualità nelle quali gli attori economici e sociali possano stabilire forme di collaborazione sempre più evolute.

Attraverso questo processo prende forma il valore della “dimensione comunitaria”, basata su una interdipendenza positiva tra tutti i suoi soggetti, che si traduce in una cultura della “responsabilità sociale di territorio” grazie alla quale attori diversi interagiscono in modo efficace, valorizzando sia il contributo di ciascuno alla creazione di valore (ogni soggetto è portatore di capitale civile), sia un’equa distribuzione dello stesso (profitto sociale).

 

Economie alternative

Vorrei concludere questo articolo non elencando i vari filoni dell’economia alternativa che si sono sviluppati in questi anni (li potete trovare in nota con i vari link) ma con una esortazione a comprendere come la sfida che abbiamo di fronte non sia quella di inseguire una nuova ideologia o di affermare chi è più etico, quanto piuttosto il creare una massa critica, frutto di coesione e collaborazione tra le reti che si riconoscono in un nuovo pensiero economico, che possa effettivamente agire da catalizzatore per un nuovo pensiero sociale che, a fronte di determinati valori (e tra questi il diritto al futuro di chi verrà dopo di noi), ci permetta di adottare quelle scelte e quei comportamenti economici grazie ai quali la ricerca della nostra felicità contempli anche quella degli altri.

 

Per approfondire

economia solidale

http://www.economiasolidale.net/

economia solidaria

https://www.reasred.org/
https://www.solidariusitalia.it/per-uneconomia-di-liberazione/

economia sociale solidale

https://www.euricse.eu/wp-content/uploads/2019/05/LEconomia-Sociale-e-Solidale-
e-il-Futuro-del-Lavoro-ILO-2017.pdf

economia di comunione

http://edc-online.org/it/

economia del bene comune

https://www.economia-del-bene-comune.it/it

economia civile

https://www.scuoladieconomiacivile.it/

https://www.benecomune.net/rivista/rubriche/parole/economia-civile-sociale-solidale/

economia del dono

http://economiadeldono.org/economia-del-dono/

https://www.oikonomia.it/index.php/it/oikonomia-2007/giugno-2007/622-ontologia-ed-economia-del-dono

economia francescana

http://www.osservatoreromano.va/it/news/economia-francescana-18giu

economia di liberazione/legalità

https://www.goel.coop/comunita-diliberazione.html

https://www.liberaterra.it/it/mondo-libera-terra/libera-terra-mediterraneo.php

http://www.ncocooperazione.com/ncco/referer/100/idPage/110/lang/it/Organi-Sociali.html

economia circolare

https://www.economiacircolare.com/cose-leconomia-circolare/

bioeconomia

https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/32/la-bioeconomia-unnuovo-modello-di-sviluppo

economia di comunità – prossimità – impresa sociale

https://valori.it/tag/economia-di-comunita/

http://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/item/117-cooperative

http://www.legacoop.coop/cooperativedicomunita/cosa-sono/

http://prossimita.net/

https://italianonprofit.it/risorse/definizioni/imprese-sociali/

https://www.federsolidarieta.confcooperative.it/

https://www.legacoopsociali.it/

http://www.impresasociale.net/

 

Marco Piccolo, presidente Fondazione Finanza Etica

 

Questo articolo è parte del Dossier “Economie per un futuro del pianeta“, a cura di Nicoletta Dentico e Marco Piccolo, pubblicato sul numero di marzo 2020 della rivista Mosaico di Pace, che ringraziamo per la disponibilità a ripubblicare.

 

Foto di Gerd Altmann

Nasce con-etica programma di erogazioni liberali della Fondazione

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Nasce con-etica programma di erogazioni liberali della Fondazione

Su con-etica si troveranno bandi per finanziamenti e microcrediti, call per sostegno a ricerche, sostegno a imprese sociali innovative.

Abbiamo imparato a riconoscere nei giorni della pandemia, l’importanza del web. Per tenerci connessi, l’uno con l’altro, in tante diverse comunità e funzioni. Abbiamo imparato a comunicare le nostre paure e preoccupazioni attraverso lo schermo di un pc. Abbiamo capito che, entro certi limiti, si può lavorare a distanza grazie alla rete. Internet è diventato uno spazio vitale, di esistenza, di formazione, di scambio culturale, di acquisizione e produzione di informazioni.
Tutto è avvenuto rapidamente, quasi istantaneamente e in pochi giorni abbiamo recuperato un paio di decenni di arretratezza. Le scuole hanno improvvisamente capito e realizzato che si può anche insegnare a distanza e fare test di esami. Le imprese, che si possono disegnare strategie di sviluppo. Addirittura le istituzioni che si può deliberare, decidere, finanche governare attraverso la rete.

Così la rete improvvisamente è uscita da quella dimensione di Far West, di jungla dove tendere tranelli, odiare, sbranarsi a vicenda a cui si stava riducendo (fino al giorno prima uno strumento social era efficiente se era una “Bestia”), per diventare un luogo di crescita democratica e anche di contatto umano.
Certo, non tutto può e deve smaterializzarsi. Non mi immagino di sentire lo stesso calore di un abbraccio fisico con la persona che ami attraverso Skype. Neppure possiamo immaginare che tutta la manifattura possa essere sostituita dalla informatica e le stampanti 3D alla fin fine producono pur sempre della materia.

Per noi della finanza etica, che siamo sostenitori di una finanza al servizio dell’economia reale e non della speculazione, che concepiamo la finanza come una strumento per una crescita economica socialmente e ambientalmente sostenibile, siamo ben consapevoli dei danni che l’uso a fini speculativi delle tecnologie informatiche hanno prodotto stravolgendo il senso stesso della finanza. Basti pensare al Bitcoin o alla High Frequency Trade che permette migliaia di transazioni finanziarie in pochi secondi a fini speculativi. Ma appunto il web è uno strumento che può plasmare in una direzione o in quella opposta il modo di informarsi, di lavorare, di vivere, infine.

Nasce con-etica.
Programma di erogazioni liberali e contributi di Fondazione Finanza Etica

Ecco perché aprire un nuovo sito internet dopo il Coronavirus non è più la stessa cosa di prima.

Con-etica l’abbiamo concepito prima della crisi pandemica, ma oggi che lo inauguriamo nell’epicentro di questa crisi, ci rendiamo conto del valore diverso che può avere. Senza troppa enfasi, ma neppure come una cosa di poco valore. Su questo sito troverete una parte significativa del lavoro che quotidianamente svolgiamo come Fondazione Finanza Etica. Inauguriamo, non a caso, con un bando per premiare tesi di laurea sulla finanza etica.

Su con-etica si troveranno bandi per finanziamenti e microcrediti, call per sostegno a ricerche, sostegno a imprese sociali innovative. E, nella tradizione di trasparenza che caratterizza la finanza etica, troverete le storie (i rendiconti sostanziali) dei progetti che abbiamo sostenuto e che sosterremo.

Già dalle prime opportunità e storie che troverete all’inaugurazione del sito (che nel corso dei mesi si arricchirà di contenuti, opportunità e iniziative) si può leggere in filigrana il profilo di un’Italia diversa, vitale, innovativa, sostenibile che anche grazie alla finanza etica cerca di cambiare la propria comunità, dimostrando che almeno un’altra realtà è possibile ed è in divenire.

Anche attraverso le pagine di con-etica spingiamo il nostro sguardo oltre questi giorni duri, difficile, segnati dal dolore, dalla paura e dal distacco, per comprendere che abbiamo sempre una alternativa, una possibilità, una speranza di un tempo migliore. Che lo sarà perché noi, insieme, lo immagineremo e lo costruiremo.

 

Simone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica

 

Guerra nello Yemen, “Made in Europe”

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Guerra in Yemen, made in Europe

Oggi Giornata di azione contro le vendite di armi europee alla Coalizione saudita, nel quinto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aerei

 

➡ Azioni di protesta virtuale per ricordare la “guerra dimenticata” nello Yemen, nel quinto anniversario dell’inizio dei bombardamenti

➡ Attivisti e Ong di 10 paesi europei (e in Italia la Coalizione di organizzazioni della società civile che lavora continuamente dal 2015) criticano le esportazioni di armi europee verso la Coalizione militare guidata dai sauditi

➡ Negli ultimi anni i governi europei hanno concesso licenze di armamenti per un valore di 42 miliardi di euro verso la Coalizione saudita

La notte del 25 marzo 2015, la Coalizione militare guidata dai sauditi lanciò il suo primo attacco contro lo Yemen. La guerra che infuria da allora nel Golfo di Aden è descritta dalle Nazioni Unite come “il peggior disastro umanitario causato dall’uomo”. Solo nel 2019, ci sono stati più di 3.000 decessi diretti e 24 milioni di persone dipendono attualmente dall’aiuto umanitario.

Dal 2015 tutte le parti coinvolte nel confitto hanno commesso gravi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario. Le forze Huthi, che controllano buona parte dello Yemen, hanno bombardato indiscriminatamente centri abitati e lanciato missili, in modo altrettanto indiscriminato, verso l’Arabia Saudita. La Coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che appoggia il governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale, continua dal canto suo a bombardare infrastrutture civili e a compiere attacchi indiscriminati, che uccidono e feriscono centinaia di civili.

Tutte le parti in conflitto hanno soppresso la libertà d’espressione ricorrendo a detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, maltrattamenti e torture.

La popolazione civile è intrappolata nel conflitto e sopporta le conseguenze peggiori. Tra morti e feriti, le vittime di questi cinque anni sono state oltre 233.000. Sono invece 12.366 i morti tra la popolazione civile tra il 25 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno. La crescente crisi umanitaria ha portato circa 14 milioni di persone alla fame, e in cinque anni di conflitto ha fatto aumentare di 4,7 milioni il numero di persone sui 17 totali (di cui 7 in modo acuto) che soffrono di insicurezza alimentare. La situazione è stata esacerbata da anni di cattivo governo, che hanno favorito la diffusione della povertà e dato luogo a immense sofferenze.

Inevitabilmente, data la natura prolungata del conflitto e l’uso di tattiche militari illegali da parte di tutti i soggetti coinvolti, l’assistenza alla popolazione civile è a un punto di rottura. La sopravvivenza di circa 24 milioni di yemeniti dipende dall’assistenza umanitaria. Inoltre un nuovo problema si profila all’orizzonte: se in Italia il Covid-19 sta provocando la più grave emergenza sanitaria ed economica dalla fine della seconda guerra mondiale, non riusciamo davvero ad immaginare le conseguenze del contagio in un paese distrutto e poverissimo come lo Yemen. Un Paese in cui solo il 50% delle strutture sanitarie è in funzione, essendo gli ospedali ancora bombardati, l’80% della popolazione non ha quasi nulla, si contano milioni di sfollati e si sono già registrati oltre 2,3 milioni di casi di colera. Se la nuova pandemia da Covid-19 colpisse lo Yemen, gli effetti sarebbero devastanti e si potrebbe verificare una crescita esponenziale di casi, che andrebbero a sommarsi a quelli di colera che già riguardano milioni di persone.

Un’ampia alleanza di campagne, gruppi, movimenti e Ong della società civile di dieci paesi europei – tra cui l’Italia – rinnova in questo anniversario la richiesta di porre fine alle vendite di armi destinate ad alimentare questo drammatico conflitto e di fermare qualsiasi ruolo degli stati europei nella sofferenza causata alla popolazione yemenita. Infatti solo tra il 2015 e il 2018 i governi europei hanno concesso licenze per 42 miliardi di euro di armi in controvalore alla Coalizione a guida saudita, che le ha utilizzate nel conflitto dello Yemen.

Solo recentemente alcuni stati hanno introdotto limitazioni alla vendita di armi. In alcuni paesi queste si estendono anche gli Emirati Arabi Uniti, ma spesso esistono ancora delle lacune in queste decisioni. Le fabbriche di armi stanno facendo pressione sui singoli governi per giungere ad una prossima eliminazione delle restrizioni nazionali esistenti, sebbene la guerra non abbia perso nulla della sua brutalità.

Per questo motivo le organizzazioni della società civile avevano organizzato per oggi una “Giornata di azione” europea pianificando eventi, flash mob e spettacoli contro le esportazioni di armi verso gli stati in guerra nello Yemen, purtroppo ora cancellati a causa della pandemia di Covid-19. La mobilitazione si è quindi trasformata in una serie di proteste virtuali che vengono proposte a cittadini ed attivisti: una foto con lo slogan “Stop Arming Saudi – Basta armi in Yemen”, la condivisione della richiesta delle nostre organizzazioni e il rilancio delle infografiche sul conflitto pubblicate oggi, l’uso di hashtag come #StopArmingSaudi e #StopBombingYemen sui social, rilanciando quanto pubblicato dalle organizzazioni promotrici di tutta Europa.

La richiesta è chiara: imporre un embargo sulle armi in tutta l’Unione europea nei confronti di tutti gli stati membri della Coalizione guidata dai sauditi e tutte le parti in causa nel conflitto. Questo embargo non dovrebbe consentire alcuna eccezione per le licenze di esportazione già concesse o le consegne di componenti nell’ambito di progetti comuni europei.

Amnesty International Italia – Comitato Riconversione RWM – Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari – Oxfam Italia – Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace

A livello europeo prendono parte all’azione le seguenti organizzazioni:

CAAT, Regno Unito
Urgewald, Germania
Ohne Rüstung leben, Germania
Stop Wapenhandel, Paesi Bassi
Vredesactie, Belgio
Centre Delàs per la Pau J.M. Delàs, Spagna
NESEHNUTÍ, Repubblica Ceca
Agir pour la Paix, Belgio
Svenska Freds, Svezia
Sadankomitea, Finlandia
Stop Fueling War, Francia
Aktion Aufschrei, Germania
DFG-VK, Germania

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per maggiori informazioni: segreteria@disarmo.org – 328/3399267

Feudalesimo globale

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Disuguaglianze

Feudalesimo globale

La strana non morte del neoliberismo e altre storie.

 

L’ho rivisto di recente I, Daniel Blake, il magistrale film di Ken Loach. Racconta la farsa di uno stato sociale alle prese contro persone in difficoltà. L’accanimento di una burocrazia che sfinisce e umilia con un sistema di sanzioni coloro che, per eventi della vita, fuoriescono dal mondo del lavoro o lo cercano, il lavoro. Siamo nell’Inghilterra della rutilante ricchezza e vivacità finanziaria.

La quinta economia del pianeta. Ma accanto a quello lustrinato c’è un altro paese, un popolo che non si ferma al primo ostacolo ma arranca, nelle lunghe file davanti alle banche del cibo, spesso senza fissa dimora. In uno stato di prostrazione che ricorda le pagine di Dickens. Nel 2018 il ministero della Solitudine è stato istituito per ridurre i suicidi nel paese e Philip Alston, rapporteur dell’Onu su povertà estrema e diritti umani, ha raccontato la devastazione del corpo sociale inglese in un rapporto, impietoso e acuminato come il film. Sono 14 milioni le persone che vivono in povertà (un quinto della popolazione); 1,5 milioni sono indigenti, cioè incapaci di procurarsi l’essenziale. L’Istituto degli studi fiscali parla di bambini a rischio, di un aumento nella povertà infantile del 7% tra il 2015 e il 2022, con proiezioni di espansione al 40%. Invece del luminoso futuro promesso, Brexit potrà solo peggiorare le cose.

Viviamo in società sempre più inique, meno disposte a produrre beni pubblici o a coprire rischi collettivi. I prodotti della ricchezza che continua ad aumentare, indisturbata, premiano una minoranza che si assottiglia e si separa dal resto dell’umanità. Come scrive il filosofo francese Bruno Latour, le élite trincerate nel loro sferzante benessere hanno sospeso ogni pretesa di guidare il mondo. Quello che fanno è nascondersi, barricate dietro i confini dell’egoismo, al massimo per spingere il piede sull’acceleratore dell’espansionismo economico su tutti i fronti, infischiandosene di rispettare gli indispensabili diritti degli accordi internazionali. Perché non credono più all’esistenza di un mondo da condividere.

Ma come siamo arrivati fin qui? La domanda muove la redazione di Mosaico di Pace a concentrarsi sul tema dell’economia, sulle forme di sfruttamento sempre più rapaci che attraversano ogni ambito della vita, delle relazioni tra persone e tra stati. Esemplificazioni di una guerra contro l’umano, che è guerra anche contro il pianeta. Lo ricorda con argomenti inconfutabili la Laudato Si’ di papa Francesco, per noi disamina di riferimento.

Fare mosaico di pace significa indagare le radici di violenza di un sistema che produce disuguaglianza sociale, economica, politica. Disuguaglianze verticali (interne allo stesso ambito) e orizzontali (attraverso i gruppi sociali). Disuguaglianze territoriali e generazionali. Significa comprendere i meccanismi di governance che riproducono il circuito vizioso di ricchezze assiepate nelle mani di pochi, e di precarietà che si diffondono, a pervadere la vita dei più. Significa agire nella consapevolezza che viviamo in un tempo di concentrazione di potere economico, finanziario, legale e tecnologico mai visto prima nella storia – un feudalesimo globale che fa impallidire le circoscritte gerarchie del medioevo. Significa denominare la distruzione della classe lavoratrice. Una comunità, scrive Marta Fanache aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina di sveglia e coltiva il culto della insaziabilità, dell’avidità che si fa potere”. La frammentazione dei processi produttivi e la disintermediazione del lavoro sono solo due giganteschi e dolorosi fenomeni che impongono la costruzione di nuove avanguardie dello sfruttamento, capaci di coinvolgere i lavoratori immigrati della schiavitù agricola e quelli immigrati impegnati nella logistica, accanto ai lavoratori italiani della grande distribuzione e dei servizi pubblici, per far convergere le battaglie che fermentano sui territori, intorno alle singole vertenze: forme distinte della stessa estrazione del valore prodotto dal lavoro.

Eppure, fare mosaico di pace vuol dire molto di più. Significa insistere su un’alternativa che va pensata e progettata, nel solco di decenni di elaborazione teorica e pratica. Oggi come non mai la ricerca sulle economie alternative esige di imporsi, per superare i limiti della buona pratica e farsi politica. Visione comune strutturante che sgorga dall’urgenza del poco tempo che resta. La crisi climatica è la nostra tragica opportunità. Da questa prospettiva politica partiamo, per accelerare l’economia e la società del bene comune.

Nicoletta Dentico, redattrice di Mosaico di Pace

 

Questo articolo è parte del Dossier “Economie per un futuro del pianeta“, a cura di Nicoletta Dentico e Marco Piccolo, pubblicato sul numero di marzo 2020 della rivista Mosaico di Pace, che ringraziamo per la disponibilità a ripubblicare.

Crisi climatica e coronavirus: specificità e collegamenti

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coronavirus e crisi climatica

Crisi climatica e Corona virus: due emergenze e due minacce globali del nostro tempo che presentano specificità, eppure inaspettati collegamenti. Certamente reazioni diverse da parte della comunità internazionale e dei diversi attori presenti sulla scena.

 

Ci sono delle lezioni da imparare da questa crisi pandemica anche per quella climatica.
Spesso di segno contrastante.

Intanto, ve n’è una generale che attiene a come gli Stati e la comunità internazionale si sono dimostrati – in gradi diversi – capaci di indurre cambiamenti (talvolta forzati) nelle abitudini e stili di vita nei cittadini per contrastare la minaccia del virus. Perché è stato possibile per il Corona virus e non per i cambiamenti climatici? Ovviamente perché il virus ha prodotto perdite di vite umane qui ed ora, immediate e vicine a noi, dentro le nostre comunità, senza che né la politica né la tecnica ne avessero il controllo.

Un “nemico” capace di colpire con grande velocità ed efficacia e con una evidenza immediata. Mentre i cambiamenti climatici, che hanno potenzialmente e a larga scala degli effetti ben più devastanti, colpiscono con effetti più dilazionati nel tempo, in luoghi e modi più prevedibili e quindi dandoci l’illusione di avere sotto controllo il fenomeno. È’ una pericolosa illusione, però è così.

Ovviamente, tanto per il virus che per il clima abbiamo avuto i “negazionisti”, i “minimizzatori”, i “cinici”: come il premier britannico Boris Johnson con la sua teoria dell’immunità di gregge a fronte della quale si è detto pronto a sacrificare 318.000 cittadini. Ma in entrambi i casi, questi si sono dimostrati pericolosamente fallaci.

 

Ma questi cambiamenti di stili di vita e di organizzazione sociale, sono stati ottenuti da regimi politici assai diversi l’uno dall’altro.

Da regimi autoritari e autocratici (come la Cina) e da regimi democratici (come l’Italia e altri paesi europei), in paesi retti da leader populisti (Trump, Putin) e in repubbliche parlamentari (di nuovo, l’Italia mi sembra il caso più interessante). Un fenomeno interessante da osservare per i politologi ma, credo, di un qualche rilievo perché dimostra anche la forza (e anche la responsabilità) insospettabile della politica in regimi politici così diversi, anche in quelli in cui la politica da tempo si è ritratta dal ruolo di primo attore.

Allo stesso tempo, però, viene in evidenza la capacità delle comunità di mettere in campo risposte di cooperazione e coesione sociale che sono una risorsa importante, ben oltre la crisi immediata. Certo, anche qui non in modo univoco: penso ai cittadini in fuga dalle zone contagiate per cercare rifugio nel litorale delle case estive, o la riluttanza iniziale di alcuni paesi membri della UE ad attivare aiuti materiali per il paese membro più colpito. Ma il segno prevalente è quella della solidarietà.

 

Poi ci sono gli effetti diretti dell’una crisi sull’altra che, seppur sinteticamente, vale la pena qui segnalare.

Si può legittimamente immaginare che gli effetti pesanti e niente affatto di breve durata del virus sull’economia e sulla finanza potrebbero portare diversi paesi, le istituzioni internazionali e le imprese ad abbassare il loro impegno nella riduzione delle emissioni climalternati. In particolare la caduta del prezzo del petrolio può incoraggiarne il consumo e ridurre la domanda per prodotti a basso impatto, come i veicoli elettrici.

Insomma, si può pensare che le preoccupazioni per le emissioni possano diventare secondarie rispetto alla minaccia verso la salute pubblica, in qualche modo mettendo le due azioni in contrasto, mentre in effetti sono due facce della stessa medaglia (la salute pubblica).

 

Qualcuno ha anche messo in evidenza come alcune delle reazioni al Corona virus abbiano paradossalmente degli effetti benefici sulla lotta ai cambiamenti climatici.

Ad esempio lo sviluppo del telelavoro, se avesse una diffusione più ampia e duratura a seguito della crisi, potrebbe avere l’effetto di ridurre gli spostamenti casa-lavoro e dunque anche le emissioni.

E, almeno temporaneamente, l’effetto del Corona virus sarà quello di ridurre le emissioni: un rapporto di Carbon Brief evidenzia come in febbraio le emissioni di CO2 in Cina siano state del 25% inferiori a quelle dello stesso periodo del 2019, il consumo di carbone si sia ridotto del 36% e i livelli di NO2 del 37%. Ma lo stesso rapporto spiega come tale riduzione potrebbe essere assai inferiore a seconda della velocità del paese di superare la crisi del virus e di ritornare alla normalità.

Anche la cancellazione dei voli aerei, non solo in Cina, ha ridotto l’impatto di questo mezzo di trasporto sulle emissioni di gas climalteranti, ma – sostiene la International Air Transport Association – anche l’urgenza e l’impegno economico delle compagnie aeree a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti al 2027: le perdite stimate di 113 miliardi di dollari per il 2020 e di 21 miliardi nel 2021 per le compagnie aeree statunitensi non inducono certo all’ottimismo in questo campo.

Insomma, l’obiettivo di ridurre significativamente le emissioni al 2030 del 55% e addirittura a zero nel 2050 stabiliti dall’European Green Deal dell’Unione Europea non può essere raggiunto neppure assumendo che il 2020 sarà un’anno di eccezionale riduzione elle emissioni, perché occorrono interventi strutturali.

Che pure hanno a che vedere con una questione di grande rilievo ma spesso sottovalutato. Infatti, le fonti fossili pesano per il 60% sulle emissioni, quindi se dobbiamo raggiungere l’obiettivo di neutralità nelle emissioni al 2050 e di forte riduzione al 2030, occorre agire anche su altri settori, fra i quali certamente gli allevamenti, soprattutto bovini: che da soli valgono più del 10% dell’emissione globale di CO2; ma anche oltre il 20% di quella di metano.

 

Questa considerazione mette in campo il tema del legame fra crisi climatica e crisi pandemica dovuto al nostro modo di relazionarci con tutto il vivente.

Come specie siamo cresciuti in un rapporto di partnership. Di simbiosi con il pianeta e con tutta la vita che vi è contenuta: quando cambi le regole di questa relazione, come avvenuto per il clima e in genere nel rapporto con le altre specie animali, non puoi aspettarti che questo non abbia una qualche ricaduta, nel bene e nel male, con la nostra salute, con la nostra vita.

E non solo perché nel caso del Corona virus abbiamo l’evidenza che il contagio sia partito dal rapporto fra uomini e pipistrelli in un ambito di mercato, ma perché più in generale i cambiamenti climatici stanno producendo alterazioni importanti nei comportamenti di intere specie, ad esempio spingendo le migrazioni verso i poli. La fuga da zone calde verso zone più temperate da parte di intere classi e specie animali coincide con l’espansione di agenti patogeni, come sempre più ricerche stanno dimostrando. E del resto l’aumento dell’inquinamento atmosferico, specificamente con l’aumento del particolato in atmosfera, rende più vulnerabili i nostri polmoni all’aggressione di batteri e virus patogeni. I fenomeni dell’urbanizzazione, l’incremento del trasporto aereo, sono altri elementi che incidono pesantemente sui cambiamenti climatici e, più in generale, cambiano profondamente il nostro rapporto con il mondo naturale, con il vivente, oltre a contribuire alla diffusione di malattie e di agenti patogeni.

Se vogliamo ridurre i rischi di diffusione di malattie e prevenire i cambiamenti climatici – fra loro così intimamente legati – è necessario riconsiderare il modo con cui ci relazioniamo con l’intera biosfera e con le altre specie.

Tutto è connesso: è questa la lezione, non nuova, che dobbiamo imparare dalla crisi del Corona virus per il futuro.

 

Simone Siliani, direttore Fondazione Finanza Etica

Coronavirus e monitoraggio dei dati personali

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Monitoraggio e trattamento dati personali

Coronavirus e monitoraggio dei dati personali.

Cerchiamo di capirne di più

 

Tra i temi che stanno emergendo sulle modalità di monitoraggio per evitare il diffondersi del contagio c’è quello del rapporto tra controllo e protezione dei dati personali.

Oggi ospitiamo sul nostro sito una parte dei contenuto della newsletter di Carola Frediani “Guerre di Rete”, che ringraziamo per la disponibilità.

In particolare oggi, mercoledì 18 marzo, molti quotidiani italiani aprono con l’allarme del Viminale sul fatto che ancora troppa gente esce di casa senza giustificato motivo.

Sul Corriere della Sera Cesare Giuzzi spiega come la Regione, in considerazione del fatto che gli spostamenti si sono ridotti solo del 60%, stia utilizzando da qualche giorno un “sistema di analisi degli spostamenti «da cella a cella» dei cellulari per capire quanti abitanti si muovono sul suo territorio. E lo fa grazie alle compagnie telefoniche che hanno messo a disposizione i dati del traffico dei ripetitori e l’indice dei «segnali» che si muovono da una cella all’altra della telefonia mobile. Non si tratta di una sorveglianza da 007 che consente di tracciare il singolo cellulare, anche perché le norme sulla privacy non lo consentirebbero, ma di una tecnologia che permette di ricavare quanti spostamenti in meno si verificano rispetto a un determinato periodo”.

Abbiamo quindi chiesto aiuto a Carola Frediani, per capirne un po’ di più, vista la delicatezza del tema.

La tentazione del monitoraggio in Italia

Sulla protezione dei dati, in Italia mancano tutele normative sia durante che dopo l’emergenza.
Nel decreto legge dello scorso 9 marzo “manca una clausola di salvaguardia. E bisogna inserirla prima che venga convertito in legge”, avverte Luca Bolognini, presidente dell’Istituto per la privacy”, su Business Insider Italia. “Uno dei rischi è che gli strumenti di controllo dei contagi utilizzati durante questo periodo non vengano poi “disattivati” non solo dopo, ma anche in una fase meno acuta dell’epidemia”. Parere simile di Emilio Tosi, professore di Diritto Privato Università degli Studi di Milano Bicocca: “è necessario che il governo, più in generale il parlamento in sede di conversione del decreto, fornisca precise garanzie di cancellazione o anonimizzazione di questi dati in futuro”.

E in Europa

Il tema si pone anche a livello europeo. Anche perché c’è chi sta seguendo un modello cinese o sudcoreano. Ricercatori di una scuola medica tedesca di Hannover, insieme a una società di Amburgo, Ubilabs, stanno sviluppando una app di tracciamento e monitoraggio delle persone (attraverso il Gps dei telefoni) basata proprio su un esempio sudcoreano, anche se insistono sul fatto che la loro sarebbe più attenta alla privacy. E che comunque i dati sarebbero volontari, di contagiati e non. “In base alla posizione dei proprietari negli ultimi 14 giorni, viene stabilito se possono essere stati in contatto con persone infette”, scrive Neuste Nachrichten. Inoltre “una mappa interattiva mostra le aree con alti tassi di infezione che possono essere evitate dall’utente”. In un’Europa in cui l’emergenza coronavirus si sta allargando, la tentazione di adottare tecnologie di monitoraggio invasive crescerà, scrive Politico.

Un nuovo strumento di controllo è per sempre

Intanto in Cina, mentre i numeri dei contagi di coronavirus stanno scendendo, molti si chiedono se le misure drastiche di monitoraggio e tracciamento degli abitanti adottate (la cui efficacia è per altro contestata) debbano ancora restare in piedi. E alcuni ritengono che sia un’occasione per stringere ancora di più le maglie del controllo sociale. The Guardian

App iraniana rimossa

Invece in Iran Google ha rimosso una app Android sviluppata dal governo del Paese per testare e monitorare le infezioni da coronavirus. Apparentemente la motivazione è legata, dice Zdnet, ad affermazioni fuorvianti, cioè all’idea che la app potesse individuare casi di coronavirus attraverso un questionario sui sintomi. Ma la preoccupazione era anche che questa potesse essere usata dal governo iraniano come un ulteriore mezzo di sorveglianza della popolazione. L’app infatti, chiamata AC19, sostiene di poter individuare se una persona è infetta. Una volta scaricata, e verificato il numero di telefono, chiede il permesso di inviare i dati di geolocalizzazione al governo (ma, come spiega Vice, la richiesta di permesso per varie ragioni spesso non appare o non è compresa).

Sanità, meno risorse al pubblico più favori ai privati e ora il virus ci presenta il conto

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Porta di un ospedale

*questo articolo è uscito su strisciarossa, che ringraziamo.

 

Con il progredire del contagio da Corona Virus di questi giorni, aumentano le preoccupazioni per la tenuta del nostro Sistema Sanitario Nazionale (di cui celebriamo quest’anno il 40° compleanno). Cioè, ci rendiamo conto, improvvisamente, di fronte ad una crisi certo eccezionale (ma a queste devono far fronte i sistemi di protezione, sanitaria come idrogeologico o sismico), che questo sistema così come oggi è configurato, non è in grado di assicurare un servizio universalistico di tutela forse del più sacro dei beni comuni, cioè la salute pubblica. L’epicentro di questa crisi si colloca non in uno dei territori in cui la qualità del sistema sanitario è, secondo i Livelli essenziali di assistenza (LEA), al di sotto del punteggio minimo accettabile, bensì in uno dei più eccellenti, tanto da essere definito un “modello” (Lombardia o Veneto). Possiamo immaginare cosa potrà succedere quando e se saranno colpite con la stessa intensità le Regioni del sud. Ma la fragilità del nostro Sistema Sanitario Nazionale davanti alla crisi non è come una delle dieci piaghe d’Egitto mandate dal Signore per punire il popolo egizio: è piuttosto uno degli esiti di almeno 20 anni di rimodellamento e riduzione del sistema. Un esito ampiamente prevedibile e previsto; grave ma, forse, non irreversibile. Purché ci si predisponga a riflettere sulle lezioni che questa crisi ci consegna. Propongo in tal senso di assumere la lectio corretta dell’esegesi biblica per cui solo la prima delle 10 piaghe è definita tale, mentre le altre nove sono dette «prodigi» o «segni». Accogliamo dunque i segni che ci può lasciare questa crisi.

Numeri che dicono tutto

Numeri. L’Italia ha ridotto progressivamente dal 1997 al 2015 il numero dei posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva del 51%, passando da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali. Infatti, per correre ai ripari (ma direi con colpevole ritardo), si è dovuto fare una gara-lampo della Consip per dotarsi di 1.100 nuovi posti letto nelle terapie intensive e sub intensive italiane. Entro 3 giorni saranno consegnati 119 ventilatori, 200 tra 4 e 7 giorni e 886 tra 8 e 15 giorni. Per altri 2.713, che consentono l’allestimento di altrettanti posti letto, la consegna è prevista tra 16 e 45 giorni. Così ci informa un’ANSA del 10 marzo.

I fondi per gli investimenti sanitari fra il 2014 e il 2017 hanno subito una drastica riduzione del 42% che, come dichiara la Corte dei Conti, comporta il rischio di …riverberarsi sulle possibilità di garantire i livelli di assistenza e sulla qualità dei servizi offerti”. Il nostro patrimonio tecnologico, per quanto dotato di attrezzature, è obsoleto, mal distribuito e ha un livello di utilizzo pari a circa il 25% di altri paesi UE.

La spesa sanitaria italiana è prevista per il 6,5% del PIL nei prossimi anni, quando era il 7,1% nel 2009; in Germania è al 9,6%, in Francia al 9,5%.

Fra il 2009 e il 2017 il nostro Sistema Sanitario Nazionale ha perso 46.000 unità di personale dipendente (-6,7%): fra questi 8.000 medici (che oggi hanno una età media talmente alta da far prevedere un collocamento in pensione di 2 medici specialisti e 9 di famiglia al giorno nei prossimi anni… a meno di non accedere alla proposta, solo assurda al pensiero, di farli lavorare fino a 70 anni) e 13.000 infermieri. In condizioni “normali” l’elevata età media, il numero ridotto e turni di lavoro sulle 24 ore rende poco sostenibile ed efficiente il loro lavoro: possiamo seriamente sorprenderci, allora, delle foto del personale sanitario distrutto dal superlavoro di questi giorni?

Depauperamento

Perché questo depauperamento della sanità pubblica è potuto avvenire? Da un lato esso ha fatto parte di un modello “culturale” complessivo che voleva presentare la riduzione della spesa pubblica come una virtù. L’Unione Europea ha certificato e validato questo modello. Un recente studio ha evidenziato che da quando è stato istituito il Semestre Europeo (2011, sotto l’egida del Patto di Stabilità e Sviluppo, 1997) la Commissione Europea ha inviato ben 63 raccomandazioni agli Stati membri per ridurre i costi del sistema sanitario e per introdurre il privato nei servizi socio-sanitari. E queste raccomandazioni hanno trovato governi ben lieti di ottemperare a queste raccomandazioni e le hanno seguite in modo pedissequo.

È cambiato, o sta cambiando, il modello della sanità anche in Italia, da “diritto fondamentale” (con perdita progressiva del suo carattere universalistico) a qualcosa che assomiglia piuttosto ad una “merce”, che ha un valore economico che puoi comprare, di qualità più o meno alta a seconda della tua disponibilità economica. Così, si è spostata l’attenzione verso le prestazioni specialistiche (soprattutto a pagamento), distogliendola dalle cure primarie (che sono meno costose, riducono la pressione ingiustificate su ospedali e pronto soccorso, e sono maggiormente inclusive e capaci di prendere in carico complessivamente il cittadino, soprattutto quello più vulnerabile). Così, si è ridotta l’integrazione tra la presa in carico di tipo sociale e quella di tipo sanitaria, perdendo la capacità di occuparsi e comprendere i bisogni complessivi della persona. Qui hanno perso rilevanza il territorio e gli enti locali, che sarebbero importanti non perché coinvolti nelle nomine delle strutture, ma in quanto in grado di far collaborare il personale sanitario del SSN con quello comunale dei servizi alla persona di tipo sociale, ma anche formativo e culturale. In questo “nuovo” modello si è allargata la forbice delle disuguaglianze fra coloro in grado di “comprarsi” (anche attraverso la sanità integrativa) cure migliori e chi deve accontentarsi di quel che passa il pubblico. A questo corrisponde una perdita di ruolo della sanità pubblica che è quello essenzialmente di garantire l’uguaglianza dei cittadini davanti alla malattia e anche di perequare in questo ambito fra le diverse possibilità di ciascuno. Per questo è diventata funzionale a questo modello anche l’idea, che talvolta fa breccia anche in campo progressista (penso alle posizioni di Emma Bonino e di +Europa), di togliere i più ricchi dalla contribuzione al sistema sanitario nazionale consentendo loro di comprarsi una sanità completamente privata: in questa prospettiva verrebbe completamente meno la funzione perequatrice, legata non al solo gettito IVA ma alla tassazione progressiva sui redditi delle persone fisiche, della sanità pubblica.

Una revisione necessaria

Tutto questo sforzo economicista, di rendere meno costosa la sanità pubblica, per quanto immotivato sul piano del confronto con gli altri paesi europei (che spendono molto più di noi), ha premiato la logica dei Piani di rientro per contenere i disavanzi, distraendo le politiche pubbliche dal vero obiettivo che sarebbe stato quello della riqualificazione dei servizi.

Ora, è possibile invertire questa tendenza? Certamente, se – assumendo il “segno” della crisi del Corona Virus – sapremo cambiare radicalmente direzione, investendo più risorse per un periodo di tempo non breve e quindi con un indirizzo di politica di spesa pubblica strutturale nel ricambio e nell’aumento del personale sanitario, nella revisione sostanziale della sanità integrativa (rendendola effettivamente integrativa e non sostitutiva), armonizzando l’offerta con i principi di appropriatezza e sicurezza previsti dai LEA, evitando la strada dell’autonomia differenziata delle sanità regionali (che, come ci dimostra il caso lombardo, ma anche quello veneto, è una pericolosa illusione), centrando sui livelli essenziali delle prestazioni relativi ai diritti civili e sociali, integrando servizi sociali, educativi e sanitari sul territorio.

Un virata netta e stabile in una diversa direzione. È possibile e necessario, altrimenti passato il Corona forse non reggeremo al prossimo virus.

 

SImone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica