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Unicredit: i dividendi non sono tutto

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Unicredit

Vince il profitto nel Paese disuguale”: così titola Massimo Giannini un suo articolo su Repubblica che parla della crisi di Unicredit che, con il suo nuovo piano industriale, taglia 8.000 posti di lavoro eppure, dall’altro lato, realizza 8 miliardi che distribuisce agli azionisti. Articolo interessante, certamente; finanche “radicale” diremmo. Viviamo in un mondo in cui regna la disuguaglianza: i ricchi incassano dividendi da capogiro e i lavoratori, che quei dividendi li producono, conoscono la precarietà e perdono l’unica fonte della propria sussistenza, il lavoro.
Analisi analoghe sono state pubblicate in molta stampa rilevante in Italia, e sembrerebbe una conversione non da poco. A venti anni dall’apparizione del movimento contrario alla disuguaglianza globale (si era a Seattle il 30 novembre 1999 quando il movimento irruppe sulla scena mondiale contestando l’allora simbolo di quella disuguaglianza, cioè il WTO, World Trade Organization) la stampa mainstream, che allora non guardava proprio con favore quel movimento e che considerava invece la globalizzazione come l’apertura di una fase nuova e progressiva della storia del pianeta, oggi scopre che la globalizzazione si è risolta in un acutizzarsi delle disuguaglianze e delle ingiustizie. Quel movimento, pur con tutti i suoi limiti e la sua fragilità, aveva letto e decrittato le contraddizioni del neoliberismo e della globalizzazione già da qualche decennio. L’errore che alcuni commentatori rischiano di fare ora è di non attribuire le criticità sociali di questo modello economico al neoliberismo, bensì ai robot.

A proposito di indipendenza, vi sarebbe poi da riflettere sulla pubblicità, diretta o indiretta, che i giornali e media, che oggi si scandalizzano per gli 8.000 esuberi, hanno avuto da Unicredit in questi anni per capire quanto di quel surplus, prodotto anche dai lavoratori, ha preso quella strada e quanti articoli a dir poco bonari verso Unicredit si sono fatti scrivere. Come la Exxon con il New York Times. Con la differenza che in America ci sta che qualche contraddizione emerga e finisca anche in tribunale, mentre qui in Italia tutto finisce a tarallucci e vino (molto).

D’altra parte, è noto che nelle pieghe delle attività bancarie si annidano tante cose non sempre specchiate: dalle transazioni di armi alla violazione dei diritti umani, dalle attività nocive per l’ambiente fino al sostegno a imprese dei combustibili fossili. Solo che non lo sappiamo o non vogliamo saperlo e quindi maturiamo l’erronea convinzione che le attività bancarie siano neutrali e che la loro efficacia sia misurabile solo in termini di saldo finanziario finale. Mentre, invece, esattamente come per ogni altra impresa, anche le scelte finanziarie delle banche hanno impatti sociali e ambientali importanti su cui azionisti, risparmiatori, clienti e media potrebbero riflettere. La nostra attività di azionariato critico in varie aziende quotate punta proprio a questo: rendere consapevoli gli azionisti degli effetti non economici delle scelte finanziarie e spiegare come i dividendi non sono tutto, né per l’azienda o gli azionisti, né tanto meno per gli stakeholder. Questo vale anche per le banche, come la recente storia di Unicredit sta lì, plasticamente, a dimostrare.

“La BCE deve agire ora sui cambiamenti climatici”. Lettera aperta a Christine Lagarde

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Questa è una traduzione dalla versione originale in inglese, disponibile qui.

 

Gentile Signora Lagarde,

Come nuova Presidente della Banca Centrale Europea si troverà ad affrontare molte sfide nei prossimi anni, ma la più importante è come la BCE combatterà i cambiamenti climatici e si adopererà per accelerare la transizione verso un’economia libera da emissioni di carbonio. Durante la Sua audizione al Parlamento Europeo, si è giustamente impegnata a mettere “la protezione dell’ambiente al centro della missione della BCE”. In qualità di accademici, rappresentanti della società civile e dei sindacati, imprenditori e cittadini profondamente preoccupati dai cambiamenti climatici, riteniamo che l’istituzione finanziaria più potente d’Europa non possa rimanere passiva di fronte alla crescente crisi ambientale.

I cambiamenti climatici non solo mettono in pericolo la nostra sopravvivenza, ma compromettono anche la stabilità finanziaria, l’economia reale e l’occupazione. È stato stimato che, senza un effettivo impegno per mitigarli, i rischi fisici legati ai cambiamenti climatici potrebbero comportare perdite fino a 24 trilioni di dollari del valore degli asset finanziari globali[1]. Per tutte queste ragioni, si rende necessario un massiccio trasferimento di flussi finanziari per ottenere una transizione a basse emissioni di carbonio e socialmente equa, e ciò non può essere fatto senza che le banche centrali spingano attivamente il sistema finanziario nella giusta direzione. Questo non solo renderà la nostra economia più sostenibile, ma faciliterà la creazione di posti di lavoro in settori a minore intensità di carbonio.

Sappiamo che la questione è oggetto di discussione tra molte banche centrali che fanno parte del “Network for Greening the Financial System”, compresa la BCE. Ma i progressi sono troppo lenti e il tempo stringe. Non possiamo aspettare anni per studiare i rischi finanziari a lungo termine; le banche centrali devono utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per prevenire proattivamente tali rischi. A questo proposito, desta profonda preoccupazione constatare che la BCE – in nome della neutralità dei mercati – stia ancora acquistando su larga scala asset da società che operano in settori ad alta intensità di carbonio e legati ai combustibili fossili. Se la BCE è veramente preoccupata dei rischi legati al clima, dovrebbe riconoscere che la sua attuale politica monetaria è parte del problema e sta rafforzando un pericoloso status quo.

Senza ulteriori indugi, la BCE dovrebbe impegnarsi a eliminare gradualmente dal proprio portafoglio asset ad alta intensità di carbonio, iniziando con l’immediato disinvestimento dalle attività connesse ai fossili. Senza attendere la “tassonomia verde” sviluppata dalla Commissione Europea, i criteri di impatto climatico dovrebbero essere utilizzati per controllare tutte le attività attualmente ammissibili per operazioni di politica monetaria.

Come ha dimostrato la risposta all’emergenza dell’ultima crisi finanziaria, le banche centrali non mancano di immaginazione quando la situazione lo richiede. Sotto la Sua guida, la BCE potrebbe impiegare una analoga creatività nell’affrontare le minacce dei cambiamenti climatici, riprogettando o rifinanziando operazioni di “Quantitative Easing” per garantire il sostegno a investimenti che contribuiscano alla transizione verde.

Dovrà inevitabilmente affrontare la resistenza ideologica di coloro che pensano che le banche centrali dovrebbero lasciare ad altri le politiche climatiche e rimanere neutrali rispetto ai mercati. Ma è ora di rivedere questo principio. Se si è d’accordo con Nicholas Stern che “il cambiamento climatico è un risultato del più grande fallimento del mercato che il mondo abbia visto“, l’idea che la politica monetaria dovrebbe semplicemente rispecchiare il mercato equivale ad aggiungere un fallimento normativo a quello di mercato.

D’altro canto, troverà anche un forte sostegno politico a supporto di un’azione risoluta in questa direzione. La lotta ai cambiamenti climatici è uno dei principali obiettivi politici dell’UE e, in quanto tale, rientra nel Suo mandato come definito dall’articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, come è stato confermato più volte dal Parlamento europeo[2]. Inoltre, la BCE, in quanto istituzione dell’UE, è giuridicamente vincolata dall’Accordo di Parigi sul clima. In caso di dubbi su questo punto in futuro, può avere piena fiducia che il Parlamento europeo – al quale la BCE è tenuta a rispondere – fornisca ulteriori chiarimenti e orientamenti sul ruolo che la BCE dovrebbe svolgere nell’ambito della più ampia strategia climatica dell’UE.

Se Lei è seriamente intenzionata a porre la BCE in prima linea nella lotta contro il cambiamento climatico, può contare sul nostro sostegno per contribuire a questo dibattito in modo costruttivo e democratico.

 

[1] Dietz, Simon, Bowen, Alex, Dixon, Charlie and Gradwell, Philip (2016) ‘Climate value at risk’ of global financial assets. Nature Climate Change, 6. pp. 676-679. ISSN 1758-678X

[2] European Parliament resolution on sustainable finance, April 2018 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0215_EN.html

 

Firme dalle organizzazioni
  1. Secours Catholique – Caritas France
  2. Potsdam Institute for Climate Impact Research
  3. Finnish Confederation of Professionals (STTK)
  4. Greenpeace Netherlands
  5. Confédération française démocratique du travail
  6. European Federation of Ethical and Alternative Banks & Financiers (FEBEA)
  7. UNI-Europa
  8. Stockholm Resilience Centre
  9. Finance Watch
  10. Institute for Climate economics (I4CE)
  11. WWF European Policy Office
  12. Fondazione Finanza Etica
  13. World Future Council
  14. Finanzwende
  15. ASUFIN
  16. FEPS
  17. IPSO ECB Trade Union
  18. The Club of Rome
  19. Positive Money Europe
  20. Veblen Institute for Economic Reforms
  21. Centre des Jeunes Dirigeants
  22. Greenpeace France
  23. Fondation Nicolas Hulot
  24. Attac Germany
  25. The Shift Project
  26. Rethinking Economics
  27. Institut Louis Bachelier
  28. KEDGE Business School
  29. WEED – World Economy, Ecology & Development
  30. Attac France
  31. AXYLIA
  32. org
  33. Society for International Development (SID)
  34. Fondation Copernic
  35. Urgewald
  36. Sauvons l’Europe
  37. BankTrack
  38. Chaire Positive Business – Université Paris Nanterre
  39. PowerShift e.V.
  40. FISAC/CGIL
  41. Sunrise Project
  42. Green Economy Coalition
  43. SOMO
  44. Greentervention
  45. The Green New Deal for Europe
  46. European Alternatives
  47. Greenpeace International
  48. Réseau Action Climat
  49. Fair Finance Institute
  50. Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV)
  51. Monetative e.V.
  52. Observatorio de la Deuda en la Globalización
  53. Attac Austria
  54. Asociación de las Comunidades Autofinanciadas
  55. Réseau International de recherche sur les Organisations et le Développement Durable (RIODD)
  56. Schutzstation Wattenmeer
  57. SDSN France
  58. Edgeryders
  59. WECF France
  60. FISAC/CGIL
  61. Banca Etica
  62. Alofa Tuvalu

 

Firme dagli esperti individuali
  1. Adam Tooze, Professor, Columbia University, European Institute, USA
  2. Adair Turner, Chairman, Energy Transitions Commission & Former Chairman of the UK Financial Services Authority, UK
  3. Tim Jackson, Professor, University of Surrey, UK
  4. Herman Wijffels, Former CEO at Rabobank, Netherlands
  5. Panicos Demetriades, Professor of Financial Economics, University of Leicester, UK
  6. Jézabel Couppey-Soubeyran, Professeur, Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne, France
  7. Nick Robins, Professor, Grantham Institute on climate change and the Environment, UK
  8. Rens van Tilburg, Director, Sustainable Finance Lab, Netherlands
  9. Francesco Papadia, Senior Fellow, Bruegel, Belgium
  10. Dominique Plihon, Professeur émérite, Université Sorbonne Paris Nord, France
  11. Vincent Aussilloux, Head of the Economics Department, France Stratégie, France
  12. Benjamin Braun, Senior Researcher, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  13. Andrew Watt, Macroeconomic Policy Institute (IMK), Germany
  14. Miguel Otero-Iglesias, Professor, IE School of Global and Public Affairs, Spain
  15. Jacob Funk Kirkegaard, Senior Fellow, PIIE, USA
  16. Jeroen van den Bergh, Professor of environmental economics, Universitat Autònoma de Barcelona, ICREA & Vrije Universiteit Amsterdam, Spain & The Netherlands
  17. Jacqueline Cramer, Professor & Former Minister of the Environment, Utrecht University, Netherlands
  18. Rick van der Ploeg, Professor of Economics, University of Oxford, UK
  19. Hans Schenk, Emeritus Professor, Utrecht University, Netherlands
  20. Dirk Schoenmaker, Professor of Banking and Finance, Erasmus University Rotterdam, Netherlands
  21. Irene van Staveren, Professor of pluralist development economics, Erasmus University Rotterdam, Netherlands
  22. Pier Vellinga, chairman of various boards and academic professor, Netherlands
  23. Bert de Vries, Prof. em., Utrecht University / SFL, Netherlands
  24. Lara Lázaro Touza, Lecturer, Universidad Complutense de Madrid, Spain
  25. Alain Grandjean, Fondateur, Carbone4, France
  26. Mark Blyth, Professor, Brown University, USA
  27. Joze Damijan, Professor of Economics, University of Ljubljana, Slovenia
  28. Koen Schoors, Professor Economics, Ghent University, Belgium
  29. Dirk Ehnts, Technical University of Chemnitz, Germany
  30. Eric Lonergan, Economist, UK
  31. Sergio Rossi, Professor of Economics, University of Fribourg, Switzerland
  32. Henk de Vos, Retired associate professor, Netherlands
  33. Hubert Kempf, Professor, Ecole Normale Supérieure Paris Saclay, France
  34. Michaël Malquarti, Promoter of a monetary reform and published author, Switzerland
  35. Hugues Chenet, Honorary Senior Research Associate, University College London, France
  36. Jean Hetzel, Expert Green Finance, France Nature Environnement, France
  37. Nadia Ameli, University College London, UK
  38. Yamina Tadjeddine, Professeure de sciences économiques, Université de Lorraine, France
  39. Sebastian Diessner, Researcher, European University Institute (EUI), Italy
  40. Catherine Karyotis, NEOMA Business School, France
  41. Jean Christophe Carteron, CSR Director, KEDGE BS, France
  42. Laurence Le Poder, Associate Professor, Kedge Business School, France
  43. Nicolas Mottis, Professor, Ecole Polytechnique, France
  44. Tim Foxon, Professor of Sustainability Transitions, SPRU, University of Sussex, UK
  45. Luis Reyes, Professor of Finance, Kedge Business School, France
  46. Jörg Haas, Head of Division International Politics, Heinrich Böll Stiftung, Germany
  47. Frank Van Lerven, Senior researcher, New Economics Foundation
  48. Oliver Picek, Senior Economist, Momentum Institut, Austria
  49. Irene Monasterolo, Assistant Professor, Climate Economics and Finance, Vienna University of Economics and Business (WU), Austria
  50. Denis Dupré, Professor of finance and ethics, Université Grenoble-Alpes, France
  51. Philippe Givry, Professor of finance, Kedge Business School, France
  52. Paul Dermine, Expert in EMU Law, Maastricht University, Belgium
  53. Léo Charles, Maître de conférence, Université Rennes 2, France
  54. Regis Marodon, Conseiller finance durable, Agence Française de Développement, France
  55. Pierre Cours-Salies, Professeur émérite Sociologie, France
  56. Anaïs Henneguelle, Assistant Professor in Economics, Université de Rennes 2, France
  57. Léo Malherbe, PhD student, Université de Bordeaux, France
  58. Ludovic Suttor-Sorel, Research officer, Finance Watch – TEG member, Belgium
  59. Christiane Bernard, CGT, France
  60. Johann Walter, Prof. Dr., Westfälische Hochschule Gelsenkirchen (University of Applied Sciences), Germany
  61. David Bourghelle, Professor, Lille University, France
  62. Enrico Giovannini, Full professor of statistics and economics, University of Rome Tor Vergata, Italy
  63. Olivier Gergaud, Professor, Kedge Business School, France
  64. Nicoletta Dentico, Director, Health Innovation in Practice (HIP), Italy
  65. Lídia Brun Carrasco, Economist, Université Libre de Bruxelles, Spain
  66. Claude Calame, Directeur d’études EHESS, ATTAC, France
  67. Janie Arneguy, Conseillère Municipale Ensemble, Ensemble, France
  68. Carlos Alvarez-Pereira, President, Innaxis Foundation, Spain
  69. Matthias Kroll, Chief Economist, World Future Council, Germany
  70. Marion Cohen, President, MC Conseil, France
  71. Axel Troost, Geschäftsführer, Arbeitsgruppe Alternative Wirtschaftspolitik e.V., Germany
  72. Esther Regnier, Doctor, University of Brest, France
  73. Nicholas Dorn, Part-time course lecturer, Financial sociologist, Institute of Advanced Legal Studies, London, UK
  74. Padraic Kenna, Director, Centre for Housing Law Rights and Policy, Ireland
  75. Nicolas Huchet, lecturer, Université de Toulon, France
  76. François Chantran, Attac, France
  77. Frederique Dejean, Professor, Paris Dauphine PSL, France
  78. Marc Lenglet, Associate Professor, NEOMA Business School, France
  79. Aurélien Decamps, Associate Professor, KEDGE Business School / Sulitest.org, France
  80. Nicolas Rose, Chargé de mission innovation & Référent développement durable, Région Nouvelle-Aquitaine, France
  81. Jens van’t Klooster, FWO Postdoctoral Fellow, KU Leuven, Belgium
  82. Stephanie Jalabert, Adjunct professor in Management accounting, International University of Monaco
  83. Pierre Lachaize, Directeur, Innovation Durable Consulting, France
  84. Nicolas Postel, Professor of economics, University of Lille, France
  85. Dimbi Ramonjy, Associate professor, La Rochelle Business School – Excelia group, France
  86. Janina Urban, Research Assistant, Research Institute for Societal Development, Germany
  87. Magalie Marais, Associate Professor/Enseignante-Chercheure, Montpellier Business School, France
  88. Clément Séhier, IMT Lille-Douai, France
  89. Roland Pérez, Professeur (hon.), Université Montpellier, France
  90. Morgane Fritz, Associate Professor in Supply Chain Management, La Rochelle Business School – Excelia Group, France
  91. Michel Capron, Professeur honoraire des universités, Université Paris 8 – Saint Denis, France
  92. Corinne Vercher-Chaptal, Professor, Université Paris 13, France
  93. Dilip Subramanian, Associate Professor, NEOMA Business School, France
  94. Robin Jarvis, Professor, Brunel University, UK
  95. Valentina Carbone, Professor, ESCP Europe, France
  96. Dorothea Schäfer, Research Director in the Macroeconomics Department, DIW Berlin, Germany
  97. Rudolf Hickel, Vorsitzender, Arbeitsgruppe Alternative Wirtschaftspolitik e.V., Germany
  98. Thomas Korbun, Scientific Director, Institute for Ecological Economy Research (IOEW), Berlin, Germany
  99. Steffen Lange, Postdoctoral Researcher, Institute for Ecological Economy Research (IOEW), Berlin, Germany
  100. Davide Castro, Digital Communications and Strategy, DiEM25, Belgium
  101. Matthias Schmelzer, Researcher, Konzeptwerk Neue Ökonomie e.V., Germany
  102. Esther Jeffers, economist, Université de Picardie Jules Verne (UPJV), France

 

 

 

“Stop armi italiane in Yemen”. Nessuna risposta del Ministro Di Maio alla richiesta di incontro della società civile.

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Il mese scorso Amnesty International Italia, Comitato Riconversione RWM, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana per il Disarmo, Rete della Pace, Save the Children Italia hanno richiesto un incontro al Ministro degli Esteri On. Luigi Di Maio. Al momento nessun riscontro positivo è giunto in tal senso.

Le Organizzazioni della società civile rilanciano le preoccupazioni per la situazione in Yemen e per il ruolo dell’Italia nel conflitto yemenita, chiedendo al nostro Paese di spendersi con maggiore forza e produttività per la pace in quel martoriato Paese.

 

Nella lettera, inviata il 7 ottobre da numerose organizzazioni della società civile al Ministro degli Esteri Di Maio, sono state inserite richieste chiare sul ruolo positivo dell’Italia in Yemen, dopo la decisione governativa appresa dai media a metà 2019 sulla sospensione dell’invio di bombe d’aereo e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Nella stessa lettera si era fatto richiamo alle posizioni espresse sul tema dallo stesso Ministro e nel programma del nuovo Governo.

Nonostante tale posizione e le nostre sollecitazioni, ad oggi nessun riscontro positivo ad un incontro è ancora arrivato dal ministro Di Maio. Proprio per il significativo impegno che il Ministro di Maio (e il Movimento 5 Stelle tutto) ha profuso in questa battaglia, riteniamo opportuno che sia lo stesso Ministro in prima persona ad incontrare la società civile per illustrare direttamente la posizione del governo sui vari aspetti che coinvolgono la crisi in Yemen.

Le nostre organizzazioni reiterano pertanto la richiesta di un incontro al Ministro degli Esteri per poter discutere con lui di uno dei più gravi scenari di crisi attuali, tornando a chiedere all’Italia di:
> sospendere immediatamente ogni autorizzazione all’esportazione di tutte le tipologie di armi verso le parti in conflitto in Yemen, incluse le autorizzazioni già rilasciate. Non basta, infatti, fermare bombe d’aereo e missili, ma serve bloccare tutte le forniture;
> sospendere immediatamente ogni autorizzazione all’esportazione verso tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Yemen, non solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti;
> promuovere un’azione di embargo sugli armamenti a livello europeo (ipotesi presente anche nella mozione Parlamentare che aveva determinato la presa di posizione del Governo);
> promuovere iniziative concrete per la risoluzione diplomatica e multilaterale del conflitto in corso in Yemen, attraverso un nuovo ciclo di negoziati di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite;
> incrementare significativamente l’impegno finanziario nel sostenere il Piano di risposta umanitario delle Nazioni Unite;
> sostenere alternative lavorative per il Sulcis-Iglesiente e tutte le aree italiane soggette al “ricatto” occupazionale del settore degli armamenti in particolare rifinanziando il Fondo per la Riconversione previsto dalla legge 185/90 ed attivando piani e programmi occupazionali fondati sullo sviluppo sostenibile (Agenda 2030).

Come si può facilmente constatare dalla lista di temi sottoposti all’attenzione del Ministro, intenzione della nostra lettera era quella di ottenere un incontro non solo per approfondire le questioni “tecniche” dello stop delle vendite ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi – anche se ad oggi non sono stati diffusi tutti i dettagli su come sia stata impostata e implementata la decisione – ma soprattutto per discutere in maniera ampia e costruttiva, con la massima autorità di politica estera del nostro Paese, il ruolo positivo che l’Italia potrebbe avere nella risoluzione della crisi in Yemen.
Va inoltre ricordato, che al di là della legge italiana 185/90 che regola l’export di armamenti, l’Italia ha ratificato anche il Trattato ATT sul commercio internazionale di armi che prevede una valutazione anche dei soli “rischi” di violazione dei diritti umani derivanti da tale commercio, e pertanto ha l’obbligo morale di giocare un ruolo chiave nel controllo dell’export di armamenti.

 

Amnesty International Italia – Comitato Riconversione RWM – Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari – Oxfam Italia – Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace – Save the Children Italia

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per maggiori informazioni: segreteria@disarmo.org – 328 3399267

L’azionariato critico. Storie, strumenti, successi.

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L'azionariato critico

Questa ricerca di Fondazione Finanza Etica rappresenta il primo lavoro organico in Italia che descrive la storia dell’azionariato critico dalle sue origini negli Stati Uniti, distingue tra azionariato critico e attivo, analizza l’attività di azionariato critico in Italia (da Legambiente a Fondazione Finanza Etica) e fornisce una nomenclatura e delle “istruzioni” per come diventare azionista critico.

>>SCARICA<< il rapporto

Le grandi imprese, molto spesso sorde alle proposte dei consumatori, delle campagne e dei movimenti, sono generalmente più attente alle richieste provenienti dagli azionisti che, in quanto “comproprietari”, acquistano il diritto di partecipare alla vita della società e di ottenere risposte su questioni ambientali o sociali che possano avere un impatto negativo sui risultati finanziari dell’impresa. La grande sfida dell’azionariato critico è proprio questa: dimostrare alle imprese che se non si interessano sufficientemente alle conseguenze delle proprie azioni sul clima, sugli ecosistemi o sulle comunità di riferimento, la loro condotta potrebbe mettere in pericolo la stessa capacità di generare profitti per gli azionisti, a causa della sottovalutazione di rischi potenziali, possibili sanzioni, danni alla reputazione, e quindi al marchio che per molte società, in particolare quelle che si rivolgono direttamente ai consumatori, è uno dei beni più preziosi.

A cura di Mauro Meggiolaro.

La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito del progetto NewBusiness4Good.

Civile è meglio. Teorie e prassi delle economie alternative

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Festival dell’Economia Civile | giovedì 14 novembre  H19 |  Campi Bisenzio, Teatrodante Carlo Monni

Iscrizione >>QUI<<

Economia civile, sostenibile, circolare, di comunione … Negli ultimi anni sono cresciute teorie economiche alternative al mainstream liberista, in molti casi legate anche a esperienze concrete: facciamo un po’ di chiarezza tra questi esempi, cercando ciò che le unisce e ciò che le diversifica. Resta il valore di una nuova biodiversità negli studi economici che inizia a diffondersi anche nelle Università. Ma come comunicare l’economia civile? E’ solo un prodotto di nicchia o può ambire a contaminare l’economia, che dovrebbe essere tutta civile, rimanendo “incivile” quella che ha prodotto crisi, diseguaglianze e disastri ambientali”.

Ne parleremo in un panel organizzato da Novo Modo con

Maria Antonietta Ciaramella > Osservatorio Economia Civile Regione Campania
Mario Pianta > docente di Economia Politica, Scuola Normale Superiore di Pisa
Rossella Verga > giornalista di Corriere Buone Notizie
Stefano Zamagni > Università degli Studi di Bologna (in collegamento)

Modera Giuseppe di Francesco > Novo Modo, Fairtrade Italia

 

WELCOME TO SODOM

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Proiezione del documentario

Mercoledì 6 novembre | H21 | Cinema La Compagnia, Firenze

 

Il Festival dei Popoli festeggia quest’anno 60 anni. Nato a Firenze nel 1959 da un gruppo di antropologi, sociologi, etnologi, esperti di cinema e di “comunicazione di massa” e dedicato alla documentazione sociale, il Festival dei Popoli è ora diventato il principale festival del documentario italiano.

Da alcuni anni è attiva una ricca collaborazione tra Fondazione Finanza Etica e il Festival, che ha collaborato alla terza edizione della nostra rassegna di libri cinema e finanza Non con i miei soldi.

Quest’anno abbiamo deciso di sostenere, nella sezione Habitat, Welcome to Sodom: documentario sulla più grande discarica di rifiuti elettronici, ad Accra, in Gana. Accra è uno dei luoghi più inquinati del Pianeta. Per i 6000 uomini, donne e bambini che qui vivono e lavorano è semplicemente ‘Sodoma’. Ogni anni l’Europa si sbarazza di 60mila tonnellate di rifiuti elettronici in modo illegale. Destinazione? I porti dell’Africa, che ricevono i due terzi di questa spazzatura, fatta dalle nostri lavatrici, lavastoviglie, televisori, computer, smartphone, condizionatori. Assieme alla Nigeria, il centro del traffico si dirige in Ghana, sotto il diretto controllo della mafia internazionale.

Welcome to Sodom”, il documentario di Florian Weigensamer e Christian Krӧnes, sarà in sala mercoledì 6 novembre, ore 21 cinema La Compagnia, Firenze.

 

Fondazione Finanza Etica: nominato il nuovo Consiglio di Indirizzo

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Il nuovo Consiglio di Indirizzo di FFE

Fondazione Finanza Etica è la fondazione culturale di partecipazione del Gruppo Banca Etica, fondata 16 anni fa da Banca Etica ed Etica Sgr per svolgere attività di azionariato critico in Italia e in Europa; partecipare a campagne e reti italiane ed europee; realizzare progetti di educazione critica alla finanza e svolgere ricerche e studi a livello internazionale.

Nei giorni scorsi si è insediato a Firenze il nuovo Consiglio di Indirizzo, che ha eletto all’unanimità i nuovi presidente e vicepresidente della Fondazione. Presidente è Marco Piccolo, che lascia il suo precedente incarico di responsabile del Servizio Strategie e comunicazione di Banca Etica; vicepresidente è Elda dalla Bona, Referente dei soci di Banca Etica per l’Area Nord Est.
Il Consiglio di Indirizzo è composto da Marco Piccolo, Elda Dalla Bona, Andrea Baranes, Camilla Carabini, Adriana Lamberto Floristan, Pietro Ghetti, Luca Mattiazzi, Alessandro Messina, Giuditta Peliti, Francesca Rispoli, Soana Tortora. Primo incarico del Consiglio di Indirizzo è stata la nomina della Giunta Esecutiva, costituita dal Presidente, da Alessandro Messina (direttore generale di Banca Etica), Luca Mattiazzi (direttore generale di Etica Sgr), Giuditta Peliti, Referente dei soci di Banca Etica per l’Area Centro, e Camilla Carabini.

Ringrazio il mio predecessore Andrea Baranes per l’importante lavoro svolto con la Fondazione in questo ultimo mandato”, dice Marco Piccolo. – “Ci aspetta un autunno ricco di iniziative e progetti da realizzare. Col mese di ottobre consolidiamo i nostri rapporti con il prestigioso Istituto Universitario Europeo con sede a Fiesole, realizzando il 22 ottobre un workshop sul rapporto tra banche e clima “Banking on Climate: a path to Responsability”. Il 7 dicembre saremo ad Assisi, dove organizzeremo al Sacro Convento un convegno sull’enciclica Laudato Si e le sue implicazioni nel campo dell’economia e della finanza. È inoltre in redazione il 3° Rapporto sulla Finanza Etica e Sostenibile in Europa, che quest’anno si focalizzerà, per la prima volta, sugli investimenti socialmente responsabili in Europa e sulle esperienze di azionariato critico e attivo; il rapporto sarà presentato a Bruxelles presso il Consiglio Europeo.”

Fondazione Finanza Etica da 10 anni realizza attività di azionariato critico in Italia e in Europa attraverso la rete Shareholders for Change, costituita da 11 membri che investono in più di 23 mld € e rappresentano circa 140 mld € di patrimonio gestito; partecipa dal 2006 a oltre 20 campagne e reti italiane e internazionali; ha realizzato oltre 100 interventi didattici anche attraverso webinar e MOOC sui temi dell’educazione critica alla finanza; pubblica ricerche e studi a livello internazionale.
La Fondazione è proprietaria della testata “Valori”, sviluppatasi in un hub editoriale dell’intero Gruppo (www.valori.it): una piattaforma digitale nella quale si trovano notizie, informazioni, newsletter, infografiche, dati, dossier, video, materiale didattico sui temi della finanza e dell’economia.

Abbiamo anche cambiato la sede legale, che è a Firenze, in via dei Calzaiuoli 7

Il consiglio di indirizzo. Caratteristiche, durata, nomine

Ai sensi dell’art.11 dello Statuto della Fondazione, il Consiglio dura in carica tre esercizi e ogni componente può essere nominato per un massimo di tre mandati consecutivi.

Il consiglio è così composto:

  • un componente scelto dalla Direzione di Banca Etica > Alessandro Messina
  • un componente scelto dalla Direzione di Etica Sgr > Luca Mattiazzi
  • un componente scelto dai Portatori di valore – Aree Territoriali > Elda Dalla Bona
  • un componente scelto dai Portatori di valore – Soci Dipendenti > Pietro Ghetti
  • un componente scelto dai Portatori di valore – Soci di riferimento della Banca > Francesca Rispoli
  • un componente scelto dal Comitato Etico di Banca Etica > Soana Tortora
  • un componente scelto da Fundación Finanzas Éticas > Adriana Lamberto Floristan

La nomina degli altri componenti il Consiglio di Indirizzo spetta al Consiglio di Amministrazione di Banca Etica, sentiti gli altri soci fondatori della Fondazione; sono scelti tra gli appartenenti a realtà collegate al Gruppo.

Il CdA della Banca ha indicato: Marco Piccolo, Andrea Baranes, Camilla Carabini e Giuditta Peliti.

 

Il Consiglio di Indirizzo svolge una funzione di indirizzo culturale e politico, esprimendo e rappresentando le anime e i valori del Gruppo Banca Etica.

 

La giunta esecutiva. Caratteristiche, durata, nomine

Ai sensi dell’art. 15 dello Statuto della Fondazione, La Giunta Esecutiva è composta da cinque membri:

  • un membro indicato dalla Direzione di Banca Etica > Alessandro Messina
  • un membro indicato dalla Direzione di Etica Sgr > Luca Mattiazzi
  • tre membri, tra i quali il Presidente, nominati dal Consiglio di Indirizzo: Marco Piccolo, Camilla Carabini e Giuditta Peliti.

 

La Giunta Esecutiva ha poteri di amministrazione ordinaria e straordinaria. Amministra e delibera sugli investimenti del patrimonio della Fondazione e sulla destinazione dei suoi redditi e decide ogni iniziativa intesa al perseguimento degli scopi Statutari.

 

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Diamo “Lucha alla città” di Roma!

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Fondazione Finanza Etica sostiene la compagna  creazione di un Comitato di sostegno all’esperienza della casa delle donne Lucha y Siesta di Roma, attraverso una grande azione di azionariato popolare che tuteli l’esperienza di Lucha e la faccia crescere oltre le sue stesse mura.

La casa delle donne Lucha y Siesta è a rischio sgombero e distacco utenze dal 15 settembre.

Cosa fare quando le istituzioni non hanno più a cuore il benessere pubblico? Come mantenere comune un bene che produce valore in termini di benessere sociale? Quali alleanze sono necessarie per ricostruire la preminenza del valore sociale e relazionale contro quello finanziario e della rendita?

Le attività del Comitato saranno quelle di promuovere e diffondere i risultati raggiunti in 11 anni e favorire iniziative a sostegno e raccolte fondi con l’obiettivo di partecipare a una grande impresa: costruire un fondo che permetta di acquistare lo stabile di via Lucio Sestio 10.

L’obiettivo è enorme, sia per la cifra da raggiungere sia per la difficoltà di rapportarsi con un sistema che non è disposto a riconoscere una soggettività non misurabile solamente in termini economici e di profitto. È quindi necessario coinvolgere migliaia di persone che scelgano di prendere posizione.

Al Comitato hanno già aderito moltissime persone singole e associazioni tra cui Lea Melandri quale Presidente onoraria e Federica Giardini come Presidente; molti artisti, tra cui Rita Petruccioli, Zerocalcare, Lorenzo Ceccotti, Leo Ortololani e tanti altri si stanno rendendo disponibili a sostenere con le loro opere il crowdfunding online che partirà a breve. Ci siamo anche noi!

 

Il green New Deal parte dall’Europa e dalla finanza etica

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In un dibattito al Parlamento Europeo a Strasburgo lo scorso luglio, Ursula von der Leyen ha illustrato ai deputati le sue priorità politiche qualora venisse eletta Presidente della Commissione, impegnandosi a presentare, nei suoi primi 100 giorni di mandato, un piano per un “accordo verde per l’Europa” e una legge europea sul clima.
Blue Print. For Europe’s Just Transition rappresenta la risposta e una serie di proposte pronte e immediatamente attuabili.
Le ha redatte la campagna internazionale Un Green New Deal per l’Europa, sostenuta da una rete di organizzazioni fra cui DieM25, Action Aid, la New Economis Foundation e, per l’Italia, Fondazione Finanza Etica.
L’obiettivo è quello di Intrecciare gli obiettivi sociali dell’Europa con la giustizia ambientale, focalizzandosi su 3 grandi obiettivi:
1) decarbonizzare l’economia europea; 2) fermare la perdita di biodiversità e tornare a promuoverla; 3) garantire un’occupazione decente.
Come? Attraverso un massiccio intervento di finanza pubblica con i green bond della Banca Europea per gli Investimenti. Questi strumenti consentono alla BEI di raccogliere ingenti somme di denaro senza violare le norme fiscali europee.

>> QUI il report integrale, per ora in inglese e a breve in italiano.
>> QUI la sintesi, sempre per ora in inglese.

Nicoletta Dentico, vice-presidente della Fondazione, ne  ha parlato mercoledì 4 settembre su Radio3 a Tutta la Città ne parla. >>ASCOLTA<<  la puntata

 

[Foto Climate Strike, Fridays for Future di Magnus Hagdorn]