Imprese

Enel

Enel è una multinazionale italiana dell’energia, tra le più grandi al mondo. Fondata nel 1962, opera in vari settori energetici, con un forte focus sulla produzione e distribuzione di elettricità e gas.

È leader nel settore delle energie rinnovabili, con un impegno dichiarato verso “zero emissioni” entro il 2040. Guidata da Francesco Starace dal 2014 al 2023, Enel ha abbracciato una politica di decarbonizzazione ambiziosa e investe in tecnologie sostenibili. La società è attiva in molti paesi, con operazioni significative in Europa, America Latina e Nord America. Enel è riconosciuta per la sua trasformazione verso un futuro energetico più verde e sostenibile.

Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni di Enel nel 2007 e, dal 2008, partecipa alle assemblee della società per promuovere una transizione verso l’energia rinnovabile.

Inizialmente, ha collaborato con associazioni come ReCommon e Greenpeace Italia; ora lavora con la rete di investitori “SfC – Shareholders for Change,” in particolare con membri che possiedono azioni di Enel.

Nel corso degli ultimi 15 anni, la Fondazione ha criticato apertamente Enel, soprattutto sotto la guida dell’ex amministratore delegato Fulvio Conti. Le critiche hanno riguardato gli investimenti in carbone e nucleare e i progetti di dighe in Patagonia cilena. Tali critiche hanno ottenuto un certo impatto e hanno ricevuto sostegno da altre organizzazioni, campagne e persino da due vescovi, uno in Cile e uno in Guatemala.

Dal 2014, con il cambio di leadership e l’arrivo di Francesco Starace, Enel ha adottato una politica di decarbonizzazione ambiziosa, mirando a “zero emissioni” entro il 2040, diversamente dalla maggior parte delle altre società energetiche che puntano al “net zero” entro il 2050. Questo approccio più ambizioso è stato ben accolto dalla Fondazione. Sotto la guida di Starace, Enel è diventata una leader globale nel settore delle energie rinnovabili.

Parallelamente, la Fondazione ha modificato il suo approccio a Enel, passando da uno scontro iniziale a un dialogo costruttivo e alla cooperazione. Ha apprezzato i cambiamenti nelle politiche aziendali riguardanti il carbone in Colombia, la centrale del Mercure e l’approvvigionamento di moduli solari. Le richieste e le osservazioni della Fondazione hanno ottenuto risposte tempestive, impegni precisi e azioni concrete da parte di Enel.

Nel corso dell’assemblea della società, che si è tenuta a Roma nel maggio del 2023, abbiamo espresso preoccupazione per il cambiamento inatteso della governance, voluto dal governo Meloni. L’uscita di scena forzata di Francesco Starace e la nomina di un campione del petrolio e del gas come Paolo Scaroni è per noi un grande motivo di preoccupazione sugli obiettivi futuri della società. Come azionisti critici abbiamo chiesto ad Enel di continuare ad essere un esempio avanzato di transizione energetica. Allo stesso tempo monitoreremo con severità gli obiettivi di decarbonizzazione che Enel si è posta e torneremo allo scontro se necessario.

Enel è stata l’unica grande società italiana ad aver organizzato l’assemblea degli azionisti in presenza nel 2023. Le domande di Fondazione sono state quindi formulate sia in forma scritta, prima dell’assemblea, sia direttamente a voce, nell’ambito della discussione assembleare. Per tutte le altre imprese italiane, a causa della proroga del Decreto “Cura Italia”, è stato possibile inviare solo domande scritte a cui le imprese hanno risposto in forma scritta prima delle assemblee, che si sono svolte tutte a porte chiuse.

Endesa

Endesa è la più grande società di energia elettrica in Spagna, con una attività prevalentemente concentrata sul mercato interno. È controllata al 92% da Enel dal 2009. Le attività di produzione, distribuzione di energia elettrica e gas sono concentrate in Spagna, Portogallo, Marocco.
Utilizza centrali elettriche, termiche, nucleari, idroelettriche e a ciclo combinato

La partecipazione all’Assemblea degli Azionisti di Endesa mira a dare voce alle migliaia di persone che, nonostante siano in regola con il pagamento delle bollette della luce, subiscono tagli nell’approvvigionamento elettrico, con un grave impatto sulla loro vita quotidiana.

Alianza contra la Pobreza Energética e Fundación Finanzas Éticas hanno precedentemente sollevato domande a Endesa riguardo allo stato precario della rete di distribuzione e alla mancanza di investimenti e manutenzione in quartieri delle città dell’Andalusia e della Catalogna.

Il 28 aprile 2023, in occasione dell’Assemblea Generale degli Azionisti di Endesa, le organizzazioni Alianza contra la Pobreza Energética, Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA) e Fundación Finanzas Éticas hanno interrogato il Consiglio di Amministrazione dell’azienda riguardo alle misure concrete per evitare i continui tagli di energia elettrica che da anni colpiscono diverse zone dell’Andalusia.

Durante l’intervento, si è cercato di evidenziare la situazione di località come Granada, Siviglia, Almería, Iznalloz o Pinos Puente, molte delle quali hanno quartieri particolarmente vulnerabili e soffrono di interruzioni continue nell’approvvigionamento elettrico che possono arrivare fino a 12 ore al giorno. Allo stesso tempo, si è cercato di mettere in luce, attraverso esempi concreti, come i tagli di corrente incidano sulla salute delle persone e sulla loro vita quotidiana.

ENI

Eni S.p.A. è una società petrolifera multinazionale con sede in Italia. È una delle maggiori aziende italiane per fatturato (ricavi della gestione caratteristica pari a 132,24 miliardi di euro, in aumento del 73% rispetto ai 76,58 miliardi del 2022). Creata dallo Stato italiano come ente pubblico nel 1953 sotto la presidenza di Enrico Mattei, fu convertita in società per azioni nel 1992. È quotata in borsa dal 1995. Presente in 62 paesi con oltre 32 mila dipendenti nel 2022, Eni è attiva nei settori del petrolio, del gas naturale, della chimica, della produzione e commercializzazione di energia elettrica e di energia da combustibili fossili. Il principale azionista di Eni è lo Stato italiano, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti, con il 30,33%

L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica verso Eni è partito già nel 2008, in collaborazione con ReCommon, a cui si sono poi aggiunti Greenpeace Italia e Fondazione A Sud.

Eni è una delle maggiori compagnie petrolifere europee. Le principali critiche di Fondazione riguardano quindi lo stesso modello di business della società, orientato allo sfruttamento delle fonti fossili (gas e petrolio), con elevate emissioni di gas serra.

Nell’assemblea del 10 maggio 2023 Fondazione Finanza Etica ha posto più di cento domande ad Eni riguardo al suo piano di decarbonizzazione al 2050, agli investimenti nei biocarburanti e ai rischi ambientali e per i diritti umani dei suoi giacimenti in Italia e nel mondo. Le risposte, pervenute prima dell’assemblea, sono state in gran parte insoddisfacenti.

Fondazione Finanza Etica, rappresentando l’associazione A Sud, ha anche posto domande specifiche sulla presenza di Eni nei territori italiani, in particolare a Gela, in Sicilia, dove Eni ha chiuso il polo petrolchimico nel 2014 per sostituirlo con una bioraffineria. Tuttavia, uno studio condotto nel 2018 nel golfo di Gela ha rilevato perturbazioni negli ecosistemi marini dovute alle attività industriali, nonostante la bonifica svolta. Eni ha sostenuto la piena compatibilità ambientale delle sue nuove attività, basandosi sulle autorizzazioni ottenute nel tempo.

Il piano di decarbonizzazione di Eni è stato criticato per l’ampio ricorso alle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2, ancora in fase di sviluppo e oggetto di critiche internazionali. Nonostante ciò, Eni ha mantenuto la sua posizione.

Inoltre, la Fondazione ha sollevato domande sulla presenza di Eni in Iraq per conto dell’associazione Un Ponte Per, basandosi su una ricerca critica condotta sul campo. Questa ricerca mette in dubbio la promessa di Eni di creare sviluppo e stabilità in Iraq, anche se riserva l’80% dei posti di lavoro creati dall’estrazione di petrolio alla manodopera locale. Si è anche evidenziato che l’attività estrattiva di Eni può ridurre le quantità d’acqua disponibili e mettere a rischio la salute delle popolazioni locali. Eni ha risposto affermando che usa acqua non adatta agli usi civili e attribuendo i danni alla salute ad altre fonti di inquinamento, senza fornire dati precisi.

Generali

Generali è la maggiore impresa italiana di assicurazioni e fra le maggiori d’Europa. Il Gruppo opera anche nel settore finanziario con società possedute o controllate in ogni parte del mondo. Abbiamo iniziato l’ingaggio nel 2018, in occasione del dichiarato intervento di decarbonizzazione nella strategia di investimenti dell’impresa, chiedendo maggiore incisività e coerenza nella stessa. L’ingaggio si è poi esteso ad altri temi relativi alla governance (politiche di retribuzione del management, presenza di aziende del Gruppo in paesi a fiscalità agevolata, ecc.). Fondazione Finanza Etica ha collaborato con Re:Common e Greenpeace in questo intervento di azionariato critico.

Generali ha impegnato un disinvestimento di 2,2 miliardi di euro dalle imprese operanti nel settore delle fonti fossili, mantenendo però azioni in imprese nei paesi, come Polonia e Repubblica Ceca, in cui la produzione energetica dipende fortemente dal carbone. La richiesta comprende un impegno concreto per superare questa esclusione e il ritiro dai contratti di copertura assicurativa di centrali e miniere di carbone. La Fondazione ha inoltre sollecitato maggiore trasparenza e un legame più chiaro con fattori ESG nel calcolo della quota variabile della retribuzione del management dell’azienda, oltre a richiedere informazioni trasparenti sulle società del Gruppo presenti in paesi a fiscalità agevolata.

I risultati sono stati, fin dai primi anni, positivi. Generali ha accettato di ingaggiare direttamente le 8 imprese investite in Polonia e Repubblica Ceca per chiedere un effettivo impegno di riconversione verso le fonti rinnovabili; con l’impegno a disinvestire qualora l’ingaggio non avesse dato risultati o prospettive credibili. Ad oggi Generali ha disinvestito da 4 di quelle imprese, mentre sulle altre 4 sta continuando l’ingaggio per monitorare l’effettivo impegno di riconversione. Generali ha inoltre adottato trasparenti e misurabili indicatori ESG per il calcolo della parte variabile della retribuzione di tutto il management del Gruppo; i criteri e i risultati sono disponibili sul loro sito internet. Nell’ambito della politica fiscale, Generali ha redatto un Tax Transparency Report che pubblica annualmente sul sito e ha fornito dettagli sulle diverse società del Gruppo presenti in paesi problematici: Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, ecc. In un caso ha inserito in run-off una società da noi segnalata con sede nelle Isole Vergini Britanniche. In generale il dialogo con l’azienda è costante, improntato a trasparenza e reciproca fiducia e collaborazione.

H&M

H&M è un colosso multinazionale della moda a basso costo con sede in Svezia. Ha chiuso il 2022 con ricavi per ca. 21 miliardi di euro (il 6% in più rispetto al 2021). Oltre al brand H&M, controlla marchi come Weekday, & Other Stories, Cos e Monki.

Fondata da Erling Persson nel 1947, è ancora saldamente in mano alla famiglia Persson, che controlla il 77,3 % dei voti e il 53,4% delle azioni.

Dal 2019, Fondazione Finanza Etica, in collaborazione con la Clean Clothes Campaign europea, e due membri di SfC – Shareholders for Change, Meeschaert Asset Management (Francia) ed Ethius Invest (Svizzera), ha adottato un approccio critico nei confronti di H&M. Le critiche principali riguardano il mancato pagamento del salario di sussistenza ai subfornitori del Sud-Est Asiatico, la trasparenza limitata sui criteri sociali e ambientali per la remunerazione manager, il rispetto degli obiettivi climatici, la biodiversità e l’uso di cotone geneticamente manipolato.

Nell’assemblea del 4 maggio 2023, Fondazione Finanza Etica ha presentato una mozione chiedendo a H&M di divulgare la stima dell’esposizione al cotone geneticamente manipolato, valutare e rendere noti i rischi ambientali e sociali, fissare obiettivi precisi per ridurre l’esposizione al cotone geneticamente manipolato e aumentare l’approvvigionamento di cotone biologico.
La mozione è stata respinta durante il voto degli azionisti, con la famiglia Persson, detentrice dell’80% dei voti, esprimendosi contrariamente. H&M non ha divulgato informazioni sulla percentuale di voti favorevoli né sull’identità dei votanti, rivelando una mancanza di trasparenza.
Tuttavia, l’azionariato critico della Fondazione ha portato a risultati apprezzabili in passato, come la pubblicazione di criteri sociali e ambientali per la remunerazione manager e una maggiore trasparenza nella catena di approvvigionamento, soprattutto per quanto riguarda il cotone.

Solvay

Solvay Group è un’azienda belga che opera nel settore chimico e delle plastiche. È stata fondata nel 1863 da Ernest Solvay i cui eredi, tramite Solvec SA, la controllano (con il 30,81%). Negli ultimi anni l’assetto del gruppo è cambiato radicalmente: dalla cessione del pilastro farmaceutico all’acquisizione dell’azienda chimica Rhodia e alla creazione della nuova Solvay. In Italia è proprietaria di vari stabilimenti, tra cui quello di Rosignano Solvay (soda caustica, bicarbonato e carbonato di sodio). Solvay ha sede a Bruxelles e conta 22.000 dipendenti in 61 paesi. Il fatturato netto nel 2022 è di 13,4 miliardi di euro. È quotata su Euronext Bruxelles, Parigi e negli Stati Uniti. Solvac SA detiene il 30,81% del capitale di Solvay.

Nel 2021 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Solvay per portare all’attenzione dell’impresa il problema dell’inquinamento generato dallo stabilimento di Rosignano, in provincia di Livorno. Negli ultimi tre anni abbiamo inoltre inviato domande sulla catena di approvvigionamento di metalli e terre rare e sul piano di decarbonizzazione della società. L’engagement è stato sviluppato in collaborazione con la rete Shareholders for Change, con l’activist investor Bluebell Capital Partners e con la rete di azionisti critici britannica ShareAction.

Abbiamo inviato domande a Solvay prima delle assemblee del 2021, 2022 e 2023, in collaborazione con Meeschaert Asset Management, socio francese di Shareholders for Change. Ad esempio, abbiamo richiesto informazioni sulla sorveglianza della catena di approvvigionamento di metalli rari per minimizzare rischi sociali e ambientali. Riguardo all’impianto di Rosignano (Livorno), abbiamo chiesto quanto la società preveda di investire per la completa decontaminazione delle coste.
Sul tema della decarbonizzazione, abbiamo domandato se Solvay abbia l’intenzione di passare al 100% a fonti energetiche rinnovabili entro il 2050 e se si impegna a eliminare gradualmente la biomassa come fonte energetica, sia per la produzione diretta che indiretta di energia, al più tardi entro il 2050.

La società ha sempre negato contaminazioni al di fuori dello stabilimento di Rosignano. Inizialmente vaghe sul tema dei metalli rari, le risposte sono diventate più dettagliate nel tempo, in risposta a domande specifiche. Due fornitori di metalli rari non hanno soddisfatto gli standard socio-ambientali, ma uno ha migliorato il suo punteggio. Il secondo è stato incentivato a migliorare con l’assistenza di un esperto esterno, con un piano d’azione per il 2023; in mancanza di progressi sufficienti, la società potrebbe interrompere la collaborazione.
La società ha dettagliato il proprio piano di decarbonizzazione e confermato l’impegno per l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili. ShareAction ha concluso l’engagement su questo tema in quanto ritenuto soddisfacente.

Leonardo

Leonardo S.p.A. è un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. La società (nota con il nome di Finmeccanica fino al 2016) è quotata in borsa dal 1993. Il suo maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze italiano, che possiede una quota pari al 30,2%.

Ha chiuso il 2022 con un fatturato pari a 14,7 miliardi di euro; il portafoglio ordini è di 17,3 MLD di euro. Impiega oltre 50.000 persone, di cui 32.000 negli stabilimenti e uffici italiani.

A partire dai primi anni duemila Finmeccanica si è progressivamente liberata di una serie di comparti civili ritenuti non strategici: l’automazione industriale, la robotica, la microelettronica, l’energia e, più tardi, il trasporto ferroviario. Come evidenziano i bilanci della società, ancora nel 2013 il fatturato prodotto dalle attività in campo civile era pari al 50,4% del totale. Oggi (dato ai primi 6 mesi del 2023) i ricavi dal settore civile sono pari ad appena il 17% (nel 2022 era il 27%), con l’83% del fatturato proviene dal settore militare/governativo.

Abbiamo iniziato l’attività di azionariato critico su Leonardo nel 2018. In collaborazione con Rete italiana Pace e Disarmo, di cui Fondazione è socia.
A partire dai primi anni duemila Finmeccanica si è progressivamente liberata di una serie di comparti civili ritenuti non strategici: l’automazione industriale, la robotica, la microelettronica, l’energia e, più tardi, il trasporto ferroviario. Come evidenziano i bilanci della società, ancora nel 2013 il fatturato prodotto dalle attività in campo civile era pari al 50,4% del totale. Oggi (dato ai primi 6 mesi del 2023) i ricavi dal settore civile sono pari ad appena il 7%1 (nel 2022 era il 27%), con l’83% del fatturato proviene dal settore militare/governativo.

Fin dall’inizio le nostre richieste si sono rivolte allo spostamento della quota di fatturato il fatturato di Leonardo SpA dal settore civile a quello militare, chiedendo maggiore trasparenza su destinazioni e materiali d’armamento esportati. Anche cercando di avere informazioni che consentissero di riempire i vuoti e le carenze che l’impostazione della Relazione del Governo al Parlamento relativa alla L.185/90 presentava.
La Fondazione ha inoltre chiesto chiarimenti sulla partecipazione di Leonardo a programmi di armi nucleari e sulla collaborazione con università italiane e attività di fondazioni interne al Gruppo.
I risultati dell’engagement con Leonardo sono stati del tutto insoddisfacenti, sia sul piano delle risposte alle nostre richieste e agli obiettivi. Nel 2022 la percentuale del fatturato militare di Leonardo è stata dell’83%, a fronte del 73% nel 2020, del 72% nel 2019 e del 68% nel 2018. In relazione alla partecipazione di Leonardo nei programmi di produzione di armi nucleari, le risposte della società sono state evasive, confuse, contraddittorie. L’orientamento è rivolto a sostenere che la società non sia implicata in tali produzioni in quanto parte di un consorzio che realizza solo il vettore, cioè il missile, e non la testata nucleare. Ma, ormai, sembra acclarato che, sia per la produzione di missili che per la produzione di parti di cacciabombardieri adatti al trasporto di bombe con testata nucleare, la società è decisamente implicata nella produzione di questi materiali d’armamento controversi. In generale la società evita di rispondere alle nostre domande accampando motivi di sicurezza nazionale, di strategie commerciali o comunque di indisponibilità alla disclosure su questi temi.

Rheinmetall

Rheinmetall AG è un gruppo tedesco quotato in borsa che produce armamenti e componenti per automobili. Ha sede a Düsseldorf. Il fatturato totale nel 2022 è stato pari a 6,4 miliardi di euro. Impiega circa 25.000 persone, di cui circa la metà in Germania. È una società ad azionariato diffuso senza un vero e proprio azionista di controllo. Uno dei principali azionisti è il fondo sovrano del governo norvegese, che detiene il 2,21% del capitale dell’impresa (al 31/12/2022).

Nel 2017 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Rheinmetall per partecipare alle assemblee degli azionisti dell’impresa. L’ha fatto su proposta della Rete Italiana Pace e Disarmo e del Comitato per la Riconversione di RWM Italia (la controllata italiana dell’impresa). A partire dal 2018 l’attività di azionariato critico su Rheinmetall è stata effettuata anche in collaborazione con il socio tedesco di Shareholders for Change Bank für Kirche und Caritas, e con la rete di azionisti critici tedeschi Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre.
L’azionariato critico su Rheinmetall ha lo scopo di denunciare la produzione di bombe nello stabilimento italiano di Domunsnovas. Le bombe, esportate in Arabia Saudita, vengono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra civile, senza legittimazione internazionale, che conta ormai migliaia di vittime tra la popolazione civile.

L’engagement con Rheinmetall si concentra su due aspetti principali. In primo luogo, l’esportazione di armi verso Paesi in guerra e/o che sistematicamente violano i diritti umani. In secondo luogo, c’è la richiesta di riconversione a scopi civili dello stabilimento di Domusnovas in Sardegna.
Fondazione Finanza Etica e altri azionisti critici collaborano evidenziando che, oltre all’aspetto etico, esportare armi verso Paesi con violazioni dei diritti umani comporta rischi finanziari, esponendo la società a possibili sanzioni.

Lo scontro con l’impresa in assemblea è sempre stato molto duro. Da parte di Rheinmetall non c’è mai stata disponibilità al dialogo. L’impresa continua a ripetere che la produzione ed esportazione di armamenti viene fatta nel pieno rispetto delle leggi nazionali dei Paesi in cui opera. Rheinmetall ribadisce di essere fiduciosa sulla risoluzione positiva di tutti procedimenti legali a suo carico in Italia, sui quali gli azionisti critici hanno più volte richiamato l’attenzione.
Dal momento che l’impresa non ha mai dato segnali di voler dialogare con gli azionisti critici, abbiamo deciso di fare azionariato critico sui principali azionisti dell’impresa, tra cui il fondo sovrano norvegese, che detiene il 2,50% del capitale di Rheinmetall. Grazie a un’azione di pressione sul fondo norvegese, mediata da associazioni per i diritti umani locali e con la collaborazione degli azionisti critici tedeschi, il comitato etico del fondo ha deciso di introdurre criteri più severi per gli investimenti in armamenti. In futuro, tali criteri potrebbero portare all’esclusione dal portafoglio del fondo di Rheinmetall.

ThyssenKrup

Il gigante dell’acciaio tedesco ThyssenKrupp genera circa il 4,5% del suo fatturato totale (1,8 miliardi di euro su un totale di 41 miliardi di euro nel 2022) con le armi, attraverso la sua unità aziendale ThyssenKrupp Marine Systems. Tra le altre cose, Marine Systems sviluppa e produce sottomarini, fregate e corvette. Alcuni di questi sistemi militari sarebbero stati venduti a Paesi come l’Egitto e la Turchia, presumibilmente coinvolti in abusi dei diritti umani e conflitti armati contrari al diritto internazionale.

Alla fine del 2020 Fondazione Finanza Etica ha acquistato una azione di ThyssenKrupp per fare engagement con l’impresa e partecipare alle assemblee degli azionisti. L’ha fatto su proposta del socio fondatore di Shareholders for Change, Bank für Kirche und Caritas (BKC), una banca cattolica tedesca. La prima lettera a ThyssenKrupp è stata spedita nell’ottobre del 2020, per fare domande sulle esportazioni militari dell’impresa. L’engagement con ThyssenKrupp ha l’obiettivo finale di spingere l’impresa a liberarsi del suo ramo militare, che non è strategico ed è associato a gravi rischi di violazione dei diritti umani. A BKC e Fondazione Finanza Etica si è poi aggiunto un terzo membro di SfC: la società di investimenti francese Sanso IS.

La divisione armamenti di ThyssenKrupp esporta navi militari in zone di crisi e guerra, vendendo sottomarini e fregate a Paesi come Turchia ed Egitto, coinvolti in conflitti contrari al diritto internazionale o governati da autocrati accusati di violazioni dei diritti umani. Un altro punto di engagement riguarda la produzione di sistemi d’arma adattabili per testate nucleari.
Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.

Il dialogo con ThyssenKrupp, in collaborazione con Shareholders for Change, è stato ampio ma non soddisfacente rispetto alle aspettative di Fondazione Finanza Etica. Nonostante la partecipazione a incontri e l’invio di rappresentanti alle assemblee degli azionisti, l’azienda ha minimizzato le preoccupazioni sui diritti umani legate alle pratiche di esportazione di armamenti, senza impegnarsi a interrompere tali esportazioni in zone di conflitto.
Durante l’assemblea del 2023, ThyssenKrupp ha risposto a molte domande, ma ha evitato di chiarire se attualmente sta conducendo ricerche su sistemi d’arma autonomi. Le risposte fornite non sono risultate soddisfacenti, poiché l’azienda si limita a rispettare i limiti stabiliti dalla legge federale tedesca senza riconoscere la necessità di verifiche aggiuntive sui diritti umani.
Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca a settembre, Thyssenkrupp starebbe cercando di vendere il suo ramo di produzione militare. La Fondazione continuerà a esercitare pressioni affinché questa prospettiva si concretizzi.

Fincantieri

Fincantieri S.p.A. è un’azienda italiana operante nel settore della cantieristica navale ed è il più importante gruppo navale d’Europa. Già di proprietà dell’IRI fin dalla sua fondazione, è oggi controllata 71,3% da CdP Industria, finanziaria di Cassa depositi e prestiti. La società è quotata alla Borsa di Milano nell’indice FTSE Italia Mid Cap.

L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica è svolto in collaborazione con Rete italiana Pace e Disarmo. Il comparto militare di Fincantieri SpA è in sensibile crescita e la società opera su diversi mercati internazionali.

La Fondazione ha richiesto spiegazioni sulla modalità di svolgimento dell’Assemblea, sottolineando la limitazione alla partecipazione solo tramite rappresentante designato. Tale restrizione è stata considerata in contrasto con quanto dichiarato nella relazione sul governo societario, dove si afferma che Fincantieri adotta “forme di dialogo aperte e trasparenti con la generalità dei propri azionisti”. Il focus dell’engagement della Fondazione è stato sulla governance, con attenzione alle deleghe esecutive al presidente e alle competenze del consigliere del CdA di recente nomina. Inoltre, sono stati affrontati temi legati al modello di business, con una percezione di orientamento sempre più marcato verso il settore militare, e alla politica di remunerazione. La Fondazione ha inoltre sollevato questioni su infortuni sul lavoro, la vendita delle fregate FREMM all’Egitto, il fatturato militare e l’export. Sono state richieste informazioni dettagliate sui paesi clienti, le tipologie di prodotti e il fatturato. Infine, sono state esaminate le politiche fiscali di alcuni clienti rilevanti, come la Marina militare USA e il Wisconsin.

Complessivamente, le risposte di Fincantieri si caratterizzano per la loro vacuità e superficialità. Per 6 domande, la società utilizza la formula “la Società non fornisce questo tipo di dettaglio”, senza motivare il diniego. In molti casi, le risposte rimandano a documenti pubblici già analizzati, generici e che hanno stimolato ulteriori domande di chiarimento.
La società evita di fornire dati specifici richiesti, ad esempio, per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, le risposte si basano su intendimenti generici. Emerge una chiara spinta verso il settore militare, supportata da dati numerici macroscopici, seguendo una tendenza simile a quanto già avvenuto negli anni passati con Leonardo SpA.
L’esportazione di prodotti militari si orienta sia verso paesi dell’Alleanza Atlantica (come gli USA) sia extra-NATO, presentando problematiche legate ai diritti umani e civili, come nel caso dell’Egitto.

ACEA

ACEA, nata nel 1909 come AEM a servizio di Roma, nel 1937 amplia il ruolo gestendo gli acquedotti comunali e costruendo l’acquedotto del Peschiera. Quotata al Mercato Telematico Azionario, acquisisce la rete Enel a Roma. Si espande in Campania e Toscana gestendo servizi idrici integrati. Entra nel trattamento dei rifiuti, diventando primo operatore italiano con 9 milioni di utenti. Dominante nella distribuzione energetica con oltre 9 TWh distribuiti, è tra i leader nazionali nella generazione da fonti rinnovabili con 600 GWh. Nel mercato energetico, vende circa 8 TWh. Leader nel Waste Management con 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti gestiti. In America Latina, 4 sue società servono circa 10 milioni di abitanti. Nei servizi ingegneristici, svolge 395.162 analisi sulle acque potabili e 177.311 sulle acque reflue, affermandosi tra i principali operatori in Italia.

L’engagement su ACEA è iniziato in collaborazione con il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sulla scia del referendum per l’acqua pubblica. ACEA SpA è un gruppo imprenditoriale pubblico-privato operativo nell’ambito delle utility (acqua, energia, rifiuti).

Da sei anni, ingaggiamo Acea SpA con l’obiettivo di chiedere impegni misurabili e verificabili. Il focus è sul miglioramento dell’efficienza della gestione idrica, con particolare attenzione alla riduzione delle perdite. Parallelamente, puntiamo ad aumentare l’installazione di impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili.
Il nostro impegno si estende anche alla promozione della trasparenza e misurabilità della politica di remunerazione del management. Inoltre, ci proponiamo di rafforzare la solidità finanziaria dell’intero Gruppo.

La Fondazione ha interrogato il management dell’impresa sulle motivazioni dietro la decisione di tenere l’Assemblea degli azionisti “a porte chiuse”, tramite il rappresentante designato. Tuttavia, l’azienda ha evitato di rispondere ripetendo i contenuti della domanda e dichiarando di aver sfruttato una possibilità offerta dalla normativa.
Le domande sulla situazione finanziaria del Gruppo, compresi contributi pubblici, politica dei dividendi e risorse destinate come contributo solidaristico straordinario, non hanno ricevuto risposte esaustive e puntuali.
Più interessanti sono state le risposte relative alle perdite idriche occulte, dove i dati forniti dimostrano un impegno effettivo dell’azienda (Acea Ato 2: 87,8 mln.€ nel 2022. Acea Ato5: 15,74 mln.€) per ridurle in termini significativi (Acea Ato 2: -17,2% rispetto al 2019. Acea Ato5: 24%) e comunque ad una programmazione di questi interventi.
Allo stesso modo, sono risultate positive le risposte sulla misurazione del customer satisfaction index.