Imprese

ACEA

ACEA, nata nel 1909 come AEM a servizio di Roma, ha ampliato il suo ruolo nel 1937 gestendo gli acquedotti comunali e costruendo l’acquedotto del Peschiera. Quotata al Mercato Telematico Azionario, ha acquisito la rete Enel a Roma.
ACEA ha consolidato la propria presenza nel servizio idrico integrato in Lazio, Campania, Toscana, Umbria, Molise, Abruzzo e Liguria, ampliando anche le attività nel settore ambientale e del trattamento dei rifiuti. Oggi è il principale operatore idrico italiano, con circa 10 milioni di abitanti serviti in otto regioni. In America Latina, il Gruppo opera in Perù, Honduras e Repubblica Dominicana, dove fornisce servizi idrici a oltre 10 milioni di persone attraverso le proprie società controllate e partecipate. 

Nel 2025 ACEA ha raggiunto risultati ai massimi storici. I ricavi consolidati sono aumentati a 2,99 miliardi di euro (+3,2% rispetto al 2024), trainati soprattutto dalle attività regolamentate, che rappresentano l’88% del totale. Gli investimenti lordi hanno toccato il nuovo record di 1,53 miliardi di euro (+6,4%), con l’89% dei capitali destinato ai business regolamentati, in particolare allo sviluppo delle reti idriche ed elettriche e al potenziamento degli impianti nel settore ambientale.

L’engagement su ACEA è iniziato nel 2017 in collaborazione con il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sulla scia del referendum per l’acqua pubblica.  Negli anni abbiamo rivolto domande critiche, in particolare sulla gestione delle controllate nel comparto acqua e sui mancati investimenti nello sviluppo e manutenzione degli acquedotti. 

Anche nel 2026 l’assemblea di Acea si è svolta a porte chiuse.Fondazione Finanza Etica ha presentato quindi una serie di domande scritte prima dell’assemblea, concentrandosi su cinque temi principali: la partecipazione degli azionisti alle assemblee, i grandi investimenti infrastrutturali nel servizio idrico, la riduzione delle perdite di rete, gli strumenti di procurement sostenibile e le recenti sanzioni del Garante Privacy nei confronti di Acea Energia.
Ampio spazio è stato dedicato ai principali investimenti nelle infrastrutture idriche. Per il progetto del raddoppio del Peschiera, Acea ha confermato la conclusione dell’iter autorizzativo, precisando che la gara è in fase di aggiudicazione, che la progettazione esecutiva dovrebbe partire entro il terzo trimestre del 2026 e che il cronoprogramma risulta rispettato. La società ha inoltre confermato un costo complessivo di circa 1,4 miliardi di euro e ha escluso l’esistenza di ulteriori contributi pubblici oltre a quelli già previsti. Sull’Acquedotto Marcio, invece, Acea ha comunicato un avanzamento dei lavori pari al 92%, confermando il rispetto delle scadenze del PNRR e precisando che sono stati mantenuti i contributi PNRR, mentre non risultano confermati il Fondo Opere Indifferibili né ulteriori finanziamenti pubblici. 

Alle domande sulla riduzione delle perdite idriche la società ha fornito risposte dettagliate, illustrando gli investimenti realizzati attraverso il progetto PNRR per la digitalizzazione delle reti. Acea ha sottolineato il rinnovo di circa 113 km di rete e una riduzione delle perdite idriche del 13% nelle aree interessate, oltre a una significativa diminuzione dei consumi energetici. Anche sul procurement sostenibile le risposte sono risultate relativamente complete.

Il capitolo più delicato ha riguardato le due sanzioni inflitte dal Garante Privacy ad Acea Energia nel 2025 e nel 2026 per telemarketing aggressivo, contratti non richiesti e carenze nei controlli sulle reti commerciali. Fondazione Finanza Etica aveva chiesto chiarimenti sulle responsabilità manageriali, sull’efficacia dei controlli, sui sistemi incentivanti e sull’attuazione delle misure correttive. Acea ha fornito un’unica risposta cumulativa, ricordando la cessione di Acea Energia a ENI Plenitude, nell’aprile del 2026, e illustrando le misure organizzative adottate prima della vendita.
Sono invece rimasti senza una risposta puntuale temi quali le eventuali responsabilità interne, i provvedimenti disciplinari, gli indicatori di monitoraggio delle reti commerciali, l’introduzione di KPI sulla compliance e la rendicontazione dei reclami privacy. Le risposte sono quindi risultate in larga misura generiche e solo parzialmente rispondenti alle domande poste.

Negli ultimi tre anni il dialogo con ACEA ha conosciuto un netto miglioramento. Pur restando aperte alcune criticità  – in particolare il livello ancora elevato delle perdite idriche e il ruolo degli azionisti privati nella governance – l’azienda riconosce oggi Fondazione Finanza Etica e la rete Shareholders for Change come interlocutori competenti e autorevoli. ACEA si è dimostrata disponibile a organizzare incontri con la Fondazione prima dell’assemblea, coinvolgendo manager di primo piano per approfondire i temi ambientali, sociali e di governance più rilevanti.

Nel 2025 l’attività di engagement con ACEA si è articolata in due momenti principali: una call pre-assembleare con il management del gruppo, in cui sono stati affrontati i temi di governance, gestione delle risorse idriche, investimenti, trasparenza climatica e politica dei dividendi; e la presentazione di domande scritte all’assemblea degli azionisti. Le questioni sollevate hanno riguardato in particolare i grandi progetti infrastrutturali sugli acquedotti, le perdite idriche, l’andamento delle tariffe, gli investimenti in rinnovabili, la sostenibilità della catena di fornitura e le competenze ESG del consiglio di amministrazione.

 

Acquedotti e perdite idriche

Ampio spazio è stato dedicato al raddoppio dell’acquedotto del Peschiera e al nuovo acquedotto Marcio: tempi di avvio dei lavori, costi aggiornati e fonti di finanziamento aggiuntive. È stata inoltre sollevata una questione di conflitto di interessi sull’assegnazione degli appalti a Eteria, consorzio legato alla famiglia Caltagirone, azionista di ACEA.

Sul fronte ambientale, la Fondazione ha chiesto dati aggiornati sulle perdite idriche. L’azienda ha dichiarato che nel 2024 le perdite a livello aggregato si sono ridotte al 44,7% (dal 46,7% del 2023). Per Acea Ato 2 (Roma) le perdite sono scese al 39,2%, mentre in Acea Ato 5 (Frosinone) restano molto elevate, al 62,8%.

Valutazione: un miglioramento, ma il livello delle perdite idriche resta critico, soprattutto in alcune aree.

Tariffe e dividendi

Fondazione Finanza Etica ha chiesto se l’aumento delle tariffe idriche nell’ATO 2 Lazio Centrale Roma fosse legato alla necessità di sostenere la distribuzione di dividendi. La società ha risposto che l’incremento 2024 è conseguenza del nuovo regolamento ARERA, in un contesto di alti tassi di interesse, e non è correlato ai dividendi.

Valutazione: la risposta appare plausibile, ma resta importante monitorare il bilanciamento tra sostenibilità sociale delle tariffe e remunerazione degli azionisti.

Investimenti e governance ESG

Prima dell’assemblea degli azionisti del 29 aprile 2025, la Fondazione ha inviato ulteriori domande su investimenti in fonti rinnovabili, procurement sostenibile e governance ESG. ACEA ha confermato l’obiettivo di raggiungere entro il 2028 una produzione energetica composta per circa il 90% da fonti rinnovabili. Sul fronte della governance, l’azienda ha indicato i membri del CdA con competenze ESG e ha illustrato le attività formative svolte nel 2024 per rafforzare tali competenze.

Valutazione: risposte puntuali e articolate, che mostrano progressi concreti e maggiore attenzione alle competenze ESG nella governance.

Dialogo e disponibilità

Negli ultimi due anni il dialogo con ACEA ha conosciuto un netto miglioramento. L’azienda si dimostra oggi disponibile a organizzare incontri con la Fondazione prima dell’assemblea, coinvolgendo manager di primo piano per discutere temi sociali, ambientali e di governance.

Valutazione: le risposte sono state chiare, in buona parte soddisfacenti, e denotano una attitudine dell’impresa a stabilire un confronto aperto e non reticente con la Fondazione.

Il confronto con ACEA è stato nel 2024 molto articolato. In occasione dell’AGM (svoltasi “a porte chiuse”) abbiamo rivolto 28 domande al management dell’azienda, articolate in 6 diversi argomenti: le modalità “a porte chiuse” di svolgimento dell’assemblea e del confronto con gli azionisti; la politica di proprietà della società da modellarsi sulle linee guida stabilite dall’OCSE sul governo societario delle imprese pubbliche; la responsabilità sociale dell’azienda in particolare sul caso dell’Amministratore Delegato Fabrizio Palermo accusato di aver tenuto “atteggiamenti sessisti e umilianti” verso alcune dipendenti della società”; la governance dell’azienda e sui possibili conflitti d’interesse derivanti dalla posizione di alcuni consiglieri di amministrazione all’interno dei vari Comitati di Acea; le politiche di remunerazione; le politiche sul sistema idrico. A fronte di risposte in misura consistente non soddisfacenti o dichiarate non pertinenti all’odg dell’Assemblea, la Fondazione ha avanzato ulteriori domande successive all’AGM e richiesto ed ottenuto un ulteriore incontro (svoltosi presso la sede romana di ACEA il 2 luglio), a seguito del quale abbiamo ottenuto risposte scritte ad ulteriori domande. Il confronto è apparso in tal modo complessivamente molto ampio, registrando una buona disponibilità a fornire chiarimenti, punti di vista e informazioni più dettagliate su tutti gli argomenti toccati. Su alcuni di questi non abbiamo registrato una convergenza o comunque una soddisfazione alle nostre richiesta (restando aperte le domande sulla governance e sul conflitto d’interesse), ma su molti altri (i diversi interventi infrastrutturali come l’ammodernamento del sistema idrico del Peschiera) le risposte sono state chiare, in buona parte soddisfacenti e certamente denotano un’attitudine della società a stabilire un confronto e un dialogo aperti e non reticenti con la Fondazione

Da sei anni, ingaggiamo Acea SpA con l’obiettivo di chiedere impegni misurabili e verificabili. Il focus è sul miglioramento dell’efficienza della gestione idrica, con particolare attenzione alla riduzione delle perdite. Parallelamente, puntiamo ad aumentare l’installazione di impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili.
Il nostro impegno si estende anche alla promozione della trasparenza e misurabilità della politica di remunerazione del management. Inoltre, ci proponiamo di rafforzare la solidità finanziaria dell’intero Gruppo.

Adidas

Fondata nel 1949 da Adolf “Adi” Dassler a Herzogenaurach, in Germania, Adidas è una delle principali aziende mondiali nel settore dell’abbigliamento, delle calzature e delle attrezzature sportive.
Nel 2025, Adidas ha registrato ricavi record pari a 24,8 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto al 2024 in termini nominali (e del 10% a cambi costanti). La crescita è stata trainata dall’aumento delle vendite in tutte le aree geografiche e in tutti i canali, con una performance particolarmente positiva nelle calzature (+12%) e nell’abbigliamento (+15%).

Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Adidas nel 2024 e ha partecipato per la prima volta all’assemblea degli azionisti dell’impresa a Fürth, vicino a Norimberga. Il 7 maggio del 2026 ha partecipato all’assemblea in presenza per la terza volta. 

Fino al 2025 l’attività di azionariato critico con Adidas è stata svolta in collaborazione con la Clean Clothes Campaign (in Italia Campagna Abiti Puliti) e con la federazione degli azionisti critici tedeschi DKAA, con lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro dei subfornitori del gruppo, in particolare nel Sud-Est-Asiatico. 

Nel 2026, l’engagement con Adidas è stato sviluppato nell’ambito di Shareholders for Change (sempre con il supporto del DKAA). L’attività si è concentrata sulla trasparenza fiscale e sui rischi fiscali del gruppo, sulla base di un’analisi realizzata da Shareholders for Change che ha valutato il profilo di rischio fiscale di alcune tra le principali società europee nel periodo 2020-2025, utilizzando indicatori quantitativi e qualitativi relativi alla trasparenza, alla governance fiscale e ai potenziali rischi di natura tributaria.

L’engagement sulle condizioni di lavoro nella catena di fornitura del Sud-Est asiatico (nel 2024 e 2025) non ha prodotto risultati concreti. Pur mantenendo un dialogo aperto con gli investitori, Adidas ha respinto le principali richieste avanzate da Fondazione Finanza Etica e dalla Clean Clothes Campaign, escludendo sia l’istituzione di un fondo di garanzia sia un aumento del prezzo FOB ai fornitori per finanziare il pagamento delle indennità di fine rapporto ai lavoratori.

Nel 2026 l’engagement si è concentrato sulla trasparenza fiscale. In assemblea, Adidas ha fornito solo risposte parziali alle domande presentate dagli investitori. Per questo motivo Fondazione Finanza Etica e Shareholders for Change hanno deciso di proseguire formalmente il dialogo inviando una nuova serie di quesiti alla società, chiedendo ulteriori chiarimenti sul futuro livello di trasparenza del Country-by-Country Reporting, sulla riduzione degli accantonamenti per rischi fiscali e doganali, sulle Uncertain Tax Positions, sulle attività fiscali differite e sull’impatto della minimum tax globale (OECD Pillar Two).

Fondazione Finanza Etica ha partecipato per la seconda volta all’assemblea generale di Adidas, motivata dalle preoccupazioni sollevate dalla campagna internazionale #PayYourWorkers, sostenuta dalla Clean Clothes Campaign e da numerose organizzazioni sindacali e della società civile.

 

Indennità di fine rapporto e fondo di garanzia

La campagna chiede ad Adidas, così come ad altri grandi marchi del settore (Nike, Hugo Boss, ecc.), di istituire un fondo di garanzia per assicurare il pagamento delle indennità di fine rapporto ai lavoratori impiegati dai subappaltatori in paesi privi di sistemi di protezione sociale adeguati. La richiesta nasce da una criticità strutturale del settore: i lavoratori rischiano di restare privi di tutele in caso di chiusura improvvisa degli stabilimenti o di fallimento dei fornitori. Già nel 2024 Adidas aveva dichiarato che un fondo di garanzia non fosse realizzabile, attribuendo la responsabilità ai fornitori. Tuttavia, si era dimostrata almeno informalmente aperta a valutare soluzioni alternative, come un aumento del prezzo FOB (Free On Board), cioè il prezzo che il brand paga al fornitore per ciascun capo al momento della spedizione dalla fabbrica. Si tratta del valore “alla porta della fabbrica”, che copre i costi di produzione (materiali, manodopera, spese generali, margine del fornitore). Un aumento del FOB significherebbe riconoscere ai fornitori più risorse economiche, che potrebbero essere destinate anche a coprire le indennità di fine rapporto dei lavoratori.

Domande e risposte in assemblea

In assemblea, Fondazione Finanza Etica ha chiesto come fosse possibile avviare un percorso concreto, insieme a ONG e sindacati, per arrivare a un aumento del FOB. Adidas ha ribadito la propria disponibilità al dialogo, ma le risposte si sono rivelate insoddisfacenti: l’azienda ha chiarito di non avere intenzione di aumentare il FOB pagato ai fornitori. Inoltre, ha indicato come priorità attuale la gestione della “guerra dei dazi” con gli Stati Uniti, sottolineando che l’obiettivo principale, nel contesto globale complesso, sia quello di non rescindere i contratti con i fornitori.

Valutazione: sebbene l’azienda si mostri aperta al dialogo, non ha ancora dato segnali concreti di voler affrontare in modo strutturale la questione delle indennità di fine rapporto, rinviando la responsabilità ai fornitori e privilegiando altre priorità strategiche.

Nel corso dell’assemblea 2024 abbiamo chiesto ad Adidas di aderire all’iniziativa #payyourworkers (paga i tuoi lavoratori), promossa dalla Clean Clothes Campaign (CCC). CCC chiede che sia creato un fondo di garanzia per pagare le indennità di licenziamento ai lavoratori impiegati dai subfornitori (nei Paesi in cui non esistono ammortizzatori sociali). Il fondo sarebbe finanziato tramite un contributo dello 0,5% del valore ‘Free on Board’ (FOB) delle merci. Il valore FOB indica il costo totale delle merci al momento del loro caricamento per il trasporto, escludendo eventuali spese successive come assicurazione e trasporto.
Per Adidas, questo significherebbe un contributo di 26,78 milioni di dollari al fondo di garanzia. Una cifra che rappresenta appena lo 0,125% dei suoi ricavi per il 2023, pari a 21,427 miliardi di euro.
L’impresa si è dimostrata disponibile al dialogo ma ha spiegato che non può aderire all’iniziativa di CCC, perché la responsabilità sulle indennità di licenziamento è dei subfornitori e dei Paesi in cui questi hanno sede. L’impresa, almeno informalmente, in uno scambio con gli azionisti critici a margine dell’assemblea si è dimostrata però aperta ad altre soluzioni.

Airbus

Airbus è il principale gruppo aerospaziale europeo. Costituito come società europea (SE), ha sede legale nei Paesi Bassi e una presenza industriale in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Opera nei settori dell’aviazione commerciale, degli elicotteri, della difesa e dello spazio, fornendo prodotti, servizi e soluzioni a clienti civili e militari in tutto il mondo.
Nel 2025, Airbus ha registrato ricavi pari a 73,4 miliardi di euro, in crescita del 6% rispetto all’anno precedente, trainati dall’aumento delle consegne di aeromobili commerciali, dalla crescita delle attività nel settore degli elicotteri e dal forte andamento della divisione Difesa e Spazio .Il Gruppo Airbus ha raggiunto un totale di 174.323 dipendenti a livello globale nel 2025. 

Nel 2026, in coerenza con la campagna promossa da Etica Sgr insieme alla coalizione internazionale Stop Killer Robots per sostenere l’adozione di una regolamentazione internazionale giuridicamente vincolante sui sistemi d’arma autonomi e garantire il mantenimento di un controllo umano significativo (meaningful human control) in tutte le decisioni relative all’uso della forza, Fondazione Finanza Etica ha introdotto per la prima volta questo tema nella propria attività di engagement con le imprese del settore difesa con cui svolge storicamente attività di azionariato critico.
Parallelamente, in collaborazione con il Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre (DKAA), la federazione degli azionisti critici tedeschi, le stesse domande sono state sottoposte anche nel corso delle assemblee annuali di imprese tedesche del settore difesa che normalmente non rientrano tra i target dell’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica: Airbus e Renk.

L’engagement con Airbus si è concentrato sulle armi autonome e l’uso dell’intelligenza artificiale. Le risposte di Airbus alle domande di Fondazione Finanza Etica, formulate dal DKAA nel corso dell’assemblea, contengono alcuni elementi positivi, in particolare il riconoscimento che gli esseri umani dovrebbero rimanere parte del processo decisionale e che l’intelligenza artificiale deve restare sotto controllo umano. Tuttavia, le affermazioni dell’impresa restano generiche e non verificabili: Airbus non ha indicato una policy aziendale pubblica che escluda lo sviluppo di sistemi human-out-of-the-loop, né ha chiarito in modo dettagliato il grado di autonomia dei propri sistemi senza equipaggio o basati su IA.

La società ha inoltre confermato lo sviluppo di sistemi autonomi soprattutto per finalità di monitoraggio e l’utilizzo dell’IA in collaborazione con i clienti, ma non ha fornito informazioni puntuali sulle funzioni di identificazione, selezione o ingaggio dei bersagli. Anche sulle attività dil lobbying, Airbus si è limitata a indicare l’appartenenza ad associazioni industriali come ASD, EDS e GFAS, senza chiarire quali posizioni abbia sostenuto sulla regolamentazione, limitazione o proibizione dei sistemi d’arma autonomi.

BONIFICHE FERRARESI

BF SpA è una holding italiana attiva nel settore agricolo e agroalimentare. Fondata nel 2004, BF SpA si concentra principalmente sulla produzione e commercializzazione di prodotti agricoli, con un forte focus sulla sostenibilità e l’innovazione nel settore agroalimentare.

La società, attiva principalmente in Italia, è impegnata nella valorizzazione delle risorse agricole italiane attraverso l’adozione di tecniche avanzate di agricoltura e di gestione delle terre.

Nel 2025, BF SpA ha registrato ricavi della gestione caratteristica pari a 1,73 miliardi di euro. L’attuale presidente è Federico Vecchioni.

Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni di Enel nel 2007 e, dal 2008, partecipa alle assemblee della società per promuovere una transizione energetica equa e un maggiore rispetto dei diritti umani e dell’ambiente nei Paesi in cui il Gruppo opera. 

Inizialmente, ha collaborato con associazioni come ReCommon e Greenpeace Italia; ora lavora con la rete di investitori “SfC – Shareholders for Change,” in particolare con membri che possiedono azioni di Enel.

Fino al 2023 ha collaborato anche con l’alleanza di investitori per i diritti umani IAHR Investor Alliance for Human Rights, in particolare sul tema dell’approvvigionamento di pannelli solari dalla Cina, per verificare se siano  prodotti nella regione dello Xinjiang, da operai della minoranza uigura sottoposti a lavoro forzato. 

Il nostro impegno nasce dalla convinzione che un’azienda a partecipazione pubblica, delle dimensioni e dell’influenza globale di Enel, giochi un ruolo decisivo nella transizione energetica. Per questo, nel corso degli ultimi 15 anni abbiamo criticato apertamente gli investimenti in carbone, nucleare e grandi dighe in America Latina, ottenendo attenzione e sostegno anche da campagne internazionali e realtà religiose locali.
Con l’arrivo di Francesco Starace alla guida, nel 2014, Enel ha adottato una politica di decarbonizzazione più ambiziosa – con l’obiettivo di “zero emissioni” entro il 2040 – e questo ha reso possibile passare dallo scontro a un dialogo più costruttivo. Abbiamo visto un cambiamento positivo nelle politiche sul carbone in Colombia, nella riconversione della centrale a biomasse del Mercure e nelle pratiche di approvvigionamento dei moduli solari.

Dal 2023, con la nuova governance nominata dal governo Meloni, manteniamo un atteggiamento più cauto, poiché il nuovo management appare meno radicato sui temi della transizione energetica. Tuttavia, Enel continua a dimostrarsi disponibile al dialogo.

Ne 2026 avevamo concentrato il nostro engagement con BF sul tema della biodiversità e della sua integrazione nella strategia aziendale, in collaborazione con Shareholders for Change.
Alle nostre domande BF aveva risposto di non utilizzare ancora metodologie specifiche o standard internazionali e di non disporre di informazioni misurabili da condividere con gli azionisti. Anche rispetto agli accordi con Eni per i biocarburanti e alla concessione agricola in Algeria, la società aveva opposto motivazioni di riservatezza, senza fornire chiarimenti sostanziali. Analogamente, le risposte sul ruolo di ISMEA nel capitale sociale erano risultate poco convincenti.

Nel 2026 abbiamo registrato un primo cambiamento significativo. La nuova Rendicontazione di sostenibilità mostra che BF ha iniziato a strutturare una vera funzione ESG, introducendo una Strategia di sostenibilità al 2027, un Piano di Decarbonizzazione, un Comitato Manageriale di Sostenibilità, procedure di controllo interno dedicate, programmi di formazione del management e un maggiore collegamento tra sostenibilità, governance e sistemi di remunerazione. Si tratta ancora, in larga misura, di strumenti organizzativi e di policy, il cui impatto concreto dovrà essere verificato nel tempo. Tuttavia rappresentano un passo avanti significativo rispetto alla situazione precedente.
Per questo motivo, in occasione dell’assemblea del 2026, abbiamo concentrato le domande non più sull’esistenza di una strategia ESG, ma sulla sua concreta attuazione e verificabilità. Abbiamo chiesto chiarimenti sulle responsabilità interne, sui sistemi di controllo, sugli indicatori utilizzati, sugli obiettivi climatici e sulla rendicontazione delle politiche di sostenibilità.

Visto che l’assemblea di BF si è tenuta ancora una volta a porte chiuse, senza alcuna possibilità per gli azionisti di partecipare, Fondazione Finanza Etica ha inviato una serie di domande scritte, a cui la società ha risposto, sempre in forma scritta, pochi giorni prima dell’assemblea.
Una particolare attenzione è stata dedicata ai nuovi progetti agricoli promossi dal gruppo in Senegal, Ghana e Algeria, con domande riguardanti la trasparenza dei contratti, la tutela dei diritti fondiari delle comunità locali, gli impatti ambientali e sociali, il consumo di risorse idriche, la sicurezza alimentare, la due diligence sui diritti umani, la separazione tra fondi pubblici destinati alla cooperazione e investimenti privati, nonché i meccanismi di monitoraggio indipendente dei risultati. Abbiamo inoltre chiesto che venga reso pubblico il contratto relativo al progetto in Algeria, richiesta che finora non ha trovato accoglimento.

Le risposte fornite da BF nel 2026 mostrano una evoluzione rispetto all’anno precedente. La società ha confermato di aver rafforzato la governance della sostenibilità, avviando attività di formazione ESG per il Consiglio di amministrazione, consolidando la funzione sostenibilità, programmando audit interni sulla rendicontazione ESG e impegnandosi ad adottare entro il 2027 un Biodiversity Action Plan e un piano di decarbonizzazione esteso alle emissioni Scope 3.

Restano tuttavia ampi margini di miglioramento sul piano della trasparenza. In particolare, la società ha rifiutato di rendere pubblici i contratti relativi ai progetti in Algeria, Senegal e Ghana e ha rinviato a future valutazioni l’adozione di indicatori, audit indipendenti e forme di rendicontazione specifiche sui progetti internazionali.

Nel complesso, l’engagement ha contribuito a stimolare una maggiore strutturazione delle politiche ESG di BF. La prossima fase sarà verificare che agli impegni formali seguano risultati concreti, misurabili e verificabili.

Assemblee a porte chiuse

BF continua a svolgere le assemblee esclusivamente tramite rappresentante designato, senza consentire la partecipazione diretta degli azionisti, nonostante il venir meno del contesto pandemico. Abbiamo contestato questa scelta, che limita i diritti degli azionisti a interloquire con l’impresa. La società ha risposto che la modalità è resa possibile dalla normativa italiana (Legge 21/2024) e adottata anche da altre quotate, senza fornire ulteriori motivazioni.

Valutazione: la chiusura conferma una limitata cultura del confronto con gli azionisti indipendenti e indebolisce la trasparenza societaria.

Governance e conflitti di interesse

Abbiamo chiesto chiarimenti sulla concentrazione di ruoli in capo all’amministratore delegato Federico Vecchioni, che ricopre lo stesso incarico anche in Arum S.p.A., società partecipata indirettamente da Coldiretti. La domanda nasce dal timore che questa sovrapposizione di incarichi possa rafforzare l’influenza di Coldiretti sulle strategie di BF, riducendo l’autonomia del consiglio di amministrazione. L’azienda ha risposto negando qualsiasi rischio di conflitto di interessi, sottolineando che la gestione è demandata esclusivamente al CdA e che BF non è soggetta ad attività di direzione e coordinamento da parte di altri soggetti.

Un’altra domanda ha riguardato l’indipendenza dell’ing. Ciarrocchi, dichiarato amministratore indipendente di BF ma al tempo stesso presidente e AD di Tecnomare, società del gruppo ENI. Abbiamo chiesto se la partnership avviata nel 2024 tra BF (tramite SIS) ed ENI Natural Energies per lo sviluppo di filiere agroenergetiche non potesse compromettere la reale indipendenza di Ciarrocchi. Anche in questo caso la società ha risposto che non emergono elementi tali da inficiare i requisiti di indipendenza, richiamando semplicemente quanto riportato nella Relazione sul governo societario.

Valutazione: le risposte appaiono formali e di circostanza, senza entrare nel merito delle preoccupazioni sollevate. La fitta rete di partecipazioni incrociate e partnership strategiche con soggetti come Coldiretti ed ENI rimane un elemento che può ridurre l’effettiva autonomia del CdA e la trasparenza delle decisioni aziendali.

Competenze ESG del CdA

Dalla rendicontazione 2024 emerge che non esistono ancora processi strutturati per valutare o rafforzare le competenze ESG dei consiglieri di amministrazione. Non sono previsti né percorsi di formazione specifici né una mappatura delle competenze effettivamente presenti. BF ha dichiarato che ogni decisione sarà rimessa al nuovo CdA che verrà nominato nel 2025.

Valutazione: si tratta di un ritardo significativo. In un settore come l’agroindustria, caratterizzato da impatti ambientali e sociali molto rilevanti (uso del suolo, consumo d’acqua, fertilizzanti, biodiversità), è fondamentale che i vertici abbiano competenze specifiche per integrare i fattori ESG nelle decisioni strategiche. L’assenza di un processo di valutazione strutturato mina la credibilità degli impegni dichiarati dall’azienda e la espone al rischio di greenwashing: senza competenze reali e verificabili, le policy ESG restano parole sulla carta.

Obiettivi ESG e remunerazione

Uno degli strumenti più incisivi per indirizzare davvero le strategie aziendali è legare la remunerazione del management al raggiungimento di obiettivi ESG solidi e misurabili. Per questo abbiamo chiesto a BF quali indicatori utilizzi nel Piano di incentivazione 2024. Nella componente variabile di breve periodo alcuni obiettivi ambientali pesano per il 50%, ma riguardano soprattutto certificazioni o attività di formazione interna. Mancano invece target concreti su aspetti cruciali per un gruppo agroindustriale: riduzione delle emissioni, gestione sostenibile del suolo, benessere animale. BF ha risposto che gli obiettivi sono “coerenti con il piano strategico 2023–2027” e allineati agli standard EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group, organismo europeo che definisce i criteri per il reporting di sostenibilità).

Valutazione: il riferimento all’EFRAG appare più formale che sostanziale. Senza indicatori quantitativi e verificabili sulle aree di maggiore impatto, il legame tra remunerazione e sostenibilità resta debole, e rischia di ridursi a un esercizio di forma.

Emissioni e decarbonizzazione

Nel 2024 BF ha calcolato per la prima volta la propria carbon footprint completa, includendo le emissioni di Scope 1 (attività dirette come mezzi agricoli e impianti), Scope 2 (energia elettrica acquistata) e Scope 3 (filiera a monte e a valle: produzione e trasporto di fertilizzanti e carburanti, acquisto di sementi e input agricoli, logistica e distribuzione dei prodotti). Tuttavia, l’azienda non ha ancora definito target quantitativi di riduzione, in particolare sulle emissioni di Scope 3, strettamente collegate all’uso di fertilizzanti e carburanti. Proprio questi settori rappresentano oltre il 40% dei ricavi di BF, quindi l’assenza di obiettivi specifici su questo fronte è particolarmente rilevante.

Valutazione: un passo avanti sul reporting, ma senza target concreti di riduzione, soprattutto sulle aree più impattanti, la strategia di decarbonizzazione appare incompleta e rischia di restare puramente formale.

Ricavi da carburanti e fertilizzanti

Oltre il 43% dei ricavi 2024 di BF proviene dalla vendita di carburanti fossili e concimi chimici, due settori che generano un impatto ambientale significativo in termini di emissioni di gas serra e degrado del suolo. Alla nostra domanda su come intenda gestire questa esposizione, l’azienda ha dichiarato soltanto che in futuro “potrà valutare” una diversificazione del business, senza però fissare traguardi temporali o quantitativi.

Valutazione: la dipendenza strutturale da attività ad alto impatto ambientale resta irrisolta. L’assenza di obiettivi chiari di transizione mette BF in ritardo rispetto agli standard di mercato e solleva rischi reputazionali, regolatori e competitivi.

Biodiversità

La società dichiara di destinare almeno il 10% dei terreni a iniziative per la biodiversità fino al 2027, e afferma di aver raggiunto nel 2024 il 35,4%. Tuttavia, considera come “attività per la biodiversità” colture a basso impatto (es. erba medica) o aree senza agrofarmaci su base volontaria, mentre non tiene conto degli elementi paesaggistici inclusi nella strategia UE sulla biodiversità. Inoltre, non utilizza standard riconosciuti a livello internazionale (SBTN, TNFD) né metriche di impatto indipendenti; la mappatura dei fornitori si limita a questionari volontari.

Valutazione: rispetto al 2023, BF ha ampliato la rendicontazione, ma la definizione di biodiversità appare riduttiva e autoreferenziale. L’assenza di metriche robuste e di policy vincolanti rende gli impegni dichiarati difficilmente verificabili e lontani dalle migliori pratiche.

Attività internazionali

BF International ha avviato progetti agricoli in Algeria e Ghana, nel quadro del cosiddetto Piano Mattei. Le nostre domande su due diligence ambientale e sociale, gestione delle risorse idriche e impatti sulle comunità locali hanno ricevuto risposte generiche, rimandando a studi di prefattibilità. Preoccupazioni analoghe sono state sollevate anche da inchieste indipendenti (es. Altreconomia), che hanno evidenziato i rischi di marginalizzazione per le comunità locali in progetti agroindustriali di questo tipo.

Un ulteriore elemento critico riguarda la collaborazione con ENI Natural Energies per lo sviluppo di colture agroenergetiche come ricino e brassica carinata, destinate alla produzione di biocarburanti. Si tratta di colture non alimentari che possono richiedere ampie superfici agricole e, in alcuni casi, irrigazione: in aree vulnerabili come quelle coinvolte, questo comporta rischi di conflitti “food vs fuel”, maggiore pressione sulle risorse idriche, cambi d’uso del suolo e perdita di biodiversità.

Valutazione: senza impegni trasparenti su diritti umani, standard internazionali di due diligence e limiti chiari sull’uso di acqua e terra, i progetti internazionali di BF appaiono ad alto rischio e segnano una forte dipendenza da partnership con grandi gruppi energetici, più che una reale transizione sostenibile.

Abbiamo concentrato il nostro primo engagement, in collaborazione con SfC-Shareholders for Change. con la società sul tema della biodiversità e su come B.F. la integra nella sua strategia. Questo perché la perdita dell’integrità della biosfera è un problema ambientale forse addirittura peggiore dell’immissione di CO2 in atmosfera. Per integrare questo tema nelle proprie strategie occorre considerare e fronteggiare alcuni rischi (operativi/fisici, normativi, di transizione e reputazionali). Nella Dichiarazione Non Finanziaria 2023 B.F. Spa accenna in modo assai generico alle politiche che intende mettere in atto per limitare l’impatto della propria attività in campo agricolo sulla biodiversità. Abbiamo chiesto spiegazioni e la società ha risposto rimandando alle diverse pagine della Dichiarazione Non Finanziaria, senza fornire risposte dettagliate, dimostrando che non hanno informazioni concrete da condividere. Per esempio, alla domanda sugli standard e parametri internazionali utilizzati per valutare gli impatti, BF SpA ha risposto che al momento non ne utilizzano alcuno. Quando abbiamo chiesto quali indicatori specifici usano per misurare dipendenze e impatti, la risposta è stata che attualmente non vengono utilizzati indicatori specifici. Abbiamo anche chiesto quale percentuale delle attività di BF dipenda dai servizi ecosistemici, ma la società ha risposto che questa percentuale non viene attualmente calcolata. Inoltre, riguardo alle politiche verso i fornitori relativamente al loro impatto sulla biodiversità, BF SpA ha dichiarato che non sono previste tali politiche e che non è prevista la comunicazione di queste informazioni al mercato. Infine, sul tema del sostegno a iniziative locali per preservare la biodiversità, la risposta è stata che nel corso del 2023 non ci sono state attività in tal senso.
Queste risposte indicano che BF SpA attualmente non utilizza standard internazionali, non misura specificamente le dipendenze e gli impatti ecologici delle sue attività, né adotta politiche verso i fornitori riguardo alla biodiversità o sostiene iniziative locali per la preservazione della biodiversità.
Abbiamo posto una serie di domande anche riguardo a collaborazioni e accordi specifici, come quelli con Eni per la produzione di biocarburanti e il rilascio della concessione per la coltivazione in Algeria. La risposta della società è stata che queste informazioni non sono divulgabili al pubblico. Tuttavia, sembra difficile che l’azienda non comprenda che gli azionisti, in quanto proprietari e investitori nell’azienda, hanno un interesse legittimo a conoscere come la “loro” azienda si comporta.
Inoltre, abbiamo sollevato la questione della partecipazione di Ismea, ente pubblico economico di diretta emanazione del governo, nel capitale di BF SpA. Contestiamo questa partecipazione è discutibile, poiché Ismea dovrebbe garantire strumenti e conoscenze per un corretto svolgimento del mercato, non essere un attore di mercato. La sua partecipazione, infatti, potrebbe costituire un fattore di distorsione o creare un potenziale conflitto d’interesse. La risposta dell’azienda, “le azioni BF sono quotate sul MTA e quindi acquistabili da chiunque“, è stata deludente e poco rassicurante.
Consideriamo anche che BF SpA non sembra abituata a rispondere agli azionisti indipendenti nei contesti in cui è obbligata a farlo. Sarà quindi compito della Fondazione interloquire con l’azienda per stimolarla a un confronto più trasparente e corretto con i propri azionisti. Tuttavia, al momento, la situazione appare caratterizzata da una notevole reticenza da parte della società.

Enel

Enel è una multinazionale italiana dell’energia, tra le più grandi al mondo. Fondata nel 1962, opera in vari settori energetici, con un forte focus sulla produzione e distribuzione di elettricità e gas.

È leader nel settore delle energie rinnovabili, con un impegno dichiarato verso “zero emissioni” entro il 2040. Guidata da Francesco Starace dal 2014 al 2023, Enel ha abbracciato una politica di decarbonizzazione ambiziosa e investe in tecnologie sostenibili. La società è attiva in molti paesi, con operazioni significative in Europa, America Latina e Nord America. L’attuale presidente di Enel è Paolo Scaroni, già amministratore delegato di Eni, mentre l’amministratore delegato è Flavio Cattaneo. Entrambi, nominati nel 2023 su proposta del Governo italiano, sono stati confermati dall’Assemblea degli azionisti del 2026 per un secondo mandato.

Al 31 dicembre 2025, i principali azionisti di Enel erano il Ministero dell’Economia e delle Finanze con il 23,6% del capitale, una serie di investitori istituzionali (fondi di investimento, fondi pensione, casse previdenziali, ecc.) con il 58,6% e migliaia di investitori individuali con il 17,8%.

Nel 2025, Enel ha registrato ricavi della gestione caratteristica pari a 80,346 miliardi di euro, in aumento dell’1,8% rispetto ai 78,947 miliardi del 2024. La crescita è stata sostenuta soprattutto dalle attività internazionali. 

Anche con la nuova governance e il cambiamento di buona parte dei manager apicali che si occupano di sostenibilità, Enel ha continuato a dimostrarsi aperta al dialogo con Fondazione Finanza Etica, rendendosi disponibile per incontri con il management. 

Visto che anche nel 2026 l’assemblea di Enel si è tenuta a porte chiuse, senza alcuna possibilità per gli azionisti di partecipare direttamente, Fondazione Finanza Etica ha inviato una serie di domande scritte, alle quali la società ha risposto pochi giorni prima dell’assemblea.
La Fondazione ha chiesto chiarimenti, oltre che sulla scelta di continuare a svolgere l’assemblea esclusivamente tramite rappresentante designato, sulla composizione e sulle competenze ESG del nuovo consiglio di amministrazione, sulla strategia di diversificazione della catena di approvvigionamento dei moduli fotovoltaici e sullo sviluppo della gigafactory 3Sun di Catania, con particolare attenzione alla riduzione della dipendenza dai fornitori cinesi e ai rischi di lavoro forzato nella regione cinese dello Xinjiang. 

Enel ha ribadito la legittimità delle assemblee a porte chiuse, affermando di non ritenere ancora mature le condizioni tecniche per lo svolgimento di assemblee ibride o interamente online. Sul fronte della governance, la società ha difeso l’attuale sistema di valutazione delle competenze ESG del consiglio di amministrazione, richiamando le best practice internazionali.
Per quanto riguarda la catena di approvvigionamento, Enel ha dichiarato che il 31% dei moduli fotovoltaici utilizzati nei progetti attualmente in costruzione proviene da fornitori non cinesi e che tale quota dovrebbe superare il 40% nel periodo 2026-2028 (un incremento incoraggiante, ma ancora lontano dalla prospettata indipendenza da fornitori cinesi nel lungo periodo). La società ha inoltre comunicato che nel 2025 la produzione della gigafactory 3Sun di Catania ha raggiunto circa 200 MW e che nel 2026 è previsto un incremento a oltre 500 MW, pari a più di un milione di pannelli fotovoltaici prodotti. Siamo comunque ancora lontani dall’obiettivo di produzione a regime fissato a 3 GW annui.
Gli impegni assunti e i progressi dichiarati da Enel continueranno a essere monitorati da Fondazione Finanza Etica e dalla rete europea di investitori Shareholders for Change. 

Nel 2025 il nostro engagement con Enel si è concentrato su tre aree chiave: la catena di fornitura e i diritti umani, i progetti di rilocalizzazione produttiva in Europa, e la posizione della società sul nucleare e sulle rinnovabili.

Questi temi sono stati affrontati sia nella call con Enel e l’investitore svedese Lannebo, sia nelle domande scritte inviate prima dell’assemblea. È mancato invece il confronto diretto, perché l’assemblea degli azionisti si è svolta ancora una volta a porte chiuse, senza possibilità di intervento.

Assemblee a porte chiuse

Da anni Enel sceglie di svolgere le assemblee degli azionisti senza la possibilità di intervento diretto. Anche nel 2025 gli azionisti hanno potuto solo inviare domande scritte, a cui la società ha risposto poco prima dell’assemblea.

Valutazione: questa modalità resta una criticità di governance, perché limita il confronto trasparente e la possibilità di un dibattito pubblico su temi rilevanti.

Catena di fornitura e diritti umani

Il settore dell’energia rinnovabile dipende fortemente da catene di fornitura globali, in particolare per i pannelli solari. Una parte rilevante della produzione mondiale di componenti avviene nello Xinjiang, in Cina, dove la minoranza uigura è sottoposta a sorveglianza e programmi di lavoro forzato. Enel ha dichiarato che non acquista materiali provenienti da questa regione e che chiede ai fornitori una mappatura completa della filiera, valutandoli anche sulla base di criteri sociali e ambientali.

Valutazione: si tratta di un impegno positivo, ma rimangono dubbi sulla possibilità di controllare in modo indipendente filiere lunghe e frammentate, che attraversano numerosi paesi e livelli di subappalto.

Reshoring e nuove produzioni

Negli ultimi anni si è acceso in Europa il dibattito sulla dipendenza dalla manifattura cinese per i pannelli solari. Enel ha annunciato di voler riportare parte della produzione sul territorio europeo, così da rendere la catena di approvvigionamento più sicura e trasparente. Un primo passo concreto è la costruzione in Sicilia di un nuovo impianto con una capacità di circa 3 gigawatt all’anno, sufficiente ad alimentare un milione di abitazioni.

Valutazione: il progetto segna un passo positivo verso maggiore autonomia e resilienza industriale. Restano però poco chiari i tempi e gli obiettivi di lungo periodo, elementi essenziali per valutare l’effettivo impatto della scelta.

Nucleare e strategie energetiche

Il ritorno del dibattito sul nucleare in Italia ha reso necessario un chiarimento della posizione di Enel. La società ha precisato che il suo impegno riguarda solo attività di ricerca e che non ci sono progetti per nuove centrali. Per quanto riguarda le rinnovabili, Enel intende potenziare l’energia eolica, mentre prevede una riduzione temporanea del solare. La società spiega che oggi la rete non è in grado di assorbire tutta l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici già installati, creando un eccesso di capacità.

Valutazione: la conferma dell’assenza di nuovi piani nucleari è positiva. L’aumento dell’eolico è un segnale incoraggiante, ma il rallentamento del solare solleva interrogativi: per rispettare l’obiettivo di zero emissioni entro il 2040 sarà necessario mantenere un equilibrio coerente tra tutte le fonti rinnovabili, evitando squilibri che possano rallentare la transizione.

Geotermia (Lazio e Monte Amiata, Toscana)

Enel considera la geotermia una tecnologia chiave per diversificare il mix rinnovabile. Nel Lazio i progetti sono ancora in fase di studio preliminare, mentre sul Monte Amiata (Toscana) la società ha annunciato investimenti per quasi 3 miliardi di euro destinati al rinnovo e all’ammodernamento degli impianti esistenti e alla costruzione di tre nuove centrali. Enel assicura che saranno utilizzate tecnologie avanzate per ridurre le emissioni, senza consumo di acqua potabile né impatti sulle falde.

Valutazione: la scelta di investire in geotermia conferma la volontà di esplorare soluzioni innovative. Tuttavia, restano aperti interrogativi sugli effettivi impatti ambientali e sociali, che richiedono un monitoraggio indipendente e trasparente.

Riconversione della centrale di Civitavecchia

La chiusura della centrale a carbone di Civitavecchia rappresenta un passaggio simbolico per la transizione energetica in Italia. Enel ha annunciato un piano di “giusta transizione” che prevede il mantenimento dei dipendenti all’interno del Gruppo, programmi di formazione per aggiornare le competenze e il coinvolgimento dell’indotto locale. La società ha inoltre dichiarato la disponibilità a partecipare a un tavolo con governo e imprese per favorire la reindustrializzazione del sito.

Valutazione: la tutela dei posti di lavoro e l’impegno a sostenere l’economia del territorio sono elementi positivi. 

Fondazione Finanza Etica ha inoltrato circa 30 domande a Enel, in particolare su due temi:

  1. il ‘reshoring’ della produzione di pannelli solari dalla Cina all’Europa, per eliminare o comunque minimizzari i rischi di violazioni dei diritti umani.
  2. l’eventuale impegno della società nel nucleare.

Relativamente al ‘reshoring’, la Fondazion ha chiesto informazioni sullo stato di avanzamento di ogni singolo progetto di reshoring di Enel (volumi di produzione previsti, tempistiche della produzione, ecc.). Inoltre, ha chiesto esplicitamente entro quando il ‘reshoring’ riuscirà a sostituire completamente l’importazione di pannelli dalla Cina.

Enel ha dato informazioni solo sul principale progetto di ‘reshoring’ attualmente in corso: la gigafactory 3Sun di Catania, che impiega già 420 persone e potrà produrre più di 5 milioni di moduli all’anno per un totale di 3 GW di capacità elettrica. Enel non ha però dato informazioni su altri progetti analoghi né ha fornito dettagli su quando la produzione cinese sarà completamente sostituita da quella italiana, o europea. Al momento non è possibile sapere in quale percentuale i pannelli siano ancora prodotti in Cina.

Visto che le risposte alle domande sul ‘reshoring’ sono state poco soddisfacenti, Fondazione Finanza Etica ha richiesto un incontro a Enel, a cui parteciperanno anche l’investitore svedese Öhman (parte della rete IAHR, si veda sopra) e i membri di Shareholders for Change che investono attualmente in Enel.

Per quanto riguarda l’energia nucleare, Enel ha risposto di essere a favore della neutralità tecnologica. Le nuove tecnologie nucleari sono considerate una possibile componente del mix energetico per raggiungere i target di decarbonizzazione fissati al 2050 a costi competitivi. Questo nonostante, come segnalato da Fondazione Finanza Etica nelle sue domande, le nuove tecnologie nucleari siano fortemente dipendenti dalla Russia, unico fornitore economicamente sostenibile di uranio ad alto dosaggio e a basso arricchimento (HALEU), che sarà necessario per alimentare la nuova generazione di reattori avanzati.

Al momento Enel produce il 12% dell’energia grazie alle centrali nucleari che controlla in Spagna, attraverso la controllata Endesa. Gli investimenti nelle nuove tecnologie nucleari SMR/AMR, che vedranno le prime applicazioni commerciali a partire dai primi anni 2030, sono ancora molto limitati.

Nel corso dell’assemblea della società, che si è tenuta a Roma nel maggio del 2023, abbiamo espresso preoccupazione per il cambiamento inatteso della governance, voluto dal governo Meloni. L’uscita di scena forzata di Francesco Starace e la nomina di un campione del petrolio e del gas come Paolo Scaroni è per noi un grande motivo di preoccupazione sugli obiettivi futuri della società. Come azionisti critici abbiamo chiesto ad Enel di continuare ad essere un esempio avanzato di transizione energetica. Allo stesso tempo monitoreremo con severità gli obiettivi di decarbonizzazione che Enel si è posta e torneremo allo scontro se necessario.

Enel è stata l’unica grande società italiana ad aver organizzato l’assemblea degli azionisti in presenza nel 2023. Le domande di Fondazione sono state quindi formulate sia in forma scritta, prima dell’assemblea, sia direttamente a voce, nell’ambito della discussione assembleare. Per tutte le altre imprese italiane, a causa della proroga del Decreto “Cura Italia”, è stato possibile inviare solo domande scritte a cui le imprese hanno risposto in forma scritta prima delle assemblee, che si sono svolte tutte a porte chiuse.

Endesa

Endesa è la più grande società di energia elettrica in Spagna, con una attività prevalentemente concentrata sul mercato interno. È controllata al 92% da Enel dal 2009. Le attività di produzione, distribuzione di energia elettrica e gas sono concentrate in Spagna, Portogallo, Marocco. Utilizza centrali elettriche, termiche, nucleari, idroelettriche e a ciclo combinato. Nel 2023, Endesa ha registrato ricavi della gestione caratteristica pari a 29,16 miliardi di euro. Questa cifra rappresenta una diminuzione rispetto ai ricavi del 2022, che erano stati di 34,13 miliardi di euro.

La partecipazione all’Assemblea degli Azionisti di Endesa mira a dare voce alle migliaia di persone che, nonostante siano in regola con il pagamento delle bollette della luce, subiscono tagli nell’approvvigionamento elettrico, con un grave impatto sulla loro vita quotidiana.

Alianza contra la Pobreza Energética e Fundación Finanzas Éticas hanno precedentemente sollevato domande a Endesa riguardo allo stato precario della rete di distribuzione e alla mancanza di investimenti e manutenzione in quartieri delle città dell’Andalusia e della Catalogna.

Nell’Assemblea Generale degli Azionisti 2023 la Fundación ha ceduto la sua possibilità di intervento a Alianza contra la Pobreza Energética (APE) e Asociación Pro-Derechos Humanos de Andalucía (APDHA). Queste due realtà hanno chiesto al Consiglio di Amministrazione dell’azienda quali misure concrete intendono adottare per evitare i continui tagli di corrente elettrica che affliggono diverse zone dell’Andalusia, in particolare diversi quartieri della città di Granada, compromettendo gravemente la vita quotidiana dei residenti. Grazie a questo intervento e alla collaborazione con Shareholders for Change e la loro interlocuzione con ENEL, da settembre 2023 abbiamo tenuto diverse riunioni con l’azienda, a cui hanno partecipato rappresentanti della Fundación, APDHA e APE, insieme a rappresentanti di varie aree di ENDESA (Direzione Generale di Distribuzione, Direzione di Responsabilità Sociale Corporativa, Responsabile Area Tecnica di Granada e Responsabile della Regolamentazione). In totale, si sono svolti tre incontri tra settembre e aprile 2024, nelle quali l’azienda ha condiviso i dati richiesti e i miglioramenti apportati nelle zone colpite e si è mantenuto un dialogo per cercare soluzioni, anche con la partecipazione volontaria di due ingegneri, docenti di una università spagnola. Dato che questo processo di dialogo è ancora in corso, non abbiamo partecipato all’Assemblea degli Azionisti della compagnia nel 2024.

Il 28 aprile 2023, in occasione dell’Assemblea Generale degli Azionisti di Endesa, le organizzazioni Alianza contra la Pobreza Energética, Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA) e Fundación Finanzas Éticas hanno interrogato il Consiglio di Amministrazione dell’azienda riguardo alle misure concrete per evitare i continui tagli di energia elettrica che da anni colpiscono diverse zone dell’Andalusia.

Durante l’intervento, si è cercato di evidenziare la situazione di località come Granada, Siviglia, Almería, Iznalloz o Pinos Puente, molte delle quali hanno quartieri particolarmente vulnerabili e soffrono di interruzioni continue nell’approvvigionamento elettrico che possono arrivare fino a 12 ore al giorno. Allo stesso tempo, si è cercato di mettere in luce, attraverso esempi concreti, come i tagli di corrente incidano sulla salute delle persone e sulla loro vita quotidiana.

ENI

Eni S.p.A. è una multinazionale energetica italiana, fondata nel 1953 sotto Enrico Mattei e trasformata in società per azioni nel 1992. Quotata in borsa dal 1995, nel 2025 Eni ha registrato ricavi della gestione caratteristica pari a 82,15 miliardi di euro, in calo rispetto agli 88,80 miliardi del 2024. La flessione riflette soprattutto il peggioramento dello scenario delle principali commodity energetiche, con un prezzo del Brent inferiore del 15% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 il gruppo impiegava 32.349 dipendenti, rispetto ai 32.492 del 2024.
Le attività di Eni coprono l’intera filiera dell’energia, comprendendo petrolio e gas naturale, GNL, chimica, raffinazione, produzione e vendita di energia elettrica, biocarburanti, fonti rinnovabili, mobilità sostenibile, cattura e stoccaggio della CO₂ (CCS) e nuovi progetti di agri-business.
Nel corso del 2025 Eni ha destinato agli azionisti una remunerazione complessiva di 5,0 miliardi di euro, composta da 3,2 miliardi di dividendi di competenza e da un programma di riacquisto di azioni proprie pari a 1,8 miliardi di euro, incrementato del 20% rispetto ai 1,5 miliardi inizialmente annunciati. 

L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica verso Eni è partito già nel 2008, in collaborazione con ReCommon, a cui si sono poi aggiunti Greenpeace Italia, Legambiente, Fondazione A Sud,  Un Ponte Per, Transport & Environment e altre associazioni.

Eni è una delle maggiori compagnie petrolifere europee. Le principali critiche di Fondazione riguardano quindi lo stesso modello di business della società, orientato allo sfruttamento delle fonti fossili (gas e petrolio), con elevate emissioni di gas serra e impatti potenzialmente molto elevati sui diritti umani.

Anche Eni ha deciso di svolgere l’assemblea degli azionisti del 2026 nuovamente a porte chiuse, privando gli azionisti di una possibilità unica di interazione diretta con l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della società. A Fondazione Finanza Etica e alle altre associazioni coinvolte da anni in iniziative di azionariato critico non è rimasta altra possibilità che l’invio di domande scritte, raccolte anche da una serie di organizzazioni della società civile.

 

I temi affrontati da Fondazione Finanza Etica nelle domande hanno riguardato principalmente il progetto di produzione di biocarburanti in Africa nell’ambito del Piano Mattei e la strategia di decarbonizzazione di Eni. Particolare attenzione è stata dedicata al progetto di agri-feedstock in Kenya e in altri Paesi africani, con richieste di chiarimento sulle modalità di acquisizione dei terreni, sul coinvolgimento delle comunità locali, sulla tutela del consenso libero, previo e informato, sull’impatto economico per gli agricoltori e sulla tracciabilità dell’intera filiera, dalla produzione dell’olio vegetale fino alla raffinazione nelle bioraffinerie italiane.
Fondazione Finanza Etica ha inoltre chiesto a Eni di rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino, sui quantitativi acquistati e lavorati e sui pagamenti corrisposti agli agricoltori, per consentire una valutazione indipendente dell’impatto del progetto. Le domande hanno riguardato anche il ruolo di questi biocarburanti nel percorso di decarbonizzazione del Gruppo, la loro reale sostenibilità climatica e il possibile utilizzo di fondi pubblici italiani ed europei a sostegno dell’iniziativa.

Le risposte di Eni hanno confermato che il progetto coinvolge migliaia di piccoli agricoltori e che la filiera è sottoposta a sistemi di certificazione riconosciuti a livello internazionale. Tuttavia, su diversi aspetti centrali l’azienda ha fornito risposte generiche oppure ha richiamato procedure e certificazioni senza entrare nel merito dei dati richiesti. In particolare, Eni ha rifiutato di rendere pubbliche le informazioni relative ai volumi effettivamente prodotti, acquistati e raffinati e ai corrispettivi riconosciuti agli agricoltori, sostenendo che si tratta di informazioni riservate di natura commerciale e strategica. Anche sulle questioni relative alla trasparenza dei contratti, alla governance locale e agli effetti economici concreti del progetto sulle comunità coinvolte, molte risposte sono rimaste di carattere generale, rinviando agli standard aziendali e ai meccanismi di certificazione senza fornire elementi sufficienti per una verifica indipendente.

La società si è resa comunque disponibile ad un incontro con Fondazione Finanza Etica nella sua sede di Milano nell’autunno del 2026 per discutere delle risposte fornite e rispondere ad eventuali ulteriori domande, in particolare sul coinvolgimento di Eni nel Piano Mattei e allo sviluppo della filiera dei biocarburanti in Kenya e in altri Paesi africani.

Nel 2025 il nostro impegno con Eni si è concentrato su tre aree principali: la governance e i rapporti con la società civile, i progetti di transizione energetica e le attività nei paesi più fragili.
Abbiamo raccolto circa 100 domande insieme ad altre organizzazioni della società civile e le abbiamo inviate alla società prima dell’assemblea. Anche quest’anno, infatti, l’assemblea si è svolta a porte chiuse: nessuna possibilità di intervento diretto, solo risposte scritte arrivate pochi giorni prima.

 

Governance e libertà civili

Abbiamo chiesto maggiore chiarezza sulle competenze in materia ambientale e sociale dei membri del consiglio di amministrazione di Eni, che al momento non sono rese pubbliche in modo trasparente. Un altro tema importante riguarda il ricorso da parte di Eni a cause legali contro giornalisti e associazioni critiche verso le sue attività.

Valutazione: la mancanza di trasparenza sul consiglio di amministrazione e l’uso di azioni legali rischiano di limitare il dibattito pubblico. In questo modo Eni dà l’immagine di un’azienda che preferisce difendersi nelle aule di tribunale invece che rispondere apertamente alle critiche.

Transizione energetica

Eni presenta diversi progetti per ridurre le emissioni, ma molti sollevano dubbi su efficacia e coerenza.

Coltivazioni in Kenya. Eni sta promuovendo la coltivazione di piante non alimentari per produrre biocarburanti nei propri impianti. Restano però interrogativi: che vantaggi reali hanno i piccoli produttori locali? Quanto terreno agricolo viene sottratto alle colture alimentari? E quali rischi ci sono di impatti ambientali come perdita di biodiversità?

Cattura e stoccaggio della CO₂ a Ravenna. Il progetto prevede di intrappolare l’anidride carbonica sottoterra. Ma non è chiaro quanto questa tecnologia sia davvero efficace, quanto costi e quante risorse pubbliche vengano impiegate per sostenerla.

Idrogeno e data center. Eni annuncia nuovi investimenti in idrogeno e infrastrutture digitali. Ma non spiega con chiarezza quanta energia servirà né quali saranno gli impatti ambientali.

Valutazione: nel complesso, più che un piano organico di riduzione delle emissioni, Eni sembra presentare un insieme di progetti sperimentali. Il rischio è che servano più a costruire un’immagine “verde” che a ridurre davvero la dipendenza da petrolio e gas.

Attività in aree ad alto rischio

Le operazioni di Eni in Iraq hanno suscitato domande sugli impatti ambientali dei giacimenti, sull’accesso all’acqua per le comunità locali, sulla presenza di forze militari a protezione degli impianti e sui rapporti con le autorità locali.

Valutazione: le risposte di Eni sono state vaghe e non hanno chiarito i rischi concreti. Continuare a operare in contesti segnati da conflitti e violazioni dei diritti resta una contraddizione evidente con gli impegni di sostenibilità che l’azienda dichiara.

Anche Eni ha deciso di svolgere l’assemblea degli azionisti del 2024 a porte chiuse, privando gli azionisti di una possibilità unica di interazione diretta con l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della società. A Fondazione Finanza Etica e alle altre associazioni coinvolte da anni in iniziative di azionariato critico non è rimasta altra possibilità che l’invio di domande scritte, raccolte anche dalle associazioni A Sud e Un Ponte Per. I temi delle oltre 80 domande scritte sono stati in particolare tre:

  1. l’esplorazione di gas in Palestina;
  2. l’utilizzo di derivati dell’olio di palma nelle bioraffinerie;
  3. il raggiungimento del ‘plateau’ di produzione di idrocarburi, che sarà seguito da una diminuzione progressiva della produzione.

Le risposte sull’esplorazione di gas in Palestina, che potrebbe essere a rischio di violazione del diritto internazionale (in quanto si saccheggerebbero risorse naturali sovrane del popolo palestinese), sono state abbastanza chiare. Eni ha partecipato al bando di Israele per le licenze di esplorazione nel luglio del 2023, quindi «prima dell’escalation geopolitica iniziata il 7 ottobre». «L’annuncio dell’aggiudicazione è avvenuto il 29 ottobre 2023 e ad oggi nessuna licenza è stata ancora emessa e, pertanto, nessuna attività è stata avviata nell’area». In più non sono stati ancora scoperti idrocarburi. Quindi è tutto fermo.

Sui derivati dell’olio di palma, in particolare il PFAD (acidi grassi di palma distillati), nel 2020 la società si era impegnata a smetterlo di usarlo nelle sue bioraffinerie entro il 2023. Prima dell’assemblea del 2024 Eni risponde invece che continuerà ad usarlo perché nel frattempo è cambiata la normativa e il mercato si è evoluto. Il PFAD è diventato uno «scarto di produzione valorizzabile a fini energetici». Questo nonostante studi scientifici dimostrino come i PFAD siano peggiori per il clima rispetto al diesel fossile e non molto meglio dell’olio di palma grezzo (che Eni ha smesso di usare nell’ottobre del 2022), come sostiene l’organizzazione T&E (Transport & Environment).

Per quanto riguarda il raggiungimento del ‘plateau’ di produzione, nel 2020 Eni aveva dichiarato che nel 2025 avrebbe raggiunto il massimo di produzione di petrolio e gas e poi la produzione sarebbe gradualmente scesa. Nel frattempo il termine per il raggiungimento del ‘plateau’ si è spostato al 2030. Quindi fino al 2030 Eni aumenterà la sua produzione di petrolio e gas. Nel giugno del 2024, in un incontro online con un gruppo di investitori etici, a cui hanno partecipato anche Fondazione Finanza Etica e altri membri di SfC – Shareholders for Change, Eni ha spiegato che, anche se il raggiungimento del plateau è stato spostato in avanti, dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi climatici non cambierebbe nulla. Le quantità di petrolio e gas prodotte complessivamente al raggiungimento del plateau sarebbero le stesse che sarebbero state prodotte al 2025, in base al piano precedente. In sostanza, Eni ha diluito la crescita della produzione su un orizzonte temporale più ampio. Ma la crescita sarebbe la stessa.

Per la Fondazione e gli altri investitori critici qualsiasi crescita della produzione di petrolio e gas è attualmente un problema, a causa dell’accelerazione del riscaldamento climatico, confermata dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Se poi la crescita della produzione viene diluita su più anni futuri, c’è il rischio che le quantità incrementali di emissioni prodotte si liberino in un contesto di riscaldamento climatico ulteriormente accelerato, generando ancora più danni al clima.

Nell’assemblea del 10 maggio 2023 Fondazione Finanza Etica ha posto più di cento domande ad Eni riguardo al suo piano di decarbonizzazione al 2050, agli investimenti nei biocarburanti e ai rischi ambientali e per i diritti umani dei suoi giacimenti in Italia e nel mondo. Le risposte, pervenute prima dell’assemblea, sono state in gran parte insoddisfacenti.

Fondazione Finanza Etica, rappresentando l’associazione A Sud, ha anche posto domande specifiche sulla presenza di Eni nei territori italiani, in particolare a Gela, in Sicilia, dove Eni ha chiuso il polo petrolchimico nel 2014 per sostituirlo con una bioraffineria. Tuttavia, uno studio condotto nel 2018 nel golfo di Gela ha rilevato perturbazioni negli ecosistemi marini dovute alle attività industriali, nonostante la bonifica svolta. Eni ha sostenuto la piena compatibilità ambientale delle sue nuove attività, basandosi sulle autorizzazioni ottenute nel tempo.

Il piano di decarbonizzazione di Eni è stato criticato per l’ampio ricorso alle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2, ancora in fase di sviluppo e oggetto di critiche internazionali. Nonostante ciò, Eni ha mantenuto la sua posizione.

Inoltre, la Fondazione ha sollevato domande sulla presenza di Eni in Iraq per conto dell’associazione Un Ponte Per, basandosi su una ricerca critica condotta sul campo. Questa ricerca mette in dubbio la promessa di Eni di creare sviluppo e stabilità in Iraq, anche se riserva l’80% dei posti di lavoro creati dall’estrazione di petrolio alla manodopera locale. Si è anche evidenziato che l’attività estrattiva di Eni può ridurre le quantità d’acqua disponibili e mettere a rischio la salute delle popolazioni locali. Eni ha risposto affermando che usa acqua non adatta agli usi civili e attribuendo i danni alla salute ad altre fonti di inquinamento, senza fornire dati precisi.

Fincantieri

Fincantieri S.p.A. è il principale gruppo europeo della cantieristica navale e uno dei più grandi al mondo, con sede a Trieste. Fondata nel 1959 come azienda pubblica nell’ambito dell’IRI, è stata trasformata in società per azioni nel 1989 ed è oggi controllata per il 71,3% da CDP Industria, holding di Cassa Depositi e Prestiti. Dal 2014 è quotata alla Borsa di Milano, dove fa parte dell’indice FTSE Italia Mid Cap.

L’azienda opera in diversi settori: costruzione di navi da crociera, traghetti e yacht, realizzazione di mezzi navali per la difesa (fregate, corvette, sottomarini), nonché servizi di riparazione e refitting. Negli ultimi anni il comparto militare ha assunto un peso crescente, grazie a commesse per la Marina Militare italiana e per diversi governi esteri, consolidando il ruolo di Fincantieri come attore strategico sia per la difesa nazionale che per i mercati internazionali.

Nel 2024 il fatturato ha raggiunto 8,13 miliardi di euro, in crescita del 6,2% rispetto ai 7,65 miliardi del 2023. Dopo una perdita nel 2023, il gruppo torna in utile con 27 milioni di euro netti. Alla fine del 2024 conta 22.588 dipendenti, distribuiti tra stabilimenti italiani ed esteri. 

Per dimensioni, presenza internazionale e legame con lo Stato, Fincantieri è uno snodo centrale dell’industria italiana e un esempio del crescente intreccio tra cantieristica civile e militare. Il suo ruolo industriale e istituzionale la rende una realtà rilevante anche per le ricadute in termini di clima, diritti, governance e sostenibilità nel settore della difesa.

Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Fincantieri perché è uno dei più grandi gruppi cantieristici al mondo e un asset strategico per l’Italia. Oltre a essere leader nella costruzione di navi da crociera e mercantili, la società è attiva in maniera crescente nella produzione di unità militari – fregate, sommergibili e sistemi navali complessi – destinate sia al Ministero della Difesa italiano sia a mercati internazionali caratterizzati da forti criticità sul piano geopolitico e dei diritti umani. La crescita del comparto militare rende Fincantieri un attore rilevante nella filiera globale delle armi, con responsabilità dirette rispetto alla pace e alla sicurezza internazionale.

L’azionariato critico è iniziato nel 2016, quando Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni dell’impresa per poter intervenire nelle assemblee degli azionisti, in collaborazione con la Rete Italiana Pace e Disarmo. Si tratta della principale coalizione italiana di associazioni, movimenti e ONG che da anni lavora per la riduzione delle spese militari, la riconversione dell’industria bellica e il rispetto della legge italiana sull’export di armamenti (legge 185/90). Grazie al contributo di questa rete, le nostre domande in assemblea non portano soltanto la voce degli investitori critici, ma anche quella di centinaia di realtà della società civile che in Italia si battono contro la guerra e la militarizzazione.

Con il lavoro di engagement chiediamo che Fincantieri si impegni a garantire maggiore responsabilità nelle proprie scelte industriali, a valutare la riconversione delle produzioni militari e a ridurre gli impatti ambientali della cantieristica civile.

L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica è svolto in collaborazione con Rete italiana Pace e Disarmo. Il comparto militare di Fincantieri SpA è in sensibile crescita e la società opera su diversi mercati internazionali.

Fondazione Finanza Etica ha partecipato per il terzo anno consecutivo all’assemblea di Fincantieri come azionista critico, sostenuta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. L’intervento ha sollevato questioni legate all’espansione del settore militare, alle partnership in mercati ad alto rischio sotto il profilo dei diritti umani, alla trasparenza e alla governance, nonché alla tutela dei lavoratori nella catena di valore.

 

Espansione del settore militare e mercati sensibili

Fincantieri ha confermato i piani di crescita del comparto militare, con una rilevante espansione quantitativa e qualitativa, in particolare nel settore Underwater. Abbiamo espresso preoccupazione per le strategie dell’azienda in alcuni mercati — Medio Oriente e Asia — caratterizzati da conflitti e gravi criticità in materia di diritti umani:

  • Emirati Arabi Uniti: segnalati da Amnesty International per aver esportato veicoli corazzati in Sudan in violazione dell’embargo ONU; secondo la Risoluzione del Parlamento Europeo B9-0222/2024 e il rapporto del Gruppo di esperti ONU del 15.1.2024, hanno avuto un ruolo nel riciclaggio di denaro proveniente da zone di conflitto e dalle miniere d’oro sudanesi, oltre a essere un regime fiscale agevolato utilizzato per aggirare sanzioni UE alla Russia.
  • Egitto: destinatario di navi militari da parte di Fincantieri, pur essendo coinvolto attivamente nel conflitto in Libia e presentando gravi violazioni dei diritti umani.
  • Arabia Saudita: partnership militare contestata per il ruolo centrale del Paese nel conflitto in Yemen e per l’inasprimento delle tensioni sul controllo del passaggio strategico tra Oceano Indiano e Mar Rosso. Parte delle forniture avviene tramite triangolazioni: le navi vengono realizzate da Fincantieri insieme a Lockheed Martin, acquistate dalla Marina statunitense e poi trasferite all’Arabia Saudita. Questo meccanismo riduce la trasparenza e sfuma le responsabilità di compliance.
  • Indonesia: fornitura di navi militari per 1,8 miliardi di euro che ha reso il Paese il primo mercato di esportazioni militari italiane nel 2024, nonostante il coinvolgimento in conflitti a bassa intensità per reprimere le popolazioni di Papua e West Papua.

Valutazione: le risposte dell’azienda si sono limitate a ribadire la piena conformità alla normativa italiana (L.185/90), senza affrontare i rischi reputazionali e di policy legati a diritti umani, conflitti e governance. Il richiamo generico a policy etiche interne resta scollegato da procedure concrete. Emblematico il caso della joint venture con EDGE negli Emirati, su cui Fincantieri ha ammesso che “non è prevista alcuna forma di controllo da parte della società”.

Governance e responsabilità sociale

Il continuo riferimento a policy e principi etici interni appare più dichiarativo che operativo. La mera compliance legale non può sostituire procedure di due diligence sui diritti umani e sui rischi di conflitto. Abbiamo sottolineato che, essendo Fincantieri partecipata pubblica tramite Cassa Depositi e Prestiti, la sola conformità normativa non basta a rispondere alle legittime richieste degli azionisti critici. Unico elemento positivo nelle risposte sul settore militare è la disponibilità dell’azienda a verificare, insieme al Governo italiano, l’insorgere di criticità (uso di navi in zone di conflitto non coperte da risoluzioni ONU, violazioni di embarghi internazionali) e, in tali casi, sospendere o recedere dai contratti.

Tutela dei lavoratori e catena di fornitura

Sul fronte sociale, l’engagement ha prodotto risultati più positivi. Nel 2024 Fincantieri ha effettuato 85 visite di audit nei cantieri, condotte dall’ufficio preposto insieme ad auditor indipendenti. Da queste verifiche sono scaturiti rapporti dettagliati presentati al CdA, basati su checklist ESG. Il sistema ha consentito di ridurre o rilevare irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro, con esclusioni mirate di fornitori principalmente per violazioni contributive e retributive.

Valutazione: un approccio strutturato e operativo che rappresenta un progresso nella gestione della sicurezza e della sostenibilità lungo la catena di fornitura.

Competenze ESG del CdA

Fincantieri ha risposto in modo soddisfacente alle domande sulle competenze ESG dei consiglieri, spiegando che vengono valutate tramite autovalutazioni, integrate da percorsi di formazione e aggiornamento avviati nel 2024. L’azienda ha dichiarato la disponibilità a esplicitare tali competenze in modo più dettagliato nella prossima Relazione sul governo societario e gli assetti proprietari.

Valutazione: un segnale positivo di apertura, ma l’affidamento a semplici autovalutazioni resta un limite evidente. Per garantire reale trasparenza e allineamento alle migliori pratiche, sarà necessario introdurre criteri di valutazione più solidi e indipendenti.

Fondazione Finanza Etica ha partecipato per il secondo anno consecutivo all’assemblea di Fincantieri come azionista critico, sostenuta dalla Rete italiana Pace e Disarmo. Durante l’assemblea, ha posto domande sui piani di espansione del settore militare di Fincantieri, che prevede di aumentare i ricavi del 25-35% entro il 2025, e sulle condizioni di lavoro nei cantieri italiani. La Fondazione ha espresso preoccupazione per le strategie dell’azienda e per le indagini in corso riguardanti lo sfruttamento dei lavoratori. Finora, il dialogo con Fincantieri è stato insoddisfacente.

Complessivamente, le risposte di Fincantieri si caratterizzano per la loro vacuità e superficialità. Per 6 domande, la società utilizza la formula “la Società non fornisce questo tipo di dettaglio”, senza motivare il diniego. In molti casi, le risposte rimandano a documenti pubblici già analizzati, generici e che hanno stimolato ulteriori domande di chiarimento.
La società evita di fornire dati specifici richiesti, ad esempio, per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, le risposte si basano su intendimenti generici. Emerge una chiara spinta verso il settore militare, supportata da dati numerici macroscopici, seguendo una tendenza simile a quanto già avvenuto negli anni passati con Leonardo SpA.
L’esportazione di prodotti militari si orienta sia verso paesi dell’Alleanza Atlantica (come gli USA) sia extra-NATO, presentando problematiche legate ai diritti umani e civili, come nel caso dell’Egitto.

La Fondazione ha richiesto spiegazioni sulla modalità di svolgimento dell’Assemblea, sottolineando la limitazione alla partecipazione solo tramite rappresentante designato. Tale restrizione è stata considerata in contrasto con quanto dichiarato nella relazione sul governo societario, dove si afferma che Fincantieri adotta “forme di dialogo aperte e trasparenti con la generalità dei propri azionisti”. Il focus dell’engagement della Fondazione è stato sulla governance, con attenzione alle deleghe esecutive al presidente e alle competenze del consigliere del CdA di recente nomina. Inoltre, sono stati affrontati temi legati al modello di business, con una percezione di orientamento sempre più marcato verso il settore militare, e alla politica di remunerazione. La Fondazione ha inoltre sollevato questioni su infortuni sul lavoro, la vendita delle fregate FREMM all’Egitto, il fatturato militare e l’export. Sono state richieste informazioni dettagliate sui paesi clienti, le tipologie di prodotti e il fatturato. Infine, sono state esaminate le politiche fiscali di alcuni clienti rilevanti, come la Marina militare USA e il Wisconsin.

Generali

Generali è la maggiore impresa italiana di assicurazioni e fra le maggiori d’Europa. Il Gruppo opera anche nel settore finanziario con società possedute o controllate in ogni parte del mondo. Abbiamo iniziato l’ingaggio nel 2018, in occasione del dichiarato intervento di decarbonizzazione nella strategia di investimenti dell’impresa, chiedendo maggiore incisività e coerenza nella stessa. L’ingaggio si è poi esteso ad altri temi relativi alla governance (politiche di retribuzione del management, presenza di aziende del Gruppo in paesi a fiscalità agevolata, ecc.). Fondazione Finanza Etica ha collaborato con Re:Common e Greenpeace in questo intervento di azionariato critico.

Negli ultimi anni Fondazione Finanza Etica ha collaborato anche con i membri della rete Shareholders for Change investiti in Generali, coinvolgendoli nelle call di engagement con la società e nella predisposizione delle domande assembleari. Tra questi, in particolare, Alternative Bank Schweiz (ABS), Ecofi, Etica Sgr, Forma Futura Invest AG e Sanso IS.

Generali ha impegnato un disinvestimento di 2,2 miliardi di euro dalle imprese operanti nel settore delle fonti fossili, mantenendo però azioni in imprese nei paesi, come Polonia e Repubblica Ceca, in cui la produzione energetica dipende fortemente dal carbone. Abbiamo chiesto un impegno concreto per superare questa esclusione e il ritiro dai contratti di copertura assicurativa di centrali e miniere di carbone. La Fondazione ha inoltre sollecitato maggiore trasparenza e un legame più chiaro con fattori ESG nel calcolo della quota variabile della retribuzione del management dell’azienda, oltre a richiedere informazioni trasparenti sulle società del Gruppo presenti in paesi a fiscalità agevolata.

Su tutti questi temi, nel corso degli anni, abbiamo ricevuto risposte positive e abbiamo verificato un impegno serio e continuativo. Continuiamo a monitorare e ad ingaggiare l’azienda su questi ed altri temi. Nel 2025 abbiamo aperto un nuovo ambito di engagement che è quello del coinvolgimento dell’azienda nel settore della difesa, tanto nel settore investimenti quanto in quello dei contratti di underwriting con società produttrici di armi controverse.

Occorre, preliminarmente, sottolineare un aspetto positivo dell’engagement con Generali. In primo luogo, come ormai avviene da qualche anno, nelle settimane che precedono l’AGM, organizziamo un incontro tecnico informale con funzionari e dirigenti di Generali durante il quale poniamo una serie di domande relative soprattutto al monitoraggio dell’andamento del loro lavoro sulla decarbonizzazione e gli investimenti ESG, ricevendo risposte dettagliate e in gran parte soddisfacenti, in un ambiente di confronto franco e dialogico, che consideriamo molto positivo.
Tuttavia, dopo l’assemblea 2025 tenutasi in presenza, che aveva fatto sperare in un ritorno a modalità di partecipazione in linea con le buone prassi europee, nel 2026 Generali ha nuovamente optato per lo svolgimento dell’assemblea esclusivamente tramite il rappresentante designato, precludendo agli azionisti la possibilità di intervenire e interloquire direttamente con il management. Fondazione Finanza Etica ritiene questa decisione ingiustificata e in aperto contrasto con i principi di buona governance e di effettivo coinvolgimento degli azionisti.

 

I temi dell’engagement di Fondazione Finanza Etica con Generali nel 2026 hanno riguardato principalmente tre ambiti: la scelta della società di svolgere nuovamente l’assemblea esclusivamente tramite il rappresentante designato, limitando il confronto diretto con gli azionisti; le politiche di esclusione relative agli investimenti e all’attività di underwriting nei confronti delle imprese coinvolte nella produzione di armi nucleari; e la strategia di decarbonizzazione del gruppo, con particolare riferimento alle attività assicurative nel settore dei combustibili fossili.

Per quanto riguarda gli armamenti nucleari, Fondazione Finanza Etica ha chiesto chiarimenti sull’effettiva portata delle politiche di esclusione adottate da Generali, domandando se esse si applichino a tutti gli investimenti, ai fondi di terzi promossi o distribuiti dal gruppo e all’attività di underwriting. La Fondazione ha inoltre evidenziato come il riferimento esclusivo al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non sia sufficiente a escludere tutti i produttori di armi nucleari, proponendo di integrare la policy con il riferimento al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021.
Generali ha confermato che le proprie politiche vietano gli investimenti diretti nelle imprese coinvolte nella produzione di armamenti nucleari in violazione del TNP e che, per i fondi comuni, l’adozione di politiche di esclusione costituisce un elemento della due diligence sui gestori. Per quanto riguarda l’attività di underwriting, la società ha affermato che l’esposizione verso tali imprese rappresenta una quota non materiale, inferiore allo 0,1% del portafoglio Danni, e che nel processo di sottoscrizione viene considerato anche il profilo di sostenibilità delle imprese assicurate. Tuttavia, Generali non ha risposto nel merito alla proposta di prendere in considerazione anche il TPNW, limitandosi a rinviare alla risposta generale sulla propria policy.

Sul fronte climatico, Fondazione Finanza Etica ha chiesto se Generali intendesse estendere la propria politica di esclusione a tutti i nuovi progetti di gas naturale liquefatto (GNL), indipendentemente dalla classificazione del cliente, e ha domandato un aggiornamento sull’esposizione del portafoglio assicurativo ai combustibili fossili e sul relativo percorso di riduzione. Generali ha risposto che dal 1° gennaio 2025 sono entrate in vigore nuove restrizioni per il nuovo business assicurativo relativo ai clienti del settore petrolio e gas considerati “in ritardo nella transizione”, precisando tuttavia che non sono previste, nell’immediato futuro, ulteriori limitazioni, in quanto il gruppo intende procedere secondo un approccio graduale per accompagnare la cosiddetta “giusta transizione”.
La società ha inoltre contestato la metodologia utilizzata dal rapporto Insure Our Future per stimare la propria esposizione ai combustibili fossili e ha dichiarato che, a fine 2025, l’esposizione complessiva del portafoglio assicurativo ai combustibili fossili rappresentava meno dello 0,1% dei premi del portafoglio Danni, risultando sostanzialmente nulla nei Paesi OCSE.

Nel complesso, le risposte di Generali risultano articolate e forniscono diversi elementi di dettaglio sulle politiche adottate dal gruppo. Permangono tuttavia alcuni aspetti sui quali Fondazione Finanza Etica ritiene opportuno proseguire il confronto, in particolare l’opportunità di estendere le politiche di esclusione facendo riferimento anche al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) e di rafforzare ulteriormente gli impegni relativi all’assicurazione dei nuovi progetti nel settore dei combustibili fossili.

Nel 2025 il nostro engagement con Generali si è concentrato su quattro aree principali: la governance e la trasparenza, i prodotti e investimenti ESG, le politiche verso le armi controverse, e la fiscalità responsabile.

Il confronto con l’azienda è stato favorito da due novità importanti. Come negli anni scorsi, abbiamo organizzato un incontro tecnico informale con funzionari e dirigenti prima dell’assemblea, ricevendo risposte dettagliate in un clima di dialogo costruttivo. Per la prima volta dopo anni, Generali ha deciso di svolgere l’assemblea in presenza, non più “a porte chiuse”, probabilmente anche grazie alla pressione esercitata da Fondazione Finanza Etica e altri azionisti. Si tratta di una scelta significativa, in linea con le osservazioni dell’Unione Europea sul diritto degli azionisti a partecipare attivamente.

 

Governance e competenze ESG

Un tema ricorrente del nostro engagement è la qualità e la trasparenza della governance. Nel 2025 abbiamo chiesto chiarimenti sulle competenze ESG (ambientali, sociali e di governance) dei membri del consiglio di amministrazione. Generali ha risposto che queste competenze vengono valutate e considerate parte integrante della selezione e della valutazione dei consiglieri.

Valutazione: un segnale positivo, che indica attenzione al tema, anche se resta fondamentale monitorare come queste competenze si traducano in decisioni concrete.

Prodotti e investimenti ESG

Abbiamo chiesto aggiornamenti sulle politiche di investimento responsabile e sui prodotti assicurativi con criteri ESG. In particolare, Generali ha confermato di avere restrizioni sia sugli investimenti che sulle coperture assicurative legate alle fonti fossili, rispondendo anche alle osservazioni della campagna internazionale Insure our Future.

Valutazione: le politiche appaiono più strutturate e coerenti rispetto al passato, ma restano spazi per rafforzare l’allineamento con gli obiettivi climatici internazionali.

Armi controverse e nucleari

Un punto centrale del nostro intervento riguarda la policy di esclusione sulle armi. Generali ha dichiarato di avere una “particolare sensibilità” sul tema e di escludere dagli investimenti:

  • le aziende coinvolte in mine antiuomo e munizioni a grappolo (vietate da trattati internazionali e dalla legge italiana);
  • le aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari in violazione del Trattato di Non-Proliferazione (TNP).

Tuttavia, queste esclusioni derivano direttamente da obblighi legali e non da una scelta autonoma dell’azienda. Non coprono quindi l’intero spettro delle armi controverse. Ad esempio, Generali non considera il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), in vigore a livello internazionale anche se non ratificato dall’Italia. Ciò significa che potrebbero essere presenti nei suoi fondi aziende coinvolte in programmi nucleari non vietati dal TNP.

Sul fronte delle coperture assicurative (underwriting), Generali ha però fornito un dato significativo: l’esposizione a società produttrici di armi nucleari (secondo le liste di PAX e ICAN) è “molto limitata” e rappresenta meno dello 0,1% dei premi del portafoglio Danni.
Valutazione: un passo avanti in termini di trasparenza, ma la policy rimane incompleta e dovrà essere ampliata se Generali vuole dimostrare una vera leadership sul tema.

Fiscalità e trasparenza

Abbiamo sollecitato chiarimenti anche sulla presenza del Gruppo in paesi a fiscalità agevolata e sulle pratiche di rendicontazione fiscale. Generali ha pubblicato un Tax Transparency Report, considerato dagli analisti un documento accurato e innovativo nel settore assicurativo.
Valutazione: un progresso concreto verso una maggiore trasparenza, che va però monitorato negli anni per verificarne la coerenza con la prassi operativa.

I temi del nostro engagement con Generali (12 domande in tutto) spaziano dalla modalità di svolgimento dell’AGM e il dialogo con gli azionisti al tema dei prodotti ESG nel campo assicurativo, dalla policy sull’esclusione degli investimenti in imprese nel settore delle armi nucleari e controverse (Leonardo SpA) alla policy sulla decarbonizzazione del Gruppo, all’engagement di Generali con imprese operanti nelle fossili.

Le risposte sono complessivamente accurate e in buona parte soddisfacenti dal punto di vista dell’azionista critico. Restano alcuni margini di miglioramento e spazi per continuare l’engagement, in particolare sulla politica di esclusione dalle armi nucleari, che analizziamo sotto. In particolare appare accurata la risposta sul dialogo con gli azionisti, pur nella scelta – per noi opinabile – dello svolgimento dell’assemblea “a porte chiuse”. In particolare abbiamo apprezzato l’intento della società di creare un Club degli Azionisti, al quale gli azionisti potranno aderire “per esercitare in modo più efficiente le loro prerogative”. La società sostiene che la modalità di partecipazione alle assemblee attraverso il solo Rappresentante designato ha fatto registrare un aumento di partecipazione alle stesse da parte degli azionisti: ma sarebbe interessante verificare questa affermazione attraverso dati numerici, che comunque non ci dicono molto circa la qualità di questa partecipazione.

Per quanto riguarda le polizze auto che premiano la responsabilità ambientale, le risposte sono un po’ meno accurate, ma è tuttavia importante rilevare che i premi dedicati al comparto auto rappresentano il 52,1% delle “soluzioni assicurative con componenti ESG – ambito ambientale” che complessivamente quotano 2,6 miliardi di euro. La società prevede una crescita media delle soluzioni assicurative con componenti ESG per quanto riguarda le polizze auto nell’ordine del 5-7 % tra il 2021 e il 2024.

Invece sulla questione della policy sulle armi nucleari, Generali conferma di tenere come riferimento per l’esclusione dai propri investimenti in imprese del settore il solo Trattato di non proliferazione e non anche, come da noi richiesto, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) del 2017. Questo porta la società a giustificare l’investimento in Leonardo SpA che, pur partecipando a programmi di sistema di armamento nucleare , non risulta aver violato il Trattato di non proliferazione; le cui violazioni peraltro riguardano gli Stati più che le imprese. Questo è per Fondazione Finanza Etica un limite sul quale continueremo ad ingaggiare Generali.

Infine, assai positive sono le risposte sia sulla metodologia interna adottata per selezionare investimenti obbligazionari “verdi e sostenibili”, la sostanziale uscita di Generali dal settore carbonifero (tutte le posizioni rimaste, pure irrisorie, sono in run-off) e, soprattutto, l’engagement con 27 società con elevate emissioni di gas serra nel portafoglio investimenti, con una rendicontazione ai soci molto dettagliata e trasparente (inclusa nel Group Active Ownership Report all’interno della Relazione annuale Integrata 2023).

I risultati sono stati, fin dai primi anni, positivi. Generali ha accettato di ingaggiare direttamente le 8 imprese investite in Polonia e Repubblica Ceca per chiedere un effettivo impegno di riconversione verso le fonti rinnovabili; con l’impegno a disinvestire qualora l’ingaggio non avesse dato risultati o prospettive credibili. Ad oggi Generali ha disinvestito da 4 di quelle imprese, mentre sulle altre 4 sta continuando l’ingaggio per monitorare l’effettivo impegno di riconversione. Generali ha inoltre adottato trasparenti e misurabili indicatori ESG per il calcolo della parte variabile della retribuzione di tutto il management del Gruppo; i criteri e i risultati sono disponibili sul loro sito internet. Nell’ambito della politica fiscale, Generali ha redatto un Tax Transparency Report che pubblica annualmente sul sito e ha fornito dettagli sulle diverse società del Gruppo presenti in paesi problematici: Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, ecc. In un caso ha inserito in run-off una società da noi segnalata con sede nelle Isole Vergini Britanniche. In generale il dialogo con l’azienda è costante, improntato a trasparenza e reciproca fiducia e collaborazione.

H&M

H&M è un colosso multinazionale della moda a basso costo con sede in Svezia. Ha chiuso il 2023 con ricavi per ca. 21 miliardi di euro (il 6% in più rispetto al 2021). Oltre al brand H&M, controlla marchi come Weekday, & Other Stories, Cos e Monki.

Fondata da Erling Persson nel 1947, è ancora saldamente in mano alla famiglia Persson, che controlla il 77,3 % dei voti e il 53,4% delle azioni.

Dal 2019, Fondazione Finanza Etica, in collaborazione con la Clean Clothes Campaign europea, e due membri di SfC – Shareholders for Change, Meeschaert Asset Management (Francia) ed Ethius Invest (Svizzera), ha adottato un approccio critico nei confronti di H&M. Le critiche principali riguardano il mancato pagamento del salario di sussistenza ai subfornitori del Sud-Est Asiatico, la trasparenza limitata sui criteri sociali e ambientali per la remunerazione manager, il rispetto degli obiettivi climatici, la biodiversità e l’uso di cotone geneticamente manipolato.

2024

Nell’assemblea del 4 maggio 2023, Fondazione Finanza Etica ha presentato una mozione chiedendo a H&M di divulgare la stima dell’esposizione al cotone geneticamente manipolato, valutare e rendere noti i rischi ambientali e sociali, fissare obiettivi precisi per ridurre l’esposizione al cotone geneticamente manipolato e aumentare l’approvvigionamento di cotone biologico.
La mozione è stata respinta durante il voto degli azionisti, con la famiglia Persson, detentrice dell’80% dei voti, esprimendosi contrariamente. H&M non ha divulgato informazioni sulla percentuale di voti favorevoli né sull’identità dei votanti, rivelando una mancanza di trasparenza.
Tuttavia, l’azionariato critico della Fondazione ha portato a risultati apprezzabili in passato, come la pubblicazione di criteri sociali e ambientali per la remunerazione manager e una maggiore trasparenza nella catena di approvvigionamento, soprattutto per quanto riguarda il cotone.

INDITEX

Inditex è uno dei più grandi gruppi di moda al mondo, con sede ad Arteixo, in Spagna, e marchi ormai iconici come Zara, Pull & Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e Zara Home. Nato nel 1985 su iniziativa di Amancio Ortega, ha rivoluzionato il settore del fast fashion con un modello produttivo e distributivo capace di portare rapidamente le nuove collezioni nei negozi di tutto il mondo. Dal 2001 è quotata in borsa, consolidandosi come colosso globale dell’abbigliamento e del retail. Nonostante sia una multinazionale quotata, Inditex resta di fatto sotto il controllo della famiglia Ortega. Amancio Ortega, fondatore del gruppo, detiene circa il 50% del capitale attraverso la holding Pontegadea, mantenendo così la maggioranza assoluta. In questo assetto, le decisioni strategiche passano ancora dalla famiglia: la figlia Marta Ortega ricopre la carica di presidente del consiglio di amministrazione, mentre la gestione operativa è affidata al CEO Óscar García Maceiras, nominato nel 2021 con il diretto sostegno della famiglia.

Il gruppo opera in oltre 200 mercati, con una rete di 5.722 negozi e circa 165.000 dipendenti. Nel 2024 ha registrato un fatturato di 37,6 miliardi di euro, in crescita del 4,7% rispetto all’anno precedente. Le vendite online hanno superato i 9,5 miliardi di euro, rappresentando oltre un quarto del totale. Inditex ha annunciato un piano di investimenti straordinario da 1,6 miliardi di euro per il biennio 2024-2025, mirato a rafforzare la logistica e a digitalizzare ulteriormente la catena di fornitura. 

Inditex è esempio emblematico del fast fashion e delle sue implicazioni ambientali e sociali, in particolare per la velocità di produzione, il trasporto e la catena logistica globale. Come soggetto dominante, spinge standard di consumo e sostenibilità nel retail mondiale.

Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Inditex perché è uno dei leader mondiali del fast fashion, e il suo modello di business ha un impatto ambientale e sociale significativo — dalle condizioni di lavoro lungo l’intera filiera logistica al trasporto aereo massiccio delle collezioni, che contribuisce in modo sostanziale alle emissioni di CO₂.

Il nostro impegno è iniziato nel 2024, quando Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni del gruppo per intervenire direttamente all’assemblea degli azionisti. Sin dall’inizio il focus è stato sulla “Airborne Fashion”, ossia l’uso intensivo del trasporto aereo per distribuire i capi, responsabile di un aumento delle emissioni e di circa il 20 % della carbon footprint di un singolo capo Zara. 

L’engagement viene condotto insieme alla rete europea Shareholders for Change (SfC) e all’ONG svizzera Public Eye, che da tempo documenta le criticità ambientalI e sociali del settore. A queste collaborazioni si è aggiunta la partecipazione della rete internazionale Clean Clothes Campaign — attraverso per l’Italia Fair soc.coop e SETEM in Spagna, rappresentante locale della Clean Clothes Campaign. Questa alleanza consente di unire competenze finanziarie, ricerca indipendente, monitoraggio e pressione pubblica.

Nel 2025 il nostro engagement con Inditex si è concentrato su tre macro-temi: le emissioni generate dal trasporto aereo (“Airborne Fashion”), la trasparenza nella rendicontazione climatica e i diritti dei lavoratori nella filiera in Bangladesh. 

 

Partecipazione all’assemblea

Fondazione Finanza Etica ha partecipato all’assemblea online come delegata. Tuttavia, lo statement che annunciava il nostro voto contrario alla Relazione di sostenibilità (punto 3 all’ordine del giorno) non è stato letto, nonostante fosse stato regolarmente inviato e accettato sulla piattaforma. Anche le domande presentate prima dell’assemblea non hanno ricevuto risposta. Inoltre, a differenza del 2024, le nostre richieste di organizzare un incontro pre-assemblea con il management sono state respinte.

Valutazione: questi elementi rafforzano la percezione che l’assemblea di Inditex non favorisca una partecipazione critica e trasparente degli azionisti, riducendo lo spazio di confronto costruttivo.

Trasporto aereo e impronta climatica

Abbiamo chiesto a Inditex di pubblicare un piano di phase-out dal trasporto aereo, con target annuali chiari e misurabili, e di fornire dati trasparenti su volumi, modalità di trasporto (aereo, marittimo, stradale) e utilizzo di carburanti sostenibili (SAF). Secondo i dati del 2024, le emissioni legate a trasporto e distribuzione sono salite del 10%, raggiungendo 2,6 milioni di tonnellate di CO₂e, pari a quasi il 20% dell’impronta climatica complessiva del gruppo. L’azienda ha dichiarato di riservare il trasporto aereo a rotte intercontinentali “non sostituibili” e di investire in flotte più efficienti, carburanti alternativi e ottimizzazione logistica. Di fronte a risposte ancora insufficienti, Fondazione Finanza Etica ha annunciato il voto contrario alla Relazione Consolidata di Sostenibilità 2024-2025. Alla stessa posizione si è unita Mandarine Gestion, società di gestione finanziaria francese specializzata in investimenti responsabili (5 miliardi di euro di capitale gestito). Le due organizzazioni detengono complessivamente oltre 56.000 azioni di Inditex e sono tra le realtà associate alla rete SfC-Shareholders for Change, che rappresenta oltre 45 miliardi di euro di asset in gestione e complessivamente più di 110 mila azioni Inditex.

Valutazione: le risposte restano generiche e non forniscono impegni concreti su obiettivi di riduzione del trasporto aereo. Il voto contrario di più investitori istituzionali dimostra che le preoccupazioni su clima e logistica non riguardano solo la finanza etica, ma anche asset manager responsabili a livello europeo.

Trasparenza e rendicontazione

Abbiamo sollecitato Inditex ad allinearsi agli standard GLEC (Global Logistics Emissions Council) e a fornire dati comparabili per modalità di trasporto (ton-km e CO₂e). L’azienda ha ribadito di pubblicare il proprio inventario di emissioni secondo il protocollo GHG, con verifica indipendente, ma non ha ancora adottato il dettaglio richiesto.

Valutazione: un progresso parziale sul fronte della rendicontazione, ma rimane un gap rispetto alle best practice del settore e alle aspettative degli investitori.

Diritti dei lavoratori in Bangladesh

Dopo le proteste per il salario minimo del 2023, quasi 3.000 lavoratori della filiera Inditex devono ancora affrontare procedimenti penali, in alcuni casi con accuse gravissime. Abbiamo chiesto a Inditex di impegnarsi pubblicamente per il ritiro delle accuse, per la reintegrazione con arretrati e per l’apertura di un’indagine indipendente sulle violazioni subite. L’azienda ha risposto di sostenere il dialogo tripartito promosso dall’ILO e di aver sollecitato i fornitori al ritiro delle denunce, ribadendo l’importanza della libertà di associazione.

Valutazione: un passo in avanti in termini di dialogo, ma insufficiente a garantire giustizia per i lavoratori coinvolti e prevenire nuovi abusi.

Modello di business e sostenibilità

Abbiamo infine chiesto come l’attuale modello ultra-fast fashion possa conciliarsi con gli obiettivi di sostenibilità dichiarati dall’impresa. Inditex ha risposto sottolineando la propria capacità di allineare offerta e domanda con meno dell’1% di surplus, e la volontà di muoversi verso un modello circolare e a zero emissioni.

Valutazione: la contraddizione fra dichiarazioni e pratiche concrete resta evidente: senza una trasformazione radicale del modello di business, gli obiettivi climatici e sociali rischiano di restare sulla carta.

Il primo passo è stato l’invio di una lettera a Inditex nel marzo 2024, nella quale abbiamo chiesto un dettaglio delle emissioni generate dal trasporto aereo e la definizione di strategie e obiettivi misurabili per la loro riduzione. Di fronte alla risposta insoddisfacente da parte dell’impresa e alla mancanza di progressi concreti, abbiamo deciso di portare le nostre domande direttamente all’assemblea degli azionisti che si è tenuta a luglio 2024. Durante l’assemblea, abbiamo chiesto spiegazioni sull’aumento del 37% delle emissioni legate ai trasporti registrato nel 2023, che ha raggiunto un massimo storico di quasi 2000 kiloton di CO2. Inoltre, abbiamo sollecitato Inditex a pubblicare un piano dettagliato per la riduzione delle emissioni, seguendo l’esempio di altri giganti del fast fashion come H&M.

Le risposte ottenute sono state deludenti, ma l’impresa si è dichiarata aperta al dialogo. Continueremo a lavorare con PublicEye e con la Campagna Abiti Puliti in Italia per garantire che Inditex adotti misure concrete per ridurre l’impatto ambientale della sua logistica. Se altri attori del settore stanno già facendo passi avanti, non vediamo perché Inditex non debba seguire lo stesso percorso.

INDRA

Indra Sistemas S.A. è una azienda spagnola di consulenza e tecnologia, fondata nel 1993 e con sede principale ad Alcobendas, Madrid. L’azienda opera principalmente nei settori dei trasporti, della difesa e della tecnologia dell’informazione. Nel 2025 Indra ha registrato un fatturato di 5,457 miliardi di euro (+13% rispetto al 2024). Indra è suddivisa in due principali divisioni operative: Trasporti e Difesa e Tecnologia dell’Informazione, nota anche come Minsait. La divisione Trasporti e Difesa si occupa di sicurezza delle frontiere, sorveglianza, navigazione, difesa aerea, comunicazioni satellitari e sistemi di gestione del traffico aereo. La divisione Minsait è specializzata in consulenza IT, cybersecurity, tecnologie avanzate, servizi ERP e outsourcing IT. Il gruppo impiega oltre 62.000 persone, ha una presenza locale in 46 Paesi e svolge attività operative in più di 140 Paesi. 

Fundación Finanzas Éticas svolge attività di azionariato critico su Indra in collaborazione con la campagna spagnola #DesarmandoIndra (disarmando Indra), promossa da oltre quaranta organizzazioni della società civile spagnola. La campagna intende richiamare l’attenzione sul crescente orientamento di Indra verso il settore della difesa e sui rischi economici, sociali ed etici derivanti da un modello di crescita sempre più legato al riarmo e all’aumento della spesa militare.

Nel corso dell’assemblea degli azionisti del 2026, la campagna #DesarmandoIndra ha evidenziato come il principale motore della crescita dell’azienda sia ormai il settore della difesa: nel 2025 i ricavi della divisione Difesa sono cresciuti del 36%, fino a 1,407 miliardi di euro (a fronte di un aumento del fatturato del 13%). Inoltre, dei circa 16 miliardi di euro di portafoglio ordini del gruppo, oltre 11,3 miliardi riguardano programmi militari.

La campagna ha chiesto al consiglio di amministrazione se un modello di sviluppo sempre più dipendente dall’aumento della spesa militare possa essere sostenibile nel lungo periodo e se la crescente centralità del business della difesa non rischi di penalizzare le attività civili dell’azienda e di compromettere futuri rapporti con le amministrazioni pubbliche. È stato inoltre chiesto a che punto sia il processo di disimpegno di Indra dall’industria militare israeliana e quali responsabilità possano derivare dalla collaborazione con aziende israeliane attive nel settore della difesa.
Il presidente di Indra ha difeso la strategia della società, sostenendo che il settore della difesa rappresenta un elemento essenziale della sicurezza e che la sicurezza costituisce il presupposto della sostenibilità. Ha affermato che l’azienda opera nel pieno rispetto della normativa nazionale e internazionale in materia di esportazione di materiali per la difesa e di beni a duplice uso. Ha inoltre sottolineato che Indra contribuisce a fornire alle forze armate le capacità necessarie per svolgere le proprie missioni, favorendo, a suo avviso, la pace a lungo termine, la cooperazione internazionale e lo sviluppo economico e sociale.
Infine, ha precisato che, secondo quanto riportato nel rapporto di sostenibilità del gruppo, non sono state finora registrate segnalazioni o reclami relativi a violazioni dei diritti umani attraverso i canali interni di whistleblowing.

Nel 2025 il nostro engagement con Indra ha riportato al centro temi particolarmente delicati: l’impatto ambientale delle attività militari, i rapporti privilegiati con il potere politico e il coinvolgimento dell’azienda in progetti che sollevano gravi preoccupazioni in materia di diritti umani. Nonostante le risposte difensive dell’impresa, la pressione esercitata da azionisti critici e campagne della società civile ha contribuito a far emergere contraddizioni profonde tra l’immagine di responsabilità che Indra intende proiettare e il ruolo effettivo che svolge nel business della guerra.

 

Partecipazione all’assemblea

Durante l’assemblea degli azionisti, Indra ha mantenuto una linea difensiva e poco aperta al confronto critico. Le campagne della società civile hanno comunque portato all’attenzione di investitori e media le contraddizioni tra la retorica di responsabilità aziendale e la realtà delle pratiche industriali e militari.

Valutazione: la mobilitazione ha mostrato l’importanza di mantenere viva la pressione pubblica e azionaria, anche in contesti in cui l’impresa si dimostra resistente al dialogo.

Diritti umani e business della guerra

Indra è stata criticata per il coinvolgimento in sistemi di sorveglianza e tecnologie militari utilizzate in contesti di violazione dei diritti umani. Campagne della società civile, come Desarmando Indra, hanno denunciato la partecipazione dell’azienda a progetti di militarizzazione delle frontiere e di controllo dei flussi migratori.

Valutazione: le giustificazioni fornite dall’impresa restano deboli di fronte a evidenze documentate di un business che contribuisce a conflitti e repressioni.

Legami con il potere politico

Sono state sollevate domande sui rapporti privilegiati tra Indra e istituzioni politiche e militari, che rafforzano il carattere di “azienda di sistema” e ne riducono la trasparenza.

Valutazione: resta irrisolto il nodo del conflitto di interessi e della dipendenza dalle commesse pubbliche, che alimenta il ruolo politico dell’impresa.

Impatto ambientale delle attività militari

I collettivi hanno denunciato il contributo delle tecnologie e delle attività di Indra all’aggravarsi della crisi climatica e ai danni ambientali legati al settore militare. L’azienda, nelle sue risposte, ha minimizzato tali preoccupazioni, insistendo sul ruolo “strategico” delle proprie soluzioni.

Valutazione: la posizione di Indra non riconosce la portata reale dell’impatto climatico del comparto militare, in contrasto con le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale.

La campagna ha sollevato questioni riguardanti l’impatto ambientale delle attività militari di Indra, il legame con il potere politico e il coinvolgimento in progetti che violano i diritti umani. Nonostante la risposta di Indra, che ha minimizzato le accuse, i collettivi continueranno a sensibilizzare gli azionisti e il pubblico sulla questione​.

Leonardo

Leonardo S.p.A. è un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. La società (nota con il nome di Finmeccanica fino al 2016) è quotata in borsa dal 1993. Il suo maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze italiano, che possiede una quota pari al 30,20% del capitale sociale.

Leonardo ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 19,5 miliardi di euro, un portafoglio ordini che supera i 46 miliardi di euro e un organico globale di circa 53.000 persone

A partire dai primi anni duemila Finmeccanica si è progressivamente liberata di una serie di comparti civili ritenuti non strategici: l’automazione industriale, la robotica, la microelettronica, l’energia e, più tardi, il trasporto ferroviario. Come evidenziano i bilanci della società, ancora nel 2013 il fatturato prodotto dalle attività in campo civile era pari al 50,4% del totale. Oggi (dato 2025) i ricavi dal settore civile sono pari ad appena il 29%, con il 71% del fatturato proviene dal settore militare. 

Abbiamo iniziato l’attività di azionariato critico su Leonardo nel 2016, in collaborazione con Rete italiana Pace e Disarmo, di cui Fondazione è socia.

Fin dall’inizio le nostre richieste si sono rivolte allo spostamento della quota di fatturato di Leonardo SpA dal settore civile a quello militare, chiedendo maggiore trasparenza su destinazioni e materiali d’armamento esportati. Abbiamo cercato informazioni per colmare le carenze della Relazione del Governo al Parlamento relativa alla L.185/90. La Fondazione ha chiesto chiarimenti sulla partecipazione di Leonardo a programmi di armi nucleari e sulla collaborazione con università italiane e attività di fondazioni interne al Gruppo.

Anche nel 2026 l’assemblea di Leonardo si è svolta a porte chiuse, senza la possibilità per gli azionisti di partecipare direttamente ai lavori. Fondazione Finanza Etica ha quindi inviato oltre 40 domande scritte, alle quali la società ha risposto prima dell’assemblea.
I quesiti hanno riguardato le modalità di svolgimento dell’assemblea, i rapporti con Israele, il coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armamenti nucleari attraverso MBDA e Leonardo DRS, il programma F-35 e, per la prima volta, i sistemi d’arma autonomi basati sull’intelligenza artificiale.

Le domande sulle armi autonome rappresentano una novità dell’engagement 2026 e si inseriscono nel lavoro avviato da Etica Sgr, che nel 2025 ha lanciato, insieme alla campagna internazionale Stop Killer Robots, un appello rivolto agli investitori per chiedere una regolamentazione internazionale vincolante dei sistemi d’arma autonomi e il mantenimento di un controllo umano significativo (meaningful human control) sulle decisioni relative all’uso della forza.
In coerenza con questa iniziativa, nel corso del 2026 Fondazione Finanza Etica ha rivolto una serie di domande non solo a Leonardo, ma anche ad altre importanti imprese del settore della difesa, chiedendo chiarimenti sul livello di autonomia dei sistemi sviluppati, sull’eventuale esistenza di policy che escludano sistemi human-out-of-the-loop (cioè senza alcun coinvolgimento umano) e sulle garanzie adottate affinché ogni decisione di impiego della forza rimanga sotto il controllo di un operatore umano.

Leonardo ha risposto affermando che nessuna delle piattaforme attualmente sviluppate o in fase di sviluppo è progettata per completare autonomamente l’intero ciclo di ingaggio. La società ha dichiarato di applicare il principio del human-in-the-loop, precisando che l’operatore umano mantiene il controllo delle funzioni critiche e che qualsiasi rilascio dell’armamento richiede sempre un’esplicita autorizzazione umana. Pur non annunciando una specifica policy di esclusione delle armi completamente autonome, la società ha sostenuto che tale principio guida la progettazione dei propri sistemi.

Per quanto riguarda Israele, Leonardo ha confermato di non esportare materiali d’armamento verso Israele nell’ambito del programma F-35 e ha ribadito che, dopo il 7 ottobre 2023 (data dell’attacco di Hamas contro Israele e dell’inizio della guerra a Gaza), non sono state rilasciate nuove autorizzazioni all’esportazione. Allo stesso tempo, però, ha riconosciuto che continuano a essere eseguiti contratti autorizzati prima del blocco delle licenze. In particolare, ha dichiarato che sono tuttora in corso contratti relativi ai velivoli M-346 e che, dopo il 7 ottobre 2023, sono stati spediti ricambi e attrezzature per i cannoni navali 76/62 destinati alla Marina israeliana, per un valore complessivo di circa 465 mila euro.

Fondazione Finanza Etica ha inoltre chiesto chiarimenti sul coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armamenti nucleari attraverso MBDA, il gruppo europeo specializzato nella produzione di missili di cui Leonardo detiene il 25% del capitale insieme ad Airbus e BAE Systems. Le domande riguardavano sia il ruolo di MBDA nello sviluppo dei missili nucleari francesi ASMP-A e del futuro ASN4G, sia il coinvolgimento della controllata statunitense MBDA Inc. nella produzione di componenti della bomba guidata GBU-39, utilizzata anche dalle forze armate israeliane.
Leonardo ha dichiarato di non essere in grado di attribuire i dividendi ricevuti da MBDA ai singoli programmi o prodotti, precisando di avere incassato, attraverso la partecipata AMSH BV, la holding olandese attraverso la quale detiene indirettamente la propria partecipazione del 25% in MBDA, dividendi pari a 102 milioni di euro nel 2024 e 209 milioni di euro nel 2025. La società ha inoltre confermato che le decisioni relative ai programmi nucleari francesi classificati come “French eyes only”, tra cui i missili ASMP-A, vengono assunte esclusivamente dai membri francesi del consiglio di amministrazione di MBDA e non coinvolgono i rappresentanti degli altri azionisti.

Fondazione Finanza Etica ha inoltre chiesto chiarimenti sul coinvolgimento di Leonardo DRS, la controllata statunitense del gruppo, nella fornitura di componenti destinati ai sottomarini nucleari classe Columbia della Marina degli Stati Uniti, piattaforme progettate per il trasporto e il lancio di missili balistici a testata nucleare. Alla domanda se tali componenti costituiscano elementi fondamentali del sistema d’arma nucleare, Leonardo non ha fornito una risposta diretta. La società ha affermato che Leonardo DRS opera come fornitore di tecnologie impiegabili su diverse tipologie di piattaforme e che tali tecnologie hanno la stessa applicabilità indipendentemente dall’utilizzo finale, senza tuttavia smentire che esse siano installate sui sottomarini classe Columbia. Ha inoltre rifiutato di indicare i ricavi derivanti da queste forniture, richiamando ragioni di riservatezza. 

Infine, Fondazione Finanza Etica ha chiesto chiarimenti sulle criticità evidenziate dalla deliberazione n. 5/2026 della Corte dei conti sul programma internazionale F-35, che segnala, tra gli altri aspetti, il forte aumento dei costi, i ritardi nello sviluppo, il limitato potere decisionale dell’Italia, la riduzione dei ritorni tecnologici attesi e il ridimensionamento delle aspettative industriali e occupazionali.
Leonardo ha respinto tali rilievi dal punto di vista del proprio ruolo industriale, sostenendo che la partecipazione al programma continua a generare rilevanti ritorni economici, industriali, occupazionali e tecnologici. 

Coinvolgimento in programmi nucleari

Su questo punto è necessario entrare nel dettaglio. Sappiamo che la spiegazione può sembrare pedante, ma solo ricostruendo i passaggi uno a uno si può comprendere la reale portata del coinvolgimento di Leonardo.

La catena societaria. Leonardo non possiede MBDA direttamente, ma ci arriva attraverso una società intermedia: Leonardo ha il 50% di AMSH BV, con sede in Olanda; AMSH BV possiede metà di MBDA Francia (meno un’azione); MBDA Francia controlla MBDA Italia. Tradotto: anche se ci sono vari passaggi societari, alla fine Leonardo ha in mano un quarto di MBDA ed è quindi parte integrante delle sue decisioni e attività.

Cos’è in gioco

Testata nucleare: la parte dell’arma che contiene l’esplosivo nucleare.
Vettore (missile): il “mezzo” che porta la testata fino al bersaglio. Senza vettore, la testata non può essere usata come arma; senza testata, il vettore non è un’arma nucleare. Sono due componenti complementari e indispensabili di un unico sistema d’arma.
ASMP-A: missile aria-superficie francese, parte della deterrenza nucleare di Parigi. È progettato per trasportare esclusivamente una testata nucleare.
MBDA: il gruppo europeo che sviluppa il missile ASMP-A. La filiale francese è responsabile dello sviluppo, produzione e manutenzione del vettore (non della testata).

La posizione di Leonardo. Leonardo afferma di non essere coinvolta nel nucleare perché MBDA costruisce solo il missile (il “vettore”) e non la bomba (la “testata”). Aggiunge che alcuni progetti di MBDA sono classificati dal governo francese come French Eyes Only, cioè segreti riservati solo a una cerchia ristretta di autorità francesi, e quindi non accessibili a partner esteri. In questo modo Leonardo sostiene di non avere piena visibilità sui programmi più sensibili. Tuttavia, nelle stesse risposte l’azienda ammette che la filiale francese di MBDA sviluppa e mantiene i missili ASMP-A, progettati esclusivamente per trasportare testate nucleari. Quindi, anche se Leonardo rivendica di non conoscere i dettagli coperti da segreto militare, è consapevole che MBDA lavora su un programma di deterrenza nucleare francese e che la sua partecipazione azionaria (25%) la rende parte di quel progetto.

Un’analogia utile. La legge italiana 220/2021 vieta a banche e investitori di finanziare imprese che producono mine antipersona o munizioni a grappolo “o loro componenti”. Il principio è chiaro: se produci una parte essenziale, sei coinvolto nell’arma finale. Non diciamo che questa legge si applichi automaticamente al nucleare, ma che il criterio (“la parte essenziale conta”) è il riferimento per una valutazione responsabile.

Implicazioni ESG. Leonardo dichiara di non aver mai condotto una valutazione di rischio ESG specifica per MBDA, proprio perché non si considera coinvolta nel nucleare. Alla luce di quanto sopra, questa scelta è insufficiente: una partecipazione del 25% in un gruppo che produce il vettore della deterrenza nucleare francese richiede una due diligence dedicata, trasparente e verificabile.

La nostra valutazione.  La posizione di Leonardo è contraddittoria: riconosce che MBDA produce il missile ASMP-A, ma nega il coinvolgimento nel nucleare basandosi su una distinzione (testata/vettore) che non ha fondamento sostanziale. Dal punto di vista della responsabilità d’impresa, la collaborazione con MBDA colloca Leonardo dentro un programma nucleare.

Trasparenza e dati economici

Complessivamente, nel 2025 Leonardo non ha aumentato la trasparenza verso gli azionisti critici. Non fornisce ancora informazioni disaggregate su fatturato e numero di occupati per singolo stabilimento, né dettagli sull’export militare. I dati pubblicati sono parziali e frammentati: l’azienda si limita a fornire un dato riassuntivo per tipologia di mercato. Dai documenti disponibili emerge comunque una tendenza chiara: l’export militare è in crescita, passando da circa 1,2 miliardi di euro nel 2023 a 1,7 miliardi nel 2024, distribuiti su oltre 14.000 operazioni.

Dividendi e performance di Borsa

Lo Stato italiano, azionista di riferimento con il 30,2% del capitale sociale, ha incassato dividendi pari a 90,8 milioni di euro nel 2024, quasi raddoppiati rispetto ai 49 milioni dell’anno precedente. Gli azionisti privati hanno ottenuto vantaggi ancora più consistenti grazie all’aumento del valore del titolo: chi avesse acquistato azioni Leonardo nell’agosto 2023 a 21,16 € le avrebbe rivendute un anno dopo a 45,53 €, con un guadagno del 215%. Questo boom borsistico è stato trainato dalla guerra in Ucraina, dal conflitto in Israele e dalla corsa al riarmo di NATO ed Europa. L’impegno diretto dello Stato in un’impresa che beneficia della crescita dei conflitti internazionali pone interrogativi etici e di coerenza con gli obblighi di tutela dei diritti umani.

Governance e diritti degli azionisti

Abbiamo posto domande sulla modalità di svolgimento dell’assemblea e sulla valutazione delle competenze ESG del Consiglio di amministrazione.

Assemblee a porte chiuse. Leonardo continua a svolgere le proprie assemblee solo tramite il “rappresentante designato” e non in modalità aperta (né mista, in presenza e online). Secondo l’azienda, questo meccanismo garantirebbe meglio i diritti degli azionisti perché rende “conoscibili e votabili da parte di tutti” le proposte individuali di deliberazione. In realtà, tale giustificazione non è convincente: le proposte individuali in Italia possono essere presentate solo da chi detiene almeno lo 0,5% delle azioni, quindi la maggioranza degli azionisti resta esclusa. Non a caso, la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia proprio per questa prassi delle assemblee “a porte chiuse”.

Competenze ESG del CdA. La valutazione è condotta tramite un processo di autovalutazione interna del Consiglio, supportato dalla società di consulenza Egon Zehnder. L’esito, riportato nel Bilancio Integrato 2024, è stato interamente positivo, elencando aspetti come “clima interno, qualità del dibattito, senso di appartenenza e orientamento al risultato”. Tuttavia, non vi è alcun riferimento specifico o misurabile alle competenze ESG dei singoli consiglieri. Questo conferma la necessità di criteri più oggettivi, trasparenti e verificabili nella selezione e valutazione del board.

Le risposte sul coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armi nucleari sono sconfortanti: Leonardo partecipa a un programma francese per la produzione di un missile con testata nucleare. Tuttavia, poiché si tratta di un progetto classificato come “Special France”, Leonardo afferma di non poter accedere ad alcuna informazione in merito a causa delle rigide normative francesi sulla sicurezza strategica. Leonardo partecipa dunque al 25% in un consorzio (MBDA) con Airbus (Francia) e BAE Systems (Regno Unito) per la produzione di un vettore che trasporterà testate nucleari, ma non può accedere ad informazioni né tantomeno divulgarle. Questo quadro rimane di estrema opacità e forse i cittadini italiani hanno motivo di inquietudine se una azienda strategica in larga parte di proprietà pubblica è tenuta all’oscuro su come le sue risorse vengono impiegate in un programma militare.

Leonardo non ha aumentato per nulla la trasparenza. Continua a non fornire informazioni sulla suddivisione del fatturato e sugli occupati per singolo stabilimento. I dati sull’export militare sono esposti in maniera poco chiara. Anche se parziali, i dati forniti dimostrano che l’export militare di Leonardo ha una rilevanza ridotta: nel 2023, vale intorno a 1,2 miliardi di euro su 15,3 miliardi di euro di ricavi totali della compagnia.

Questo è ben distante dai livelli dichiarati da Aiad (Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza), dimostrando quanto l’industria delle armi sia poco strategica per l’interesse nazionale in termini di ritorni economici e occupazione. Il settore militare è fra quelli a minore intensità di lavoro. L’evoluzione di Leonardo SpA, che controlla oltre il 70% della produzione e il 75% delle esportazioni italiane, mostra che la componente produttiva militare è passata negli ultimi 15 anni dal 56% all’83%. Durante questa trasformazione da impresa mista civile-militare a impresa prevalentemente militare, Leonardo ha ridotto i suoi occupati in Italia del 24%. Nonostante le molte acquisizioni di commesse nel settore militare, come la partecipazione alla produzione dei nuovi caccia F-35, che in Parlamento era stata presentata come una fonte di 10.000 nuovi posti di lavoro, e le svariate acquisizioni d’impresa, il numero complessivo degli occupati di Leonardo SpA si è ridotto.

In termini di dividendi, lo Stato italiano, come azionista di Leonardo, incasserà per l’anno 2023 appena 49 milioni di euro. Al contrario, nel corso del 2023, gli altri azionisti hanno ottenuto vantaggi significativi, poiché, a differenza del Ministero del Tesoro, comprano e vendono azioni di Leonardo liberamente sui mercati azionari. Chi ha acquistato azioni di Leonardo nel gennaio del 2023 e le ha rivendute a fine dicembre ha guadagnato circa il 70%. Il corso del titolo in borsa è stato favorito dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Israele, con la corsa al riarmo di Europa e NATO. L’impegno dello Stato in un’impresa che produce armi impiegate in conflitti internazionali, con il rischio di violazione dei diritti umani fondamentali, appare sproporzionato rispetto agli effettivi, minimi vantaggi economici per il Paese.

Infine, dopo aver presentato una denuncia al Collegio Sindacale, abbiamo espresso nuovamente dubbi sulla nomina dell’ex ministro Roberto Cingolani come amministratore delegato di Leonardo. Sosteniamo che non è stato rispettato il periodo di sospensione di un anno dalla cessazione della carica governativa di Cingolani, ai sensi della legge 60 del 1953. Leonardo ha risposto che la legge non può essere considerata applicabile alla società, senza però spiegarne i motivi.

Il nostro impegno continuerà dopo l’assemblea.

Fin dall’inizio le nostre richieste si sono rivolte allo spostamento della quota di fatturato il fatturato di Leonardo SpA dal settore civile a quello militare, chiedendo maggiore trasparenza su destinazioni e materiali d’armamento esportati. Anche cercando di avere informazioni che consentissero di riempire i vuoti e le carenze che l’impostazione della Relazione del Governo al Parlamento relativa alla L.185/90 presentava.
La Fondazione ha inoltre chiesto chiarimenti sulla partecipazione di Leonardo a programmi di armi nucleari e sulla collaborazione con università italiane e attività di fondazioni interne al Gruppo.
I risultati dell’engagement con Leonardo sono stati del tutto insoddisfacenti, sia sul piano delle risposte alle nostre richieste e agli obiettivi. Nel 2022 la percentuale del fatturato militare di Leonardo è stata dell’83%, a fronte del 73% nel 2020, del 72% nel 2019 e del 68% nel 2018. In relazione alla partecipazione di Leonardo nei programmi di produzione di armi nucleari, le risposte della società sono state evasive, confuse, contraddittorie. L’orientamento è rivolto a sostenere che la società non sia implicata in tali produzioni in quanto parte di un consorzio che realizza solo il vettore, cioè il missile, e non la testata nucleare. Ma, ormai, sembra acclarato che, sia per la produzione di missili che per la produzione di parti di cacciabombardieri adatti al trasporto di bombe con testata nucleare, la società è decisamente implicata nella produzione di questi materiali d’armamento controversi. In generale la società evita di rispondere alle nostre domande accampando motivi di sicurezza nazionale, di strategie commerciali o comunque di indisponibilità alla disclosure su questi temi.

Renk Group

Renk Group AG è una società tedesca specializzata in sistemi di trasmissione e propulsione per il settore della difesa. Opera in tre segmenti: Vehicle Mobility Solutions, dedicato a trasmissioni e componenti per veicoli militari; Marine & Industry, focalizzato su sistemi di propulsione e riduttori per applicazioni navali e industriali; e Slide Bearings, che produce cuscinetti a strisciamento per applicazioni industriali e navali civili.
Nel 2025, Renk ha registrato risultati record, con ricavi pari a 1,37 miliardi di euro, in crescita del 19,8% rispetto all’anno precedente, trainati soprattutto dal settore della difesa, che rappresenta il 74% del fatturato del gruppo.
Il Gruppo Renk impiega circa 4,460 persone a livello globale.

Nel 2026, in coerenza con la campagna promossa da Etica Sgr insieme alla coalizione internazionale Stop Killer Robots per sostenere l’adozione di una regolamentazione internazionale giuridicamente vincolante sui sistemi d’arma autonomi e garantire il mantenimento di un controllo umano significativo (meaningful human control) in tutte le decisioni relative all’uso della forza, Fondazione Finanza Etica ha introdotto per la prima volta questo tema nella propria attività di engagement con le imprese del settore difesa con cui svolge storicamente attività di azionariato critico.
Parallelamente, in collaborazione con il Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre (DKAA), la federazione degli azionisti critici tedeschi, le stesse domande sono state sottoposte anche nel corso delle assemblee annuali di imprese tedesche del settore difesa che normalmente non rientrano tra i target dell’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica: Airbus e Renk.

L’engagement con Renk si è concentrato sulle armi autonome e l’uso dell’intelligenza artificiale. Renk ha confermato di sviluppare componenti destinati anche a piattaforme militari senza equipaggio e con capacità parzialmente autonome, precisando tuttavia di non produrre direttamente sistemi d’arma né tecnologie di intelligenza artificiale militare.
L’azienda ha spiegato che i propri sistemi di propulsione e mobilità sono progettati per consentire anche funzionalità di guida autonoma e senza equipaggio, sviluppate in collaborazione con i produttori delle piattaforme e gli utilizzatori finali.
Ha inoltre dichiarato di non disporre di una policy aziendale sui sistemi d’arma autonomi o sul meaningful human control, ritenendo che le decisioni sull’equipaggiamento e sull’impiego operativo delle piattaforme spettino ai clienti finali. Pur affermando di svolgere attività di lobbying, Renk ha dichiarato di non sostenere attualmente alcuna posizione pubblica sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi o dell’intelligenza artificiale in campo militare. 

REPSOL

Repsol è una compagnia energetica internazionale con sede in Spagna, attiva nei settori del petrolio, del gas e delle energie rinnovabili. La società è quotata in borsa e ha una presenza significativa a livello internazionale. Nel 2023 ha registrato un fatturato di 58,9 miliardi di euro e ha un portafoglio ordini significativo che riflette la sua vasta gamma di operazioni nel settore energetico. Repsol è impegnata in un processo di transizione energetica, con l’obiettivo di diventare una compagnia a emissioni zero entro il 2050. Tuttavia, come dimostrano le recenti assemblee degli azionisti e gli interventi pubblici, ci sono richieste crescenti per accelerare questo processo e adottare misure più concrete entro il 2030.

Alla stessa Assemblea degli Azionisti hanno partecipato anche Greenpeace e Oxfam con domande su temi ambientali.

2024

Il 10 maggio abbiamo partecipato nuovamente all’Assemblea degli Azionisti di REPSOL. Jordi Ibáñez, direttore di Fundación Finanzas Éticas, è intervenuto nella sessione di domande, ponendo diverse questioni agli azionisti e ai dirigenti dell’azienda. Nel suo intervento ha sottolineato tre richieste principali: piano di decarbonizzazione credibile, non per il 2050 ma per il 2030; maggiore trasparenza sui temi di sostenibilità, con riferimento alle diverse accuse di pubblicità ingannevole a cui l’azienda deve far fronte; invito a prendere sul serio la responsabilità sociale d’impresa, applicando le misure di due diligence per garantire i diritti umani, lavorativi e ambientali in tutte le operazioni, per evitare di ripetere disastri ecologici e sociali come lo sversamento di quasi 12.000 barili di petrolio nel mare del Perù nel gennaio 2022.

La risposta del CEO di REPSOL, Josu Jon Imaz, ha riguardato il peso della normativa ambientale europea, che a suo dire condiziona il miglioramento e l’avanzamento dell’industrializzazione europea. Inoltre, ha pubblicamente indicato Fundación Finanzas Eticas e Greenpeace come responsabili dell’ “incremento delle emissioni di CO2 nel mondo legate al carbone”, di “rafforzare Putin” e di essere “complici della lobby elettrica”.

Rheinmetall

Rheinmetall AG è un gruppo tedesco quotato in borsa che produce armamenti e componenti per automobili. Ha sede a Düsseldorf. Il suo stabilimento produttivo principale si trova però a Unterlüß (nella Bassa Sassonia) Impiega circa 34.000 persone, di cui circa la metà in Germania. È una società ad azionariato diffuso senza un vero e proprio azionista di controllo. Uno dei principali azionisti è il fondo sovrano del governo norvegese, che detiene circa il 2% del capitale dell’impresa. Un altro azionista rilevante è la società di gestione USA Fidelity Management & Research, con il 2,88%. 

Dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, Rheinmetall ha registrato una crescita straordinaria, trainata dal forte aumento della spesa militare in Europa e nel mondo. Nel 2025, il gruppo tedesco ha raggiunto un fatturato di circa 9,94 miliardi di euro, con un aumento del 29% rispetto al 2024 e di quasi il doppio rispetto ai livelli pre-conflitto (2021).

Il rendimento in borsa di Rheinmetall dal giorno dell’inizio del conflitto in Ucraina (24 febbraio 2022) a oggi (luglio 2026) è stato di circa +1.000%, ovvero un incremento di dieci volte del valore iniziale.

Nel 2017 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Rheinmetall per partecipare alle assemblee degli azionisti dell’impresa. L’ha fatto su proposta della Rete Italiana Pace e Disarmo e del Comitato per la Riconversione di RWM Italia (la controllata italiana dell’impresa). A partire dal 2018 l’attività di azionariato critico su Rheinmetall è stata effettuata anche in collaborazione con Shareholders for Change e con la rete di azionisti critici tedeschi Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre.

L’azionariato critico su Rheinmetall è nato per denunciare la produzione di bombe nello stabilimento italiano di Domusnovas in Sardegna (RWM Italia), esportate negli anni scorsi in Arabia Saudita per essere impiegate nel conflitto in Yemen, che ha causato migliaia di vittime civili.

Negli ultimi anni il focus delle domande si è progressivamente ampliato. Oltre alle esportazioni verso l’Arabia Saudita, gli azionisti critici hanno denunciato la crescente espansione produttiva di RWM Italia e gli impatti ambientali e sociali dell’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas. 

Lo scontro con l’impresa in assemblea è sempre stato molto duro. Da parte di Rheinmetall non c’è mai stata disponibilità al dialogo. L’impresa continua a ripetere che la produzione ed esportazione di armamenti viene fatta nel pieno rispetto delle leggi nazionali dei Paesi in cui opera. Rheinmetall ribadisce di essere fiduciosa sulla risoluzione positiva di tutti procedimenti legali a suo carico in Italia, sui quali gli azionisti critici hanno più volte richiamato l’attenzione.

Nel 2026 abbiamo partecipato ancora una volta all’assemblea degli azionisti online, poiché dal 2020 la società non tiene più assemblee in presenza. Fondazione Finanza Etica ha chiesto chiarimenti su numerosi aspetti economici, industriali, ambientali e tecnologici riguardanti in particolare le controllate Rheinmetall Italia e RWM Italia. Tra le richieste figuravano i dati economici del 2025 (fatturato, utile netto, nuovi ordini e portafoglio ordini), l’andamento dell’occupazione, gli investimenti previsti e i piani industriali per gli stabilimenti italiani.
Per la prima volta, Fondazione Finanza Etica ha posto un articolato gruppo di domande sullo sviluppo da parte di Rheinmetall di sistemi d’arma autonomi e basati sull’intelligenza artificiale, chiedendo chiarimenti sul grado di autonomia di diversi sistemi militari, sulle garanzie di controllo umano nelle decisioni relative all’impiego della forza letale e sull’eventuale esistenza di politiche aziendali riguardanti le armi autonome.
Le domande si inseriscono anche nel quadro dell’impegno di Etica Sgr, in collaborazione con la campagna internazionale Stop Killer Robots (si veda la scheda di Leonardo e l’introduzione a questo rapporto per maggiori dettagli).
Rheinmetall ha affermato di rispettare tutte le normative nazionali e internazionali applicabili e di considerare autonomia e intelligenza artificiale tecnologie strategiche. Tuttavia, ha ammesso di non disporre ancora di una policy interna vincolante che disciplini in modo organico lo sviluppo e l’impiego di sistemi d’arma autonomi o che garantisca formalmente il principio del meaningful human control, sostenendo che il quadro normativo internazionale non è ancora sufficientemente definito.

Sul fronte occupazionale, Rheinmetall ha dichiarato che Rheinmetall Italia è passata da 1.049 dipendenti a fine 2024 a 1.269 a fine 2025, mentre RWM Italia è cresciuta da 615 a 725 addetti nello stesso periodo. Per il 2026 il gruppo prevede ulteriori assunzioni, fino a circa 2.400 dipendenti complessivi in Italia. Nonostante la crescita registrata negli ultimi anni, l’occupazione complessiva del gruppo in Italia rimanen quindi relativamente contenuta.

Partecipazione all’assemblea

Nel 2025 abbiamo partecipato ancora una volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall in modalità online, dato che dal 2020 la società non svolge più assemblee in presenza. Lo scontro con l’impresa si conferma molto duro: non vi è mai stata disponibilità al dialogo e l’azienda continua a ribadire che la produzione ed esportazione di armamenti avviene nel pieno rispetto delle leggi nazionali dei Paesi in cui opera. Rheinmetall si è detta inoltre fiduciosa sull’esito positivo dei procedimenti legali in corso in Italia, più volte richiamati all’attenzione dagli azionisti critici.

Valutazione: il ricorso sistematico a formule di rito e il rifiuto di un confronto aperto confermano la chiusura strutturale dell’azienda verso gli azionisti critici.

RWM Italia e l’aumento degli utili

Abbiamo chiesto chiarimenti sull’eccezionale crescita degli utili della controllata italiana RWM, passati da 13 a oltre 36 milioni di euro in un solo anno, per capire se tale incremento si fosse tradotto in nuova occupazione. RWM Italia è una società controllata da Rheinmetall Defence con lo stabilimento a Domusnovas (Sud Sardegna) e le sedi di Ghedi (Brescia), Torino e Roma. A Domusnovas, in particolare, si concentra la produzione di esplosivi e ordigni bellici, con linee di caricamento attive h24 e un portafoglio ordini che a fine 2024 superava i 600 milioni di euro, grazie soprattutto alla crescita delle commesse UE e NATO. Rheinmetall ha risposto che i posti di lavoro sono aumentati solo marginalmente e soprattutto tramite contratti interinali. 

Valutazione: i dati confermano come l’aumento dei profitti non corrisponda a benefici occupazionali significativi, rafforzando l’idea di una crescita trainata dalla domanda bellica più che da investimenti sul territorio.

Joint venture con Leonardo e acquisizione Iveco Defence

La Fondazione ha chiesto inoltre di chiarire l’impatto economico previsto della nuova joint venture con Leonardo per la produzione di carri armati e veicoli blindati destinati all’Esercito italiano, un progetto dal valore stimato di 23 miliardi di euro. È stato chiesto anche di fornire informazioni sull’offerta congiunta Rheinmetall-Leonardo per l’acquisizione di Iveco Defence. A entrambe le domande l’impresa ha opposto il vincolo di riservatezza dei contratti, senza fornire ulteriori dettagli.

Valutazione: ancora una volta l’azienda si è sottratta a qualsiasi confronto reale con gli azionisti, nascondendosi dietro la riservatezza e riaffermando il solo rispetto delle leggi come giustificazione.

Lo scontro con l’impresa in assemblea è sempre stato molto duro. Da parte di Rheinmetall non c’è mai stata disponibilità al dialogo. L’impresa continua a ripetere che la produzione ed esportazione di armamenti viene fatta nel pieno rispetto delle leggi nazionali dei Paesi in cui opera. Rheinmetall ribadisce di essere fiduciosa sulla risoluzione positiva di tutti procedimenti legali a suo carico in Italia, sui quali gli azionisti critici hanno più volte richiamato l’attenzione.

Nel 2024 abbiamo partecipato all’assemblea degli azionisti online, visto che dal 2020 la società non svolge più assemblee in presenza. Abbiamo chiesto maggiori informazioni sulla decisione del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto l’irregolarità dei principali ampliamenti dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias. Abbiamo inoltre chiesto maggiori informazioni sulla ripresa delle esportazioni verso l’Arabia Saudita, dopo la fine dell’embargo e sul nuovo accordo commerciale con l’AOI (Organizzazione Araba per l’Industrializzazione), che riguarda in particolare l’Egitto.

L’impresa non si è pronunciata sulla decisione del Consiglio di Stato perché il procedimento sarebbe ancora in corso. Ha però ribadito che l’impianto di Domusnovas non può essere riconvertito alla produzione civile, perché è strutturalmente pensato per produrre esplosivi. A Domusnovas non si intendono investire grandi cifre per l’espansione dello stabilimento ma si potrebbero comunque creare 80-100 nuovi posti di lavoro in futuro. Sulle esportazioni verso l’Arabia Saudita e sul contenuto dell’accordo con l’AOI non è stata data alcuna informazione, per motivi di riservatezza contrattuale. L’accordo con l’AOI riguarda comunque solamente l’Egitto e non anche altri Paesi arabi.

L’engagement con Rheinmetall si concentra su due aspetti principali. In primo luogo, l’esportazione di armi verso Paesi in guerra e/o che sistematicamente violano i diritti umani. In secondo luogo, c’è la richiesta di riconversione a scopi civili dello stabilimento di Domusnovas in Sardegna.
Fondazione Finanza Etica e altri azionisti critici collaborano evidenziando che, oltre all’aspetto etico, esportare armi verso Paesi con violazioni dei diritti umani comporta rischi finanziari, esponendo la società a possibili sanzioni.

Solvay

Solvay Group è un’azienda belga che opera nel settore chimico e delle plastiche. È stata fondata nel 1863 da Ernest Solvay i cui eredi, tramite Solvec SA, la controllano (con il 30,81%). Negli ultimi anni l’assetto del gruppo è cambiato radicalmente: dalla cessione del pilastro farmaceutico all’acquisizione dell’azienda chimica Rhodia e alla creazione della nuova Solvay. In Italia è proprietaria di vari stabilimenti, tra cui quello di Rosignano Solvay (soda caustica, bicarbonato e carbonato di sodio). Solvay ha sede a Bruxelles e conta 22.000 dipendenti in 61 paesi. Il fatturato netto nel 2022 è di 13,4 miliardi di euro. È quotata su Euronext Bruxelles, Parigi e negli Stati Uniti. Solvac SA detiene il 30,81% del capitale di Solvay.

Nel 2021 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Solvay per portare all’attenzione dell’impresa il problema dell’inquinamento generato dallo stabilimento di Rosignano, in provincia di Livorno. Negli ultimi tre anni abbiamo inoltre inviato domande sulla catena di approvvigionamento di metalli e terre rare e sul piano di decarbonizzazione della società. L’engagement è stato sviluppato in collaborazione con la rete Shareholders for Change, con l’activist investor Bluebell Capital Partners e con la rete di azionisti critici britannica ShareAction.

Abbiamo inviato domande a Solvay prima delle assemblee del 2021, 2022 e 2024. Ad esempio, abbiamo richiesto informazioni sul monitoraggio della catena di approvvigionamento di metalli rari per minimizzare rischi sociali e ambientali. Riguardo all’impianto di Rosignano (Livorno), abbiamo chiesto quanto la società preveda di investire per la completa decontaminazione delle coste.

Nel 2024 siamo tornati sull’impianto di Rosignano, chiedendo informazioni su un procedimento, avviato nel 2019 dalla Procura di Livorno e ancora in corso, in cui è coinvolta la società. Riguardano una presunta contaminazione di alcune falde acquifere all’esterno del sito di produzione e nella zona dell’ex discarica.

Abbiamo inoltre chiesto maggiori informazioni sugli accantonamenti al fondo rischi e oneri per procedimenti che riguardano presunte violazioni ambientali. Infine, abbiamo fatto una domanda sul modo in cui saranno i 30 milioni annui che saranno investiti ogni anno nell’ambito della strategia di decarbonizzazione.

La società ha sempre negato contaminazioni al di fuori dello stabilimento di Rosignano. Inizialmente vaghe sul tema dei metalli rari, le risposte sono diventate più dettagliate nel tempo, in risposta a domande specifiche. Riguardo al procedimento ancora in corso presso la Procura di Livorno, la società ha risposto che il caso è ancora nella fase di indagine preliminare e non è noto quando saranno concluse le indagini. Solvay continua a investire per la bonifica del terreno e delle acque sotterranee.

Per quanto riguarda gli accantonamenti, la società ha dichiarato che non divulga i dati sugli accantonamenti per sito industriale, ma solo a livello aggregato, per ogni Paese in cui opera. Mentre è stata più trasparente sull’uso dei 30 milioni destinati al piano di decarbonizzazione: nel 2024 saranno utilizzati per la costruzione di una seconda caldaia a legna di scarto in Germania; per completare l’uscita dal carbone negli Stati Uniti e per ridurre i gas serra emessi da una miniera, sempre negli USA.

Abbiamo inviato domande a Solvay prima delle assemblee del 2021, 2022 e 2023, in collaborazione con Meeschaert Asset Management, socio francese di Shareholders for Change. Ad esempio, abbiamo richiesto informazioni sulla sorveglianza della catena di approvvigionamento di metalli rari per minimizzare rischi sociali e ambientali. Riguardo all’impianto di Rosignano (Livorno), abbiamo chiesto quanto la società preveda di investire per la completa decontaminazione delle coste.
Sul tema della decarbonizzazione, abbiamo domandato se Solvay abbia l’intenzione di passare al 100% a fonti energetiche rinnovabili entro il 2050 e se si impegna a eliminare gradualmente la biomassa come fonte energetica, sia per la produzione diretta che indiretta di energia, al più tardi entro il 2050.

TKMS (ThyssenKrup Marine System)

Nell’anno fiscale 2024/2025 (chiuso il 30 settembre 2025), TKMS ha registrato risultati record dopo la separazione da thyssenkrupp e la quotazione in Borsa (il 20 ottobre 2025). Il portafoglio ordini ha raggiunto 18,2 miliardi di euro (+57% rispetto all’anno precedente), mentre i nuovi ordini sono saliti a 8,8 miliardi di euro, sei volte il livello del 2023/2024. Il fatturato è aumentato del 9% a 2,2 miliardi di euro.
La società prevede di continuare a crescere, con investimenti per oltre 200 milioni di euro nel sito di Wismar, dove potranno essere creati fino a 1.500 nuovi posti di lavoro. Tra le principali commesse figurano quattro nuovi sottomarini per la Marina tedesca nell’ambito del programma 212CD, la modernizzazione di sei sottomarini classe 212A, due ulteriori sottomarini 218SG destinati all’esportazione e la costruzione della nuova nave rompighiaccio di ricerca Polarstern

Alla fine del 2020 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di ThyssenKrupp per fare engagement con l’impresa e partecipare alle assemblee degli azionisti. L’ha fatto su proposta del socio fondatore di Shareholders for Change, Pax-Bank für Kirche und Caritas, una banca cattolica tedesca. La prima lettera a ThyssenKrupp è stata spedita nell’ottobre del 2020, per fare domande sulle esportazioni militari dell’impresa. L’engagement con ThyssenKrupp aveva l’obiettivo finale di spingere l’impresa a liberarsi del suo ramo militare, considerato non strategico e associato a gravi rischi di violazione dei diritti umani.
Questo obiettivo si è concretizzato nell’ottobre 2025 con lo spin-off e la quotazione in Borsa di TKMS (thyssenkrupp Marine Systems) come società indipendente. Fondazione Finanza Etica ha deciso di proseguire l’attività di engagement anche nei confronti di TKMS, in collaborazione con il Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre (DKAA), l’associazione tedesca degli azionisti critici.

La divisione armamenti di ThyssenKrupp (oggi TKMS) esporta navi militari in zone di crisi e guerra, vendendo sottomarini e fregate a Paesi come Turchia ed Egitto, coinvolti in conflitti contrari al diritto internazionale o governati da autocrati accusati di violazioni dei diritti umani. Un altro punto di engagement riguarda la produzione di sistemi d’arma adattabili per testate nucleari.

Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.

Il dialogo con ThyssenKrupp, in collaborazione con Shareholders for Change, è stato ampio ma non soddisfacente rispetto alle aspettative di Fondazione Finanza Etica. Nonostante la partecipazione a incontri e la partecipazione alle assemblee degli azionisti, l’azienda ha minimizzato le preoccupazioni sui diritti umani legate alle pratiche di esportazione di armamenti, senza impegnarsi a interrompere tali esportazioni in zone di conflitto.

Nel corso dell’assemblea online degli azionisti di TKMS, Fondazione Finanza Etica ha posto una serie di domande su modularità nella costruzione dei sistemi d’arma, capacità nucleari, sistemi d’arma autonomi e impiego dell’intelligenza artificiale.

Sul tema della modularità, la Fondazione ha chiesto se i sistemi d’arma siano progettati in modo adattabile e se tali configurazioni possano consentire, anche solo in linea di principio, l’integrazione di vettori con capacità nucleare. TKMS ha dichiarato di non essere coinvolta in progetti di sistemi d’arma nucleari, precisando che agisce nel rispetto delle linee guida del governo tedesco. Non sono però state fornite informazioni sulle specifiche dei singoli clienti e, anche in questa occasione, non è stato possibile chiarire l’effettiva predisposizione tecnica delle piattaforme a un eventuale futuro impiego di sistemi con capacità nucleare.

Per quanto riguarda i sistemi d’arma autonomi, TKMS ha ribadito che, per ragioni di riservatezza, non può fornire dettagli su grado di autonomia o funzioni decisionali specifiche, ma ha affermato che l’impiego di armi senza una decisione finale umana non rientra nell’approccio adottato dall’azienda. La società non ha però chiarito se questo principio sia formalizzato in una specifica policy aziendale vincolante.

La divisione armamenti di ThyssenKrupp esporta navi militari in zone di crisi e guerra, vendendo sottomarini e fregate a Paesi come Turchia ed Egitto, coinvolti in conflitti contrari al diritto internazionale o governati da autocrati accusati di violazioni dei diritti umani. Un altro punto di engagement riguarda la produzione di sistemi d’arma adattabili per testate nucleari.

Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.

Il dialogo con ThyssenKrupp, in collaborazione con Shareholders for Change, è stato ampio ma non soddisfacente rispetto alle aspettative di Fondazione Finanza Etica. Nonostante la partecipazione a incontri e la partecipazione alle assemblee degli azionisti, l’azienda ha minimizzato le preoccupazioni sui diritti umani legate alle pratiche di esportazione di armamenti, senza impegnarsi a interrompere tali esportazioni in zone di conflitto.

Nel corso dell’assemblea 2025 di thyssenkrupp, Fondazione Finanza Etica ha posto domande critiche sulla divisione Marine Systems (TKMS), concentrandosi sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sottomarini, sulla possibilità di trasportare testate nucleari, sulla trasparenza delle esportazioni militari e sulla mancanza di una due diligence aggiuntiva per valutare il rispetto dei diritti umani nei paesi destinatari degli armamenti. 

In merito all’intelligenza artificiale, TKMS ha dichiarato di utilizzarla oggi per ottimizzare la progettazione e i processi produttivi. In futuro, l’AI verrà applicata in ambito navale e subacqueo, ma l’attuale priorità tecnologica è rivolta allo sviluppo di sistemi senza pilota e operazioni multi-dominio (spazio, terra, mare, cielo, cyberspazio). Rispetto all’uso dell’AI nei sistemi d’arma, l’azienda ha escluso che venga impiegata per selezionare e colpire bersagli senza controllo umano: al momento, l’AI sarebbe usata solo per analisi dei dati provenienti dai sensori. 

Sul fronte della proliferazione nucleare, TKMS ha rifiutato di rispondere alla domanda sulla capacità dei suoi sottomarini di trasportare testate nucleari, ribadendo che non commenta pubblicamente specifiche tecniche o militari. Nessuna risposta è stata fornita neanche sulla possibilità che queste modifiche siano realizzate su richiesta dei clienti.

Per quanto riguarda i dati economici, thyssenkrupp ha dichiarato che i prodotti militari hanno rappresentato il 6% del fatturato totale nel 2023/24, con esportazioni militari verso 35 paesi. Sulla richiesta di sottoporre le esportazioni di armamenti a una due diligence interna aggiuntiva per evitare vendite a paesi che violano i diritti umani, TKMS ha ribadito che si attiene rigorosamente alla normativa tedesca ed europea. In sostanza, l’azienda ritiene che l’attuale sistema di autorizzazioni governative sia sufficiente e non prevede misure di valutazione etica proprie.

Nonostante il dialogo con l’azienda sia stato complessivamente costruttivo, restano forti interrogativi sul possibile contributo – diretto o indiretto – allo sviluppo di sistemi d’arma nucleari, un tema su cui thyssenkrupp non ha ancora dato risposte soddisfacenti. Allo stesso tempo, l’azienda continua a rifiutare l’introduzione di una due diligence aggiuntiva sulle esportazioni, confermando un disinteresse verso la valutazione autonoma dei rischi legati ai diritti umani nei paesi destinatari.

Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.

Nel 2024 Fondazione Finanza Etica ha chiesto informazioni aggiornate sull’export militare e sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari, in particolare per quanto riguarda i sottomarini.

Il dialogo con ThyssenKrupp, in collaborazione con Shareholders for Change, è stato ampio ma non soddisfacente rispetto alle aspettative di Fondazione Finanza Etica. Nonostante la partecipazione a incontri e l’invio di rappresentanti alle assemblee degli azionisti, l’azienda ha minimizzato le preoccupazioni sui diritti umani legate alle pratiche di esportazione di armamenti, senza impegnarsi a interrompere tali esportazioni in zone di conflitto.

Durante l’assemblea del 2024 l’impresa ha aggiornato l’incidenza della produzione di armi sul totale del fatturato, attualmente al 3,7% e ha fornito il dettaglio dell’export per Paese, in percentuale del totale: Egitto 1%, Brasile 0,7%, Norvegia 0,6%, Singapore 0,5%, Gran Bretagna 0,4%, Turchia 0,2%, Italia 0,2%, Corea del Sud 0,1%. Dal punto di vista di FFE, le esportazioni verso l’Egitto e la Turchia sono potenzialmente problematiche.

Nelle risposte alle domande di FFE, ThyssenKrupp ha confermato di rispettare fino all’ultima virgola le normative dello Stato tedesco, sia per quanto riguarda le armi nucleari, sia per quanto riguarda la produzione di sistemi d’arma autonomi.

Per Fondazione Finanza Etica il rispetto delle norme non è però sufficiente. Anche perché, molto spesso, le due diligence governative valutano le attività commerciali solo dal punto di vista della politica estera di un Paese. Per Fondazione Finanza Etica la strategia di sostenibilità di ThyssenKrupp non si concilia affatto con una politica di esportazione di armi molto poco ambiziosa, che non fa nulla di più di quanto richiesto da uno Stato nazionale.

La divisione armamenti di ThyssenKrupp esporta navi militari in zone di crisi e guerra, vendendo sottomarini e fregate a Paesi come Turchia ed Egitto, coinvolti in conflitti contrari al diritto internazionale o governati da autocrati accusati di violazioni dei diritti umani. Un altro punto di engagement riguarda la produzione di sistemi d’arma adattabili per testate nucleari.
Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.

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