La guerra ai cambiamenti climatici si conduce anche nei tribunali. È il caso della California. E sulla West Coast il caso interroga questioni più profonde come il ruolo dello Stato in questo conflitto, la sua funzione di garanzia quando sono in gioco interessi generali e interessi privati, che sono al fondamento di una democrazia ben funzionante. E forse c’è da riflettere anche in Italia.

Ecco il caso.

Le città di Oakland e San Francisco hanno portato le major del petrolio in tribunale, accusandole di aver messo a rischio le comunità costiere del Pacifico a causa del loro contributo al cambiamento climatico: l’innalzamento dei livelli del mare su queste città costiere, in caso di uragani porterebbe a devastanti alluvioni; ogni tempesta, cioè, si assommerebbe a livelli più alti del mare con rischi enormi per la salute dei cittadini e la sicurezza dei beni pubblici e privati.
Ora, accade che – mentre il procedimento giudiziario è in corso – vengono alla luce 178 pagine di email scambiate fra legali del Dipartimento di Giustizia del Governo federale e gli avvocati delle compagnie petrolifere dalle quali emerge una complicità e una collaborazione dei primi con i secondi nella costruzione della difesa contro le accuse di Oakland e San Francisco. Le email sono state acquisite dal Natural Resources Defense Council (una ong ambientalista fondata nel 1970 con sede a New York), in base alla legge federale Freedom of Information Act, una delle conquiste della democrazia americana nel 1967 e ampliata durante la presidenza Clinton fra il 1995 e il 1999. Le email mettono in evidenza una stretta relazione fra l’Amministrazione Trump, in particolare la struttura della Giustizia (l’avvocatura federale, nello specifico) e l’industria petrolifera. Una vicinanza fatta di decine di incontri con lo scopo di preparare memorie difensive, di scambi di informazioni in vista delle udienze, di cortesie legali che hanno fatto sorgere più di un dubbio circa l’imparzialità del Governo federale rispetto a un contenzioso in cui si confrontano soggetti pubblici che agiscono in nome di interessi generali delle comunità rappresentate (le due città) e soggetti privati che difendono interessi particolari (le compagnie petrolifere). Alcuni sostengono che in questi contatti non si ravvisano comportamenti illegittimi (“red flag”), al più inopportuni (“eyebrow”). Ma il fatto è che il Dipartimento di Giustizia del Governo federale si è apertamente schierato a favore dell’industria petrolifera in un processo
attraverso una memoria firmata da Jeff Wood, già uomo di punta della campagna elettorale di Trump e da questi nominato avvocato generale nella Divisione Ambiente e Risorse Naturali del Dipartimento della Giustizia. Nella memoria Wood scrive che “ Gli Stati Uniti hanno un forte interesse economico e nazionale nel promuovere lo sviluppo dei combustibili fossili, fra le altre fonti energetiche”; dunque “l’equilibrio fra i bisogni energetici della nazione e interessi economici da un lato e i rischi posti dai cambiamenti climatici è competenza in primo luogo delle varie articolazioni del Governo federale”, motivo per cui la causa intentata da Oakland e San Francisco viola il principio costituzionale della separazione dei poteri.
Altri invece, come la ong NRDC, ritengono che la collaborazione con l’industria petrolifera responsabile dei cambiamenti climatici non sia negli interessi degli Stati Uniti. C’è stato favoritismo del Governo federale per una parte in un contenzioso giudiziario tale da compromettere la terzietà dell’amministrazione pubblica? È assai probabile, visto che il Dipartimento di Giustizia – mentre collaborava attivamente con BP e con le altre major del petrolio – mai ha cercato e interloquito con le due amministrazioni cittadine. Certamente possiamo dire che questa vicinanza fra Governo e imprese private, cioè la mescolanza fra interessi pubblici e interessi privati, negli Stati Uniti ha sollevato scandalo, discussioni, conflitti istituzionali; ha sollevato domande inquietanti sull’obiettività della struttura del Governo federale preposta alla amministrazione della Giustizia. Sono quesiti di fondo circa l’essenza di una democrazia moderna.

Ma, allora, per venire a casa nostra, cosa potremmo o dovremmo pensare di un governo, quello italiano, che è tanto vicino all’industria degli idrocarburi, cioè dei combustibili fossili, da esserne azionista di riferimento? Parliamo, ovviamente, di Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) di cui il Ministero dell’economia e della finanza (Mef) è azionista di maggioranza. Toccare questo tasto non è particolarmente beneaugurante (come ha dimostrato la vicenda del ministro Fioramonti, che osò discutere questa posizione del Governo in Eni sulla nostra testata Valori), ma per quanto sarà ancora possibile eludere la domanda: lo Stato, che deve ridurre fino al superamento la carbonizzazione della produzione di energia elettrica in base all’accordo di Parigi della COP 21, può anche essere azionista di riferimento di un’azienda che ha come mission quella di operare nel campo delle fonti fossili di energia ? O, quanto meno, può farlo senza porre all’azienda l’obiettivo, concreto e misurabile, del superamento di questo mandato costitutivo di essere l’ente nazionale idrocarburi?

Simone Siliani