Categoria: Notizie

Corso di educazione finanziaria e allo sviluppo di impresa – VALDERA- aperte le iscrizioni

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Fondazione Finanza Etica è partner del progetto “Savoir Faire”, cofinanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione FAMI 2014-2020 (PROG-2227, OS 2, ON 3, lett. m) – 394.419,04€ – annualità 2018-21, 24 mesi) avente a capofila Anci Toscana.

Nell’ambito del progetto la Fondazione svolge corsi gratuiti di alfabetizzazione finanziaria e attività di accompagnamento allo sviluppo di piani di impresa sociale, della durata di 40 ore ciascuno da realizzare in ogni provincia della Toscana.

È aperto il bando per partecipare alla edizione del corso sul territorio della Valdera.

Il bando scade il 3 marzo 2020.

A chi è rivolto

Cerchiamo cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti sul territorio toscano, compresi i titolari di protezione internazionale, sussidiaria e umanitaria che siano interessati all’acquisizione di competenze finanziarie e allo sviluppo di capacità imprenditoriale.

Il corso

Le lezioni, condotte secondo metodologie di apprendimento aperte e finalizzate a coinvolgere in maniera quanto più attiva tutti i partecipanti, permetteranno di:

  • Conoscere concetti fondamentali della finanza (cosa sono i soldi, cosa sono il risparmio e l’indebitamento)
  • Informarsi sui diritti fondamentali dei migranti in condizione di pari opportunità (casa, lavoro, salute, istruzione, libertà di circolazione)
  • Imparare ad elaborare un bilancio personale e familiare
  • Conoscere le modalità di finanziamento per l’ avvio e il funzionamento di un’impresa
  • Sviluppare un’idea imprenditoriale di successo

La partecipazione al corso è completamente gratuita. Le lezioni e il materiale didattico sono in italiano, per cui è richiesto un livello adeguato di conoscenza e padronanza della lingua in forma scritta e orale.

Le lezioni durano mediamente 3 ore e si svolgono ogni venerdì mattina (da confermare tramite colloquio con gli iscritti). Sede del corso è il comitato territoriale Arci di Pontedera.

Durata

Il corso ha una durata complessiva di 40 ore. Le lezioni dureranno da marzo ad aprile 2020.

Documenti

La versione integrale del bando è disponibile qui.

Potete scaricare la scheda di iscrizione qui.

Come presentare domanda

Per candidarsi è necessario inviare via mail all’indirizzo formazione.fondazione@bancaetica.org o via fax al +39 055 2691148  la scheda di iscrizione debitamente compilata e copia di valido permesso di soggiorno. Il termine per presentare domanda è fissato alle ore 17:00 del 3/03/2020.

Per informazioni sul bando e sulle modalità di partecipazione scrivere a formazione.fondazione@bancaetica.org

oppure telefonare allo 055 2381064 (lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 17)

Riaperte le iscrizioni al convegno sulla Laudato si’

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Siamo lieti di infomare tutti gli interessati che sono riaperte le iscrizioni all’incontro ad Assisi il 1 febbraio 2020 sul tema “Riparare la nostra casa comune. Laudato si’, economia e finanza etica” esclusivamente per i dialoghi della mattina.

Potete registrarvi QUI.

Segnaliamo anche che è cambiato il relatore del dialogo con Anna Fasano su Laudato si’ e finanza, l’incontro sarà con il saggista e sociologo Guido Viale.

A questo link trovate il programma completo dell’incontro.

Qui il nostro position paper.

ENI: quale mission?

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La guerra ai cambiamenti climatici si conduce anche nei tribunali. È il caso della California. E sulla West Coast il caso interroga questioni più profonde come il ruolo dello Stato in questo conflitto, la sua funzione di garanzia quando sono in gioco interessi generali e interessi privati, che sono al fondamento di una democrazia ben funzionante. E forse c’è da riflettere anche in Italia.

Ecco il caso.

Le città di Oakland e San Francisco hanno portato le major del petrolio in tribunale, accusandole di aver messo a rischio le comunità costiere del Pacifico a causa del loro contributo al cambiamento climatico: l’innalzamento dei livelli del mare su queste città costiere, in caso di uragani porterebbe a devastanti alluvioni; ogni tempesta, cioè, si assommerebbe a livelli più alti del mare con rischi enormi per la salute dei cittadini e la sicurezza dei beni pubblici e privati.
Ora, accade che – mentre il procedimento giudiziario è in corso – vengono alla luce 178 pagine di email scambiate fra legali del Dipartimento di Giustizia del Governo federale e gli avvocati delle compagnie petrolifere dalle quali emerge una complicità e una collaborazione dei primi con i secondi nella costruzione della difesa contro le accuse di Oakland e San Francisco. Le email sono state acquisite dal Natural Resources Defense Council (una ong ambientalista fondata nel 1970 con sede a New York), in base alla legge federale Freedom of Information Act, una delle conquiste della democrazia americana nel 1967 e ampliata durante la presidenza Clinton fra il 1995 e il 1999. Le email mettono in evidenza una stretta relazione fra l’Amministrazione Trump, in particolare la struttura della Giustizia (l’avvocatura federale, nello specifico) e l’industria petrolifera. Una vicinanza fatta di decine di incontri con lo scopo di preparare memorie difensive, di scambi di informazioni in vista delle udienze, di cortesie legali che hanno fatto sorgere più di un dubbio circa l’imparzialità del Governo federale rispetto a un contenzioso in cui si confrontano soggetti pubblici che agiscono in nome di interessi generali delle comunità rappresentate (le due città) e soggetti privati che difendono interessi particolari (le compagnie petrolifere). Alcuni sostengono che in questi contatti non si ravvisano comportamenti illegittimi (“red flag”), al più inopportuni (“eyebrow”). Ma il fatto è che il Dipartimento di Giustizia del Governo federale si è apertamente schierato a favore dell’industria petrolifera in un processo
attraverso una memoria firmata da Jeff Wood, già uomo di punta della campagna elettorale di Trump e da questi nominato avvocato generale nella Divisione Ambiente e Risorse Naturali del Dipartimento della Giustizia. Nella memoria Wood scrive che “ Gli Stati Uniti hanno un forte interesse economico e nazionale nel promuovere lo sviluppo dei combustibili fossili, fra le altre fonti energetiche”; dunque “l’equilibrio fra i bisogni energetici della nazione e interessi economici da un lato e i rischi posti dai cambiamenti climatici è competenza in primo luogo delle varie articolazioni del Governo federale”, motivo per cui la causa intentata da Oakland e San Francisco viola il principio costituzionale della separazione dei poteri.
Altri invece, come la ong NRDC, ritengono che la collaborazione con l’industria petrolifera responsabile dei cambiamenti climatici non sia negli interessi degli Stati Uniti. C’è stato favoritismo del Governo federale per una parte in un contenzioso giudiziario tale da compromettere la terzietà dell’amministrazione pubblica? È assai probabile, visto che il Dipartimento di Giustizia – mentre collaborava attivamente con BP e con le altre major del petrolio – mai ha cercato e interloquito con le due amministrazioni cittadine. Certamente possiamo dire che questa vicinanza fra Governo e imprese private, cioè la mescolanza fra interessi pubblici e interessi privati, negli Stati Uniti ha sollevato scandalo, discussioni, conflitti istituzionali; ha sollevato domande inquietanti sull’obiettività della struttura del Governo federale preposta alla amministrazione della Giustizia. Sono quesiti di fondo circa l’essenza di una democrazia moderna.

Ma, allora, per venire a casa nostra, cosa potremmo o dovremmo pensare di un governo, quello italiano, che è tanto vicino all’industria degli idrocarburi, cioè dei combustibili fossili, da esserne azionista di riferimento? Parliamo, ovviamente, di Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) di cui il Ministero dell’economia e della finanza (Mef) è azionista di maggioranza. Toccare questo tasto non è particolarmente beneaugurante (come ha dimostrato la vicenda del ministro Fioramonti, che osò discutere questa posizione del Governo in Eni sulla nostra testata Valori), ma per quanto sarà ancora possibile eludere la domanda: lo Stato, che deve ridurre fino al superamento la carbonizzazione della produzione di energia elettrica in base all’accordo di Parigi della COP 21, può anche essere azionista di riferimento di un’azienda che ha come mission quella di operare nel campo delle fonti fossili di energia ? O, quanto meno, può farlo senza porre all’azienda l’obiettivo, concreto e misurabile, del superamento di questo mandato costitutivo di essere l’ente nazionale idrocarburi?

Simone Siliani

Sull’energia ci vuole coraggio

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Avete presente Barclays, vero? Uno dei grandi player bancari del pianeta: presente in oltre 50 paesi con 129.400 dipendenti, per un totale di asset pari a 1,133 trilioni di sterline nel 2018. Ovviamente anche Barclays è stata folgorata sulla strada di Damasco dalla sostenibilità e ha prontamente messo in scaffale conti correnti sostenibili e ha lanciato i “green trade loan”, prestiti per aiutare le imprese a sviluppare progetti o fornire nuovi servizi sostenibili. Era il 2018 e di questi green trade loans avrebbero potuto usufruire le imprese con “finanziamenti commerciali verdi” solo per determinate attività, quali l’efficienza energetica, lo sviluppo di energie rinnovabili, i trasporti sostenibili e la gestione dei rifiuti. Una notizia che sembrava confermare lo spostamento verso la sostenibilità anche del comparto finanziamenti.

Oggi, però, un gruppo di azionisti critici guidati da ShareAction è riuscito a presentare una mozione nell’Assemblea degli azionisti di Barclays che si svolgerà a maggio in cui chiede alla banca multunazionale di cambiare politica spostandosi decisamente dal finanziamento delle imprese dei combustibili fossili all’energia rinnovabile. Per aderire davvero agli impegni dell’accordo di Parigi della COP21 contro i cambiamenti climatici e per tutelare la solidità stessa dell’azienza. Sì, perché nonostante la grande comunicazione sulla svolta green della finanza, le banche continuano a pompare miliardi di dollari nei combustibili fossili: dalla firma dell’accordo di Parigi (dicembre 2015), si calcola che le 33 maggiori banche mondiali abbiano investito 1,9 trilioni di dollari nel settore, con Barclays responsabile per 85 miliardi di dollari, collocandosi così in un “onorevole” sesto posto al mondo, ma leader assoluto fra le banche europee.

Gli azionisti critici chiedono dunque che Barclays si allinei, nel finanziamento del settore energetico, agli obiettivi di Parigi. Presentare una mozione in questo genere di consessi è già in sé un risultato importante (e ShareAction ci è riuscita grazie anche al sostegno di altri 11 investitori istituzionali; un po’ come noi facciamo con la nostra rete Shareholders for Change); ma ancor più è importante considerare le motivazioni con cui viene sostenuta questa mozione. Chiaramente si dimostra come la svolta sostenibile sia per la Barclays una operazione più di marketing che di sostanza. Un bel problemino per una banca che è fra i fondatori dei Principles for Responsible Banking delle Nazioni Unite.

Tuttavia è interessante notare come ShareAction motiva la propria mozione con l’obiettivo di “promuovere il successo a lungo termine dell’azienda”. Sì perché i rapporti della Task Force costituita nell’ambito dell’accordo di Parigi che si occupa della trasparenza finanziaria legata al clima e quelli del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite sugli impatti sul riscaldamento globale, di fronte a un aumento di 1,5°C della temperatura del globo, evidenziano come il passaggio da 1,5° a 2° di aumento causerebbero danni economici addizionali da 8,1 a 11,6 trilioni di dollari entro il 2050. Inoltre Citigroup (non proprio una organizzazione dell’ambientalismo radicale) sottolinea come il mancato raggiungimento dell’obiettivo di mantenere la crescita della temperatura sotto 1,5°C, continuando a finanziare i settori dei combustibili fossili, produrrà ulteriori 50 trilioni di dollari di danni economici e di perdita di produttività entro il 2060. Chi pagherà questi costi? Certamente la collettività dei paesi più direttamente colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici; sicuramente le aziende, che sempre più spesso sono chiamate a rispondere di danni connessi ai cambiamenti climatici. Ma è altrettanto vero che l’enfasi che la comunità mondiale sta giustamente mettendo sui rischi connessi ai cambiamenti climatici spinge la concorrenza anche fra i soggetti finanziari a posizionarsi lungo questa direttrice e la concorrenza premia i posizionamenti migliori (e, forse, più coerenti) e punisce chi resta ancorato a vecchi medelli. Così la mozione di ShareAction evidenzia come altri player finanziari europei abbaino intrapreso strade più coraggiose per quanto riguarda il settore energetico: HSBC si è impegnata a non finanziare attività per le quali la maggior parte dell’investimento venga usato per nuovi progetti oil & gas nell’Artico; Crédit Agricole ha indicato un processo di phasing-out dal carbone entro il 2030 per l’Europa e i paesi OCSE, entro il 2040 per la Cina, entro il 2050 per il resto del mondo. Chiaramente, dicono gli azionisti critici, questa tendenza rischia di mettere fuori mercato la “nostra” azienda, Barclays, e per questo incoraggiano l’azienda a non affidarsi troppo sulle tecnologie a emissioni negative per adeguarsi ad obiettivi di phasing-out rispetto alle fossili, perché tali tecnologie potrebbero essere disponibili in tempi troppo lunghi per poter evitare le peggiori conseguenze sull’ambiente e quindi in tempi tali da non evitare i riverberi negativi sulla performance economica dell’azienda.

Insomma, il punto di vista dell’azionista critico è tanto esterno all’azienda, nel senso che si interessa degli effetti non economici delle scelte economico-finanziarie della “sua” azienda; quanto interno, perché si deve interessare dei buoni risultati a lungo termine della stessa.

E, infine la vicenda di ShareAction su Barclays ci dice – cosa particolarmente rilevante per noi di Fondazione Finanza Etica che dal 2008 facciamo attività di azionariato critico – che è importante costruire alleanze con altri investitori istituzionali e che il settore bancario e finanziario è decisivo per indurre cambiamenti nel sistema, anche dal  punto di vista dell’azionariato critico.

 

Simone Siliani

Assisi, 1 febbraio, il Programma dell’incontro

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Fondazione Finanza Etica e Fra’ Sole, con la collaborazione di Gruppo Banca Etica e Sisifo, organizzano il convegno:

Riparare la nostra casa comune. 

Laudato si’, economia e finanza etica

Assisi, Sacro Convento – sabato 1° febbraio 2020

 

L’enciclica Laudato sì  individua nella finanza una delle cause principali della crisi ecologica, sociale e culturale del nostro pianeta. Come diffondere un modello finanziario alternativo? La finanza etica si interroga, discute e propone concrete risposte alla crisi del sistema per l’appuntamento internazionale di marzo 2020 The Economy of Francesco.

Il convegno è rivolto prioritariamente a lavoratori di banche e assicurazioni e studenti e ricercatori universitari in ambito economico under 35. Per iscriverti compila il modulo che trovi >>QUI<<

 

Programma Completo

Conduzione: Andrea Di Stefano (Valori.it)

 

ore 10 – 12.45 | DIALOGHI

Introduzione di Luigino Bruni: Economia ed Ecologia integrale

Intervento di Joseba Segura (teologo, economista, missionario in Ecuador, vescovo ausiliario di Bilbao)

Dialogo su Ecologia integrale: Simona Ruta Segoloni (teologa, Istituto Teologico di Assisi), Vanessa Pallucchi (vice presidente Legambiente)

Dialogo su finanza e laudato Sì: Guido Viale (saggista e sociologo), Anna Fasano (presidente banca Etica)

Dialogo su giustizia globale e ambiente: Paolo Beccegato (vicedirettore Caritas Italiana), Patxi Alvarez (gesuita, teologo, ingegnere, vicedirettore della ONG Alboan)

 

ore 13.30 – 16.45 | Pranzo e WORLD CAFÉ Condivisione dei saperi e possibili risposte intorno ai tre dialoghi

 

Abstract

La finanza occupa una posizione centrale nell’analisi che l’Enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ di Papa Francesco svolge sulla crisi ecologica, sociale e culturale in cui è avvolto il pianeta. L’Enciclica individua nella finanza il vero motore dell’attuale modello di sviluppo, causa di squilibri, storture, disuguaglianze, rischi globali. Allo stesso tempo pensiamo che l’Enciclica possa essere il viatico per una riflessione costruttiva e innovativa della finanza, sulla possibilità che torni a essere ciò per cui essa nasce, cioè far incontrare domanda e offerta di denaro per lo sviluppo sociale, ambientale, umano della società. Il Manifesto di Banca Etica sembra dialogare molto con i contenuti della Laudato si’, nel concepire l’idea stessa della sostenibilità di una società nella quale i tre pilastri di sviluppo economico, coesione sociale e tutela ambientale sono pensati in modo fortemente integrato. Il Manifesto delinea anche un ambito di impegno e di attività che possano delineare una riforma strutturale della finanza. Vengono così indicati alcuni obiettivi e strumenti di riforma che, anche in vista dell’iniziativa l’Economia di Francesco che si svolgerà ad Assisi dal 26 al 28 marzo 2020, possono essere oggetto di confronto per tradurre le indicazioni contenute nella Laudato si’ in concreti passi per la riforma del sistema. Fra quelle indicate nel Manifesto si ricorda la Tassazione sulle Transazioni Finanziarie, l’eliminazione dei paradisi fiscali, la separazione tra le banche commerciali e le attività speculative svolte dalle banche e dalle istituzioni finanziarie, la definizione di standard stringenti relativi alle attività di “finanza sostenibile”, l’azionariato critico e attivo quale leva per la partecipazione attiva degli investitori nella gestione di grandi imprese che tengano in considerazione le ricadute non economiche delle scelte finanziarie.

 

Partecipazione e informazioni

È previsto un rimborso fino a un massimo di 50 euro a sostegno delle spese di alloggio per i partecipanti under 35.

Per informazioni: fondazione@bancaetica.org | +39 055 4936073

 

 

 

 

Corso di educazione finanziaria e allo sviluppo di impresa – PROVINCIA DI PISTOIA- aperte le iscrizioni

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Fondazione Finanza Etica è partner del progetto “Savoir Faire”, cofinanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione FAMI 2014-2020 (PROG-2227, OS 2, ON 3, lett. m) – 394.419,04€ – annualità 2018-21, 24 mesi) avente a capofila Anci Toscana.

Nell’ambito del progetto la Fondazione svolge corsi gratuiti di alfabetizzazione finanziaria e attività di accompagnamento allo sviluppo di piani di impresa sociale, della durata di 40 ore ciascuno da realizzare in ogni provincia della Toscana.

È aperto il bando per partecipare alla edizione del corso sul territorio della provincia di Pistoia.

Il bando scade il 15 gennaio 2020.

A chi è rivolto

Cerchiamo cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti sul territorio toscano, compresi i titolari di protezione internazionale, sussidiaria e umanitaria che siano interessati all’acquisizione di competenze finanziarie e allo sviluppo di capacità imprenditoriale.

Il corso

Le lezioni, condotte secondo metodologie di apprendimento aperte e finalizzate a coinvolgere in maniera quanto più attiva tutti i partecipanti, permetteranno di:

  • Conoscere concetti fondamentali della finanza (cosa sono i soldi, cosa sono il risparmio e l’indebitamento)
  • Informarsi sui diritti fondamentali dei migranti in condizione di pari opportunità (casa, lavoro, salute, istruzione, libertà di circolazione)
  • Imparare ad elaborare un bilancio personale e familiare
  • Conoscere le modalità di finanziamento per l’ avvio e il funzionamento di un’impresa
  • Sviluppare un’idea imprenditoriale di successo

La partecipazione al corso è completamente gratuita. Le lezioni e il materiale didattico sono in italiano, per cui è richiesto un livello adeguato di conoscenza e padronanza della lingua in forma scritta e orale.

Le lezioni durano mediamente 3 ore e si svolgono ogni venerdì mattina (da confermare tramite colloquio con gli iscritti). Sede del corso sono i comitati territoriali Arci della provincia di Grosseto.

Durata

Il corso ha una durata complessiva di 40 ore. Le lezioni dureranno da dicembre 2019 a gennaio 2020.

Documenti

La versione integrale del bando è disponibile qui

Potete scaricare la scheda di iscrizione qui

Come presentare domanda

Per candidarsi è necessario inviare via mail all’indirizzo formazione.fondazione@bancaetica.org o via fax al +39 055 2691148  la scheda di iscrizione debitamente compilata e copia di valido permesso di soggiorno. Il termine per presentare domanda è fissato alle ore 17:00 del 06/12/2019.

Per informazioni sul bando e sulle modalità di partecipazione scrivere a formazione.fondazione@bancaetica.org

oppure telefonare allo 055 2381064 (lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 17)

Al mercato delle emissioni

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Oggi, giovedì 12 dicembre, alla COP25 di Madrid è la giornata contro il Mercato della CO2, indetta dall’alleanza di oltre 200 gruppi di base e indigeni americani e canadesi “It Takes Roots”.

Questa del Mercato della CO2 è una questione molto tecnica, con notevoli risvolti politici, certamente decisiva e controversa per la lotta al cambiamento climatico. Si tratta delle prima strategia sul tema adottata dalla comunità internazionale sulla base dell’accordo di Kyoto del 1997. Il mercato internazionale dellle emissioni di CO2, in teoria, dava ai paesi aderenti all’accordo degli incentivi per abbattere le emissioni, in quanto ricevevano crediti per i loro sforzi – su progetti di energia rinnovabile, conservazione delle foreste, ecc. – che potevano essere venduti ai paesi in difficoltà a raggiungere i loro obiettivi di abbattimento di emissioni. Questo strumento avrebbe dovuto, nelle intenzioni dell’accordo, accelerare il raggiungimento complessivo dei limiti di emissioni previsti per mantenere l’aumento della temperatura terrestre al di sotto dei 2°C dei livelli preindustriali. In realtà è diventata un argomento molto controverso e dibattuto circa la sua efficacia ed è al centro del dibattito alla COP25 relativamente all’art.6 del Trattato di Parigi.

Secondo molti il mercato delle emissioni si è rivelato uno strumento non solo scarsamente efficiente, ma addirittura utile per ulteriore business, sfruttamento delle foreste e legittimazione ad inquinare. I contrari a questo strumento statale di controllo delle emissioni sostengono che esso consente alle compagnie petrolifere di investire in vasti progetti di mitigazione dei combustibili fossili in altri paesi invece di ridurre le proprie emissioni.

Infatti, chi sostiene lo strumento del mercato delle emissioni è soprattutto l’industria delle fossili, come l’International Emissions Trading Association, fra i cui membri spiccano BP, Chevron, Shell, che di recente hanno stimato come il mercato delle emissioni possa ridurre i costi per l’implementazione dell’accordo di Parigi di circa 250 miliardi di dollari l’anno fino al 2030.

Di questo mercato hanno fatto largo uso i paesi europei, costituendo il primo e più vasto mercato delle emissioni nel 2005 con l’Emission Trading System. Attraverso di esso questi paesi hanno elargito una quantità enorme di crediti alle loro industrie, ma il risultato è stato che il costo dell’inquinamento è diventato troppo basso per stimolare una reale riduzione delle emissioni di gas serra.

L’altro grande mercato delle emissioni, il Clean Development Mechanism istituito dall’art.12 del Protocollo di Kyoto – che permette ai paesi industrializzati di acquistare i Certificati di Riduzione delle Emissioni (CER) e di investirli in riduzioni di emissioni laddove ciò è meno oneroso nel mondo (i paesi in ritardo di sviluppo) – ha canalizzato oltre 138 miliardi di dollari in circa 8.000 progetti nei paesi terzi. Ma secondo un recente studio commissionato dalla Commissione Europea all’Öko-Institut di Berlino (centro di ricerca di ecologia applicata), l’85% di questi progetti avrebbero avuto luogo anche senza il Clean Development Mechanism, rendendo così il valore di quest’ultimo almeno discutibile. Tanto è vero che l’Emissions Trading System della UE ha cessato di emettere crediti CDM a favore di progetti in Brasile, India e Cina e il mercato delle emissioni californiano non ne accetta in assoluto. Questo ha portato a una svalutazione dei crediti, che nel 2008 valevano 23 dollari a tonnellata, mentre oggi, secondo le stime della Banca Mondiale, sono scesi al 30% di quel valore. Il rapporto della Banca Mondiale inoltre conclude evidenziando come solo il 20% delle emissioni globali di gas serra siano coperte da iniziative del mercato della CO2 e che di queste meno del 5% siano valutate a un prezzo coerente con il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi (stimato fra 40 $/ton.CO2 al 2020 e 50-100 $/ton.CO2 al 2030).

È pur vero che alcuni mercati delle emissioni hanno raggiunto alcuni obiettivi, come quello della California, che ha portato lo stato americano a superare già oggi gli obiettivi su energia rinnovabile previsti al 2020, e anche quello di alcuni stati del nordest degli USA, che hanno ridotto del 47% le emissioni di CO2 da produzione di energia a una velocità del 90% maggiore del resto del paese. Ma restano aperti alcuni problemi fondamentali relativi al conteggio, spesso duplicato, dei crediti per i progetti di riduzione delle emissioni da parte sia del paese emittente che dal paese ricevente (come nel caso del Brasile), problematiche di efficienza del sistema, ma anche di trasparenza e dunque di natura politica, che per l’appunto sono squadernati davanti ai negoziatori della COP25 a Madrid.

Simone Siliani

 

Civile è meglio. Teorie e prassi delle economie alternative

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Festival dell’Economia Civile | giovedì 14 novembre  H19 |  Campi Bisenzio, Teatrodante Carlo Monni

Iscrizione >>QUI<<

Economia civile, sostenibile, circolare, di comunione … Negli ultimi anni sono cresciute teorie economiche alternative al mainstream liberista, in molti casi legate anche a esperienze concrete: facciamo un po’ di chiarezza tra questi esempi, cercando ciò che le unisce e ciò che le diversifica. Resta il valore di una nuova biodiversità negli studi economici che inizia a diffondersi anche nelle Università. Ma come comunicare l’economia civile? E’ solo un prodotto di nicchia o può ambire a contaminare l’economia, che dovrebbe essere tutta civile, rimanendo “incivile” quella che ha prodotto crisi, diseguaglianze e disastri ambientali”.

Ne parleremo in un panel organizzato da Novo Modo con

Maria Antonietta Ciaramella > Osservatorio Economia Civile Regione Campania
Mario Pianta > docente di Economia Politica, Scuola Normale Superiore di Pisa
Rossella Verga > giornalista di Corriere Buone Notizie
Stefano Zamagni > Università degli Studi di Bologna (in collegamento)

Modera Giuseppe di Francesco > Novo Modo, Fairtrade Italia

 

Concorso tesi di laurea in Finanza Etica – nominati i vincitori della seconda edizione del premio “Elisa Genovese”

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La Fondazione è lieta di comunicare l’esito delle valutazioni espresse dal Comitato Scientifico designato per l’aggiudicazione del premio “Elisa Genovese”. Il Comitato Scientifico, composto da Fausto Corvino (Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa), Simone Grillo (Banca Etica), Fabio Moliterni (Etica sgr), Tommaso Rondinella (Banca Etica) e Domenico Villano (Fondazione Finanza Etica), si è riunito in videoconferenza venerdì 25 ottobre per deliberare sull’attribuzione del premio di laurea e delle due menzioni.

La vincitrice del premio di laurea da 2.500 € è la dottoressa Ornella Darova con la tesi

Can mobile money make a change where Microfinance did not? Access to credit in Uganda

I vincitori delle due menzioni da 750 € sono il dottor Filippo Giannini con la tesi

L’engagement degli investitori istituzionali in ambito ESG

e il dottor Pietro Marchesano con la tesi

ESG materiality in the European equity market

Il verbale della riunione può essere consultato QUI.

Ringraziamo i laureati che hanno partecipato alla seconda edizione del concorso e ci complimentiamo con tutti per la qualità dei lavori presentati.