Vince il profitto nel Paese disuguale”: così titola Massimo Giannini un suo articolo su Repubblica che parla della crisi di Unicredit che, con il suo nuovo piano industriale, taglia 8.000 posti di lavoro eppure, dall’altro lato, realizza 8 miliardi che distribuisce agli azionisti. Articolo interessante, certamente; finanche “radicale” diremmo. Viviamo in un mondo in cui regna la disuguaglianza: i ricchi incassano dividendi da capogiro e i lavoratori, che quei dividendi li producono, conoscono la precarietà e perdono l’unica fonte della propria sussistenza, il lavoro.
Analisi analoghe sono state pubblicate in molta stampa rilevante in Italia, e sembrerebbe una conversione non da poco. A venti anni dall’apparizione del movimento contrario alla disuguaglianza globale (si era a Seattle il 30 novembre 1999 quando il movimento irruppe sulla scena mondiale contestando l’allora simbolo di quella disuguaglianza, cioè il WTO, World Trade Organization) la stampa mainstream, che allora non guardava proprio con favore quel movimento e che considerava invece la globalizzazione come l’apertura di una fase nuova e progressiva della storia del pianeta, oggi scopre che la globalizzazione si è risolta in un acutizzarsi delle disuguaglianze e delle ingiustizie. Quel movimento, pur con tutti i suoi limiti e la sua fragilità, aveva letto e decrittato le contraddizioni del neoliberismo e della globalizzazione già da qualche decennio. L’errore che alcuni commentatori rischiano di fare ora è di non attribuire le criticità sociali di questo modello economico al neoliberismo, bensì ai robot.

A proposito di indipendenza, vi sarebbe poi da riflettere sulla pubblicità, diretta o indiretta, che i giornali e media, che oggi si scandalizzano per gli 8.000 esuberi, hanno avuto da Unicredit in questi anni per capire quanto di quel surplus, prodotto anche dai lavoratori, ha preso quella strada e quanti articoli a dir poco bonari verso Unicredit si sono fatti scrivere. Come la Exxon con il New York Times. Con la differenza che in America ci sta che qualche contraddizione emerga e finisca anche in tribunale, mentre qui in Italia tutto finisce a tarallucci e vino (molto).

D’altra parte, è noto che nelle pieghe delle attività bancarie si annidano tante cose non sempre specchiate: dalle transazioni di armi alla violazione dei diritti umani, dalle attività nocive per l’ambiente fino al sostegno a imprese dei combustibili fossili. Solo che non lo sappiamo o non vogliamo saperlo e quindi maturiamo l’erronea convinzione che le attività bancarie siano neutrali e che la loro efficacia sia misurabile solo in termini di saldo finanziario finale. Mentre, invece, esattamente come per ogni altra impresa, anche le scelte finanziarie delle banche hanno impatti sociali e ambientali importanti su cui azionisti, risparmiatori, clienti e media potrebbero riflettere. La nostra attività di azionariato critico in varie aziende quotate punta proprio a questo: rendere consapevoli gli azionisti degli effetti non economici delle scelte finanziarie e spiegare come i dividendi non sono tutto, né per l’azienda o gli azionisti, né tanto meno per gli stakeholder. Questo vale anche per le banche, come la recente storia di Unicredit sta lì, plasticamente, a dimostrare.