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Azionariato critico, ENI e lo Stato

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Azionariato critico

Azionariato critico, ENI e lo Stato. Quale il ruolo del pubblico? La Costituzione dovrebbe fare da guida.

 

Se avessimo una tessera ad honorem dell’azionariato critico, questa oggi andrebbe a Luigi Zingales per la sua intervista uscita il 23 febbraio su L’Espresso. Come ex membro del CdA chiama in causa le responsabilità morali e politiche del Governo, azionista di riferimento di ENI.

In particolare nella mancata reazione di fronte alle vicende giudiziarie in cui l’azienda e i suoi vertici sono coinvolti. Si tratta dell’accusa di corruzione internazionale in Nigeria in riferimento al blocco petrolifero Opl 245.

In vista del rinnovo delle nomine dello Stato nelle società controllate, Zingales pone questioni pesanti e di metodo che ci sentiamo di sottoscrivere interamente. A partire dalla necessità che il Governo indichi delle linee guida da seguire nelle società controllate.

In realtà sono cose che andiamo dicendo da anni nella nostra attività di azionariato critico; e che valgono non solo per Eni, ma per tutte le società a controllo pubblico. Nel nostro caso l’azionariato critico è svolto in Eni, Enel, Leonardo, società nelle quali l’azionista di riferimento è lo Stato. Oltre che in Acea, dove l’azionista di riferimento è il Comune di Roma.

Con Zingales concordiamo sul fatto che lo Stato ha diversi profili di responsabilità in Eni. Per esempio il mancato controllo sulle omesse e ritardate dichiarazioni dell’ad Descalzi relative alla normativa sulle parti correlate. Questa omissione attiene agli interessi economici della moglie in una società che prestava servizi a Eni Congo.

Così come la mancata richiesta di chiarimenti e dimissioni al momento del rinvio a giudizio di Descalzi sul caso di corruzione internazionale in Nigeria; esponendo così il paese a un rischio reputazionale enorme.

Ma, in fondo, questo caso pone il tema fondamentale del ruolo dello Stato in queste società. E, per noi, anche del ruolo che ogni azionista può e deve svolgere in esse. In questa riflessione ci guida il dettato costituzionale.

L’art.41 della nostra Carta fondamentale dichiara che “L’iniziativa economica privata è libera“. Ma anche“non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Cosa vuol dire, in concreto?

Che i cittadini che investono il loro risparmio nelle aziende quotate si rendono protagonisti e forse responsabili di vigilare e indirizzare la “propria” azienda in una direzione coerente con questa norma. E, soprattutto, che quando la “propria” azienda devia da questo solco, tutti gli azionisti sono chiamati a intervenire per quanto nei propri poteri.

D’altra parte, prosegue l’art.41, “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” e, dunque, sarebbe anche compito dello Stato svolgere questa funzione. Tanto più, quando lo Stato che deve assicurare questo indirizzo e controllo è esso stesso l’azionista di riferimento di queste società: ad esso spetterebbe di farsi parte diligente per garantire l’effettività del dettato costituzionale.

Questo attivismo aziendale da parte dello Stato è rafforzato dall’art.43 che ammette che “A fini di utilità sociale la legge può riservare  originariamente o trasferire … allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

L’interesse generale di cui parla l’art.43 cosa è, ad esempio, se non la tutela dell’ambiente e dei diritti umani che sono implicati nelle attività di queste società?

E, infine, l’art.47, secondo il quale la Repubblica favorisce “l’accesso del risparmio popolare … al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”, non trasferisce forse in capo all’azionista di queste aziende almeno quota parte di quella responsabilità di indirizzo e controllo verso finalità sociali, contenuta negli articoli precedenti, delle aziende di cui sono proprietari?

Ora, questo insieme di norme evidenzia profili di responsabilità, anche giuridici, ma certamente politici per lo Stato. Esso non partecipa infatti direttamente nella compagine sociale di una società per massimizzare i ricavi, bensì per realizzare degli obiettivi di sviluppo e di interesse comune per la comunità nazionale rappresentata.

Le contraddizioni che spesso Fondazione Finanza Etica nel suo azionariato critico rileva, nel comportamento di questo azionista così “speciale” quale è lo Stato, dovrebbero essere oggetto di riflessione. Non solo per gli stakeholder dell’impresa, ma anche del Paese: per i cittadini elettori e per le istituzioni pubbliche.

Lo Stato, azionista di riferimento di Leonardo che produce anche armi, è lo stesso che ne autorizza la vendita a paesi in conflitto, in violazione della legge 185/90 sul commercio di armi. Ciò implica una responsabilità ulteriore in capo al Governo derivante proprio dall’essere azionista di riferimento di quell’azienda.

Analogamente se lo Stato è azionista di Eni, il cui management viene implicato in un caso di corruzione internazionale, il Governo ha una ulteriore responsabilità rispetto a quella più generale di indirizzo nelle politiche sull’energia e idrocarburi del Paese.

In questo senso non è fuori luogo dire che l’azionariato critico sollecita una riflessione sulla partecipazione alla vita delle imprese in termini di democrazia economica. Infatti, quando il capitale sociale è estremamente disperso, come nel caso delle società quotate italiane, il  potere si concentra in modo sproporzionato sui manager e sulla dirigenza.

Ma questi hanno l’unico obiettivo di massimizzare il valore delle azioni al fine di assecondare le aspettative degli azionisti di maggioranza; oltre che di portare a casa retribuzioni personali legate ai risultati economici di dimensioni spropositate.

L’azionariato critico pone l’accento sul ruolo attivo e la responsabilità etica di ognuno dei comproprietari.

È  dunque anche uno strumento che permette di migliorare la conoscenza e la partecipazione dei piccoli azionisti e dei cittadini alle scelte delle imprese in campo finanziario. Ma, certamente, chiede all’azionista di riferimento-Stato di assumersi le responsabilità di guida della società, indirizzandola ai fini dell’interesse generale del paese.

 

Simone Siliani, direttore Fondazione Finanza Etica

CEO come allenatori di calcio. Sull’ultimo rapporto Mediobanca

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Il rapporto di Mediobanca sulle caratteristiche degli amministratori delle società bancarie e assicurative quotate con sede in Italia, “scopre” che in queste società gli amministratori arrivano a guadagnare fino a 183,4 volte il salario dei loro dipendenti. È importante che una fonte così autorevole attesti questa macroscopica disuguaglianza. Una sproporzione che sicuramente qualche problema “etico” lo pone. Infatti, perché altrimenti per definire “etico” un operatore bancario di finanza la legge italiana (art.111 bis Testo Unico Bancario) pone un tetto massimo alle politiche retributive che devono essere “tese a contenere al massimo la differenza tra la remunerazione maggiore e quella media della banca, il cui rapporto comunque non può superare il valore di 5”? Vuol dire che entro il rapporto di 5 a 1 si ritiene etica, equa o equilibrata una politica di retribuzione degli amministratori; e che oltre questo rapporto quanto meno l’eticità della retribuzione è opinabile. Diciamo che il rapporto 183,4 a 1 è molto opinabile.

Questo problema all’interno di un’azienda bancaria diventa intollerabile quando si trova a fronteggiare problemi di sostenibilità economica che possono mettere a repentaglio i posti di lavoro (di recente Unicredit) o gli investimenti dei risparmiatori (l’ultima di queste situazioni è la Banca Popolare di Bari); ma resta un problema anche quando l’azienda non è in crisi perché costituisce uno squilibrio interno non solo di denaro, ma anche di potere, sottrae risorse che possono essere impiegate per il bene comune dell’azienda, e le privatizza.

Il rapporto di Mediobanca colloca ai primi posti della classifica dei più ricchi di questa categoria, con una singola carica (perché, ovviamente, alcuni concentrano nella stessa persona la carica di presidente e amministratore delegato, dunque la massima concentrazione di potere e coincidenza di ruoli, come nel caso di Carlo Cimbri di Unipol), l’amministratore delegato di Assicurazioni Generali, Philippe Donnet, con 5,9 milioni di euro l’anno. Ben prima di Mediobanca, Fondazione Finanza Etica nella sua attività di azionariato critico, aveva interrogato i vertici di Generali su questo problema durante le Assemblee generali degli azionisti del 2018 e del 2019.

Nell’Assemblea del 2018 focalizzammo la nostra attenzione sull’abnorme dimensione che la parte variabile della retribuzione dell’AD (costituita da un bonus annuale in cash e un performance share plan di lungo periodo) poteva assumere rispetto a quella fissa: se tutti gli obiettivi fossero stati raggiunti, la remunerazione variabile sarebbe potuta arrivare fino al 519% della remunerazione fissa, che è pari a 1,4 milioni di euro. In totale, il tetto di remunerazione variabile che l’AD avrebbe potuto raggiungere era pari a circa 7,27 milioni di euro che, sommati alla remunerazione fissa, portavano a una remunerazione totale di 8,67 milioni di euro. Il rapporto fra parte fissa e parte variabile arrivava così a 437. Abbiamo notato e chiesto conto della sproporzione eccessiva fra parte variabile e parte fissa della retribuzione e chiesto all’azienda che cosa ne pensasse. La risposta in sala è stata che dovremmo essere contenti come azionisti che l’azienda paghi molto l’AD, perché vuol dire che egli raggiunge i risultati e che l’azienda va bene. La risposta a domanda scritta, comunque per noi insoddisfacente (tanto che abbiamo votato contro questo punto all’ordine del giorno), era che “Il pacchetto retributivo viene chiaramente definito in modo da garantire un bilanciamento tra componente fissa e variabile della remunerazione, nonché da favorire il raggiungimento di risultati sostenibili di lungo termine”. Tecnicamente una risposta tautologica, anche se condita da pareri del Comitato per le Nomine e la Remunerazione sulla base di “linee guida per la revisione della remunerazione e del pay-mix ove necessari, in linea con le tendenze di mercato e le analisi interne”. Tuttavia in questo piano di remunerazione si legge che, a partire dal 2018, il Gruppo Generali “ha consolidato un percorso interno di valorizzazione e focus sui temi legati alla sostenibilità, con l’obiettivo ultimo di includere i driver chiave dei fattori “ESG” (Environmental, Social and Governance) nelle balanced scorecard del Top Management di Gruppo. Sono previsti specifici indicatori di sostenibilità, rispettivamente focalizzati sull’aggiornamento della strategia di investimento sostenibile sui temi più rilevanti (ad es. Combustibili, Tabacco) e sull’implementazione di una policy di underwriting sostenibile”. Allora abbiamo chiesto dettagli su questi obiettivi e su come sono pesati all’interno del piano di remunerazione; su cosa si intenda per policy di underwriting sostenibile; su quali tipi di attività sarebbero escluse. Ma la risposta è stata ancora una volta elusiva.

L’anno dopo, nel 2019, siamo tornati su questo punto di trasparenza sugli obiettivi di sostenibilità nelle balanced scorecard del Top Management perché, nonostante le nostre richieste, tali obiettivi non sono stati esplicitati con sufficiente chiarezza nemmeno nel piano di remunerazione 2019, dove non si parla più di “ESG” e ci si limita a fare riferimento a dei “KPI (Key Performance Indicators) di sostenibilità, come ad esempio la percentuale di “green & social products”, di “green investments” o l’indicatore “quality of non financial information & reporting”. Ma anche nel 2019 la risposta è stata: “ sono previsti in tutte le balanced scorecard individuali dei manager due indicatori legati rispettivamente all’implementazione dei progetti strategici di Gruppo e locali – che includono iniziative KPI di sostenibilità (p.es. % green & social products, % green investments, quality of non financial information & reporting) – per il raggiungimento degli obiettivi del Piano”. La tautologia è un’arte, evidentemente; cioè la capacità di ripetere quanto già detto e significato in un’altra espressione o con un altro termine o elemento; in questo caso trasformare i termini della domanda in quelli della risposta senza però aggiungere niente e quindi eludendo la stessa domanda.

Non c’è dunque solo lo “scandalo” di retribuzioni abnormi, distanti dalla vita reale ed eticamente discutibili; ma anche non adeguatamente motivate e legate a parametri di sostenibilità, ESG e tutte queste cose che vanno così di moda oggi, che restano però evanescenti, flatus vocis o voci dal sen fuggite senza riscontro cogente nella realtà… se non la materiale e pesante retribuzione plurimilionaria di una categoria di persone sempre più circoscritta e sempre più ricca che, come gli allenatori di calcio, oggi guidano la Juventus, domani rescindono il contratto con buonuscita milionaria e vanno ad allenare il Liverpool e se la squadra non va bene vengono licenziati (con altra buonuscita milionaria) e vanno ad allenare l’Atletico Madrid.

 

Simone Siliani

 

 

Unicredit: i dividendi non sono tutto

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Unicredit

Vince il profitto nel Paese disuguale”: così titola Massimo Giannini un suo articolo su Repubblica che parla della crisi di Unicredit che, con il suo nuovo piano industriale, taglia 8.000 posti di lavoro eppure, dall’altro lato, realizza 8 miliardi che distribuisce agli azionisti. Articolo interessante, certamente; finanche “radicale” diremmo. Viviamo in un mondo in cui regna la disuguaglianza: i ricchi incassano dividendi da capogiro e i lavoratori, che quei dividendi li producono, conoscono la precarietà e perdono l’unica fonte della propria sussistenza, il lavoro.
Analisi analoghe sono state pubblicate in molta stampa rilevante in Italia, e sembrerebbe una conversione non da poco. A venti anni dall’apparizione del movimento contrario alla disuguaglianza globale (si era a Seattle il 30 novembre 1999 quando il movimento irruppe sulla scena mondiale contestando l’allora simbolo di quella disuguaglianza, cioè il WTO, World Trade Organization) la stampa mainstream, che allora non guardava proprio con favore quel movimento e che considerava invece la globalizzazione come l’apertura di una fase nuova e progressiva della storia del pianeta, oggi scopre che la globalizzazione si è risolta in un acutizzarsi delle disuguaglianze e delle ingiustizie. Quel movimento, pur con tutti i suoi limiti e la sua fragilità, aveva letto e decrittato le contraddizioni del neoliberismo e della globalizzazione già da qualche decennio. L’errore che alcuni commentatori rischiano di fare ora è di non attribuire le criticità sociali di questo modello economico al neoliberismo, bensì ai robot.

A proposito di indipendenza, vi sarebbe poi da riflettere sulla pubblicità, diretta o indiretta, che i giornali e media, che oggi si scandalizzano per gli 8.000 esuberi, hanno avuto da Unicredit in questi anni per capire quanto di quel surplus, prodotto anche dai lavoratori, ha preso quella strada e quanti articoli a dir poco bonari verso Unicredit si sono fatti scrivere. Come la Exxon con il New York Times. Con la differenza che in America ci sta che qualche contraddizione emerga e finisca anche in tribunale, mentre qui in Italia tutto finisce a tarallucci e vino (molto).

D’altra parte, è noto che nelle pieghe delle attività bancarie si annidano tante cose non sempre specchiate: dalle transazioni di armi alla violazione dei diritti umani, dalle attività nocive per l’ambiente fino al sostegno a imprese dei combustibili fossili. Solo che non lo sappiamo o non vogliamo saperlo e quindi maturiamo l’erronea convinzione che le attività bancarie siano neutrali e che la loro efficacia sia misurabile solo in termini di saldo finanziario finale. Mentre, invece, esattamente come per ogni altra impresa, anche le scelte finanziarie delle banche hanno impatti sociali e ambientali importanti su cui azionisti, risparmiatori, clienti e media potrebbero riflettere. La nostra attività di azionariato critico in varie aziende quotate punta proprio a questo: rendere consapevoli gli azionisti degli effetti non economici delle scelte finanziarie e spiegare come i dividendi non sono tutto, né per l’azienda o gli azionisti, né tanto meno per gli stakeholder. Questo vale anche per le banche, come la recente storia di Unicredit sta lì, plasticamente, a dimostrare.

Azionisti critici all’assemblea di Enel

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“Gravi ritardi nella transizione energetica in Spagna.

Voto contrario sulla politica di remunerazione: le paghe dei manager sono eccessive”

 

Oggi partecipiamo per il dodicesimo anno consecutivo all’assemblea degli azionisti di Enel, gigante italiano dell’elettricità controllato al 23,6% dal Ministero del Tesoro.

Anche quest’anno interverremo anche a nome della rete europea di investitori istituzionali SfC – Shareholders for Change, di cui siamo soci fondatori – spiega Andrea Baranes, presidente di FFE – In particolare, voteremo assieme all’investitore francese Ecofi Investissements, parte del gruppo Crédit Coopératif, socio fondatore di SfC, che detiene in tutto circa 200.000 azioni di Enel.

Le domande inviate prima dell’assemblea in collaborazione con la fondazione Friends Provident di Londra, socio di SfC, sono nove e riguardano le strategie di transizione giusta (“just transition”) di Enel verso un modello di produzione a basse emissioni di CO2, con il coinvolgimento dei lavoratori e delle comunità locali. In assemblea si punterà invece sui due temi in particolare: i prezzi troppo elevati dell’energia venduta dalla controllata Endesa in Spagna, per cui l’impresa è stata appena multata, per 5,8 milioni di euro, dalla Commissione Nazionale per i Mercati e la Concorrenza spagnola e le paghe eccessive dei manager.

I colleghi di Fundacion Finanzas Eticas, anch’essi soci fondatori di SfC, hanno partecipato in modo critico all’assemblea di Endesa il 12 aprile scorso, sottolineando il problema dei prezzi eccessivi dell’elettricità, che colpiscono migliaia di famiglie povere e il ritardo nell’uscita dal carbone – continua Baranes – In assemblea interverremo per sostenere le loro proposte, visto che Endesa fa parte del gruppo Enel. E voteremo contro, assieme ad Ecofi, al piano di remunerazione, che prevede una paga fissa per l’amministratore delegato pari al 138% della mediana delle grandi utilities europee concorrenti di Enel. Un livello che ci sembra eccessivo.

Leggi i nostri interventi all’assemblea

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Foto di Gianpiero Addis

Con Rete Disarmo azionisti critici all’assemblea di Leonardo

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Partecipiamo oggi per la quarta volta consecutiva all’assemblea degli azionisti di Leonardo, il principale produttore italiano di armamenti, il cui maggiore azionista è il Ministero del Tesoro italiano con il 30,2%.

Torneremo in assemblea con tre azioni, per conto di Rete Italiana per il Disarmo, che coordina diverse organizzazioni pacifiste e della nuova rete europea di investitori istituzionali SfC-Shareholders for Change, che rappresenta investimenti per un totale di circa 140 miliardi di euro – spiega Simone Siliani, direttore di FFE, fondata nel 2003 da Banca Etica.

L’intervento della Fondazione toccherà tre aspetti principali: l’export di armi verso il Turkmenistan, il possibile coinvolgimento nel conflitto in corso in Yemen e la produzione di armi nucleari.

L’esercito del Turkmenistan, un Paese considerato alla stregua di Corea del Nord ed Eritrea sul piano della libertà di stampa, starebbe utilizzando almeno tre elicotteri multiuso (civile e militare) AW 109 di Agusta Westland (gruppo Leonardo) in operazioni militari, anche se la loro vendita non è mai stata autorizzata come export militare dallo Stato italiano. Vogliamo che Leonardo faccia chiarezza su questa vicenda – spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo – Lo stesso discorso vale per lo Yemen: Leonardo deve dirci se armi del gruppo sono attualmente utilizzate o saranno impiegate nella guerra in corso nel Paese arabo. Chiederemo infine maggiori dettagli sull’effettivo coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armi nucleari, visto che il gruppo compare nell’ultimo rapporto di ICAN (Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari) all’interno della lista delle imprese produttrici. Questo, secondo noi, espone la società anche a rischi finanziari, visto che molti investitori istituzionali (tra cui il fondo pensione norvegese, il più grande fondo sovrano al mondo) potrebbero decidere di escludere l’impresa, come già successo in passato, proprio per il suo coinvolgimento nella produzione di armi nucleari.

Fondazione Finanza Etica ha inoltre anticipato a Leonardo 13 domande per conto di Rete Italiana per il Disarmo e Greenpeace Germany. Alle domande, che toccano temi come la cooperazione con partner tedeschi, l’interesse verso Piaggio Aerospace e l’acquisto di Vitrociset, l’impresa fornirà risposte scritte nel corso dell’assemblea.

Azionisti critici all’assemblea di ENI

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Passi avanti sulle rinnovabili, ma compensare emissioni in crescita piantando alberi è solo una misura palliativa

 

Il 14 maggio abbiamo partecipato per il dodicesimo anno consecutivo all’assemblea degli azionisti di Eni, la più grande impresa italiana – controllata al 30,10% dal Ministero del Tesoro – con interessi che spaziano dal petrolio al gas, dalla chimica all’ingegneria. Sotto la lente della Fondazione c’è, ancora una volta, il piano di decarbonizzazione della società.

I 463MW di potenza installata da rinnovabili al 2020 sono saliti a 1,6GW entro il 2022 e a 5 GW entro il 2025. Di questo non possiamo che essere soddisfatti – spiega Andrea Baranes, presidente di FFE. – Alle fonti di energia pulita sarà però riservato appena il 4,24% degli investimenti totali nei prossimi quattro anni, mentre la produzione di combustibili fossili crescerà del 3,5% l’anno, realizzando 2,5 miliardi di barili di nuove risorse e perforando 140 pozzi esplorativi in tutto il mondo. Non è questo il “piano B” che vorremmo vedere realizzato da Eni per essere in linea con gli obiettivi climatici.

FFE è particolarmente critica sul piano di compensazione delle emissioni di gas serra presentato dalla società, che prevede la riforestazione di 8,1 milioni di ettari di terreni in Africa, un quarto della superficie dell’Italia. Entro il 2030, gli alberi dovrebbero riuscire a compensare tutte le emissioni dirette legate alle attività di esplorazione ed estrazione di petrolio.

Si tratta di una minima parte delle emissioni totali – continua Baranes – perché non si tiene conto di quelle indirette, generate dall’utilizzo del petrolio e del gas che Eni commercializza, per esempio quelle prodotte dalle automobili o dalle centrali termoelettriche. Alla fine piantare alberi è solo una misura palliativa: da una parte si continua a espandere la produzione di combustibili fossili, come e più di prima, e dall’altra parte si cerca di rimediare, molto parzialmente, ai maggiori danni creati al clima. Ma i danni dovrebbero essere ridotti in partenza riducendo seriamente la produzione di petrolio a favore delle rinnovabili.

Anche quest’anno Fondazione Finanza Etica interverrà a nome della rete europea di investitori istituzionali SfC – Shareholders for Change, di cui è socia fondatrice e voterà in accordo con i membri francesi Meeschaert Asset Management e Ecofi Investissement, che detengono circa 100.000 azioni di Eni.

 

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Scarica l’intervento della fondazione all’Assemblea

Azionariato critico su Generali

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Generali presenta il suo nuovo Piano industriale, in cui sceglie di disinvestire 2 miliardi di euro di titolo di imprese impegnate nel carbone. Una scelta importante, ma pensiamo incompleta e contraddittoria.

Il direttore, Simone Siliani, lo spiega qui su Repubblica. Noi ricordiamo gli impegni assunti nell’Assemblea generale degli azionisti dell’aprile scorso: disinvestimento dalle imprese che operano nel carbone. Nella prossima assemblea, come azionisti (critici) di Generali chiederemo conto al management di questa promessa.

Azionariato critico: i danni di Eni ed Enel nel sud del mondo

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Dall’America Latina, al Canada all’Africa, sono tanti e trasversali i casi di violazione ambientale e dei diritti umani che coinvolgono imprese criticate per politiche di sviluppo industriale gravemente dannose per l’ambiente e per la salute delle comunità interessate dall’installazione degli impianti di produzione. Tra queste vi sono le grandi aziende italiane Eni ed Enel, quotate in borsa e partecipate dallo Stato e tema del convegno “L’azionariato critico e gli investimenti italiani nel sud del mondo” tenutosi il 26 aprile 2010 a Milano, organizzato dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica onlus, Valori, CRBM, Greenpeace, Banktrack e Friends of the Earth Europe.

Dialogare con le imprese e con gli stakeholders rafforzando e rappresentando nelle assemblee le istanze di quei livelli più bassi che altrimenti non avrebbero voce.

Ne hanno parlato nel corso del convegno i rappresentanti di alcuni organismi di controllo e monitoraggio sulle questioni ambientali che hanno presentato casi esemplari di violazione come quello dello sfruttamento delle sabbie bituminose in Canada da parte di Bp e Shell. James Marriot, portavoce della Platform UK, organizzazione internazionale per i diritti umani, ha raccontato dell’attività sui fondi pensione, del coinvolgimento degli azionisti inglesi a cui l’organizzazione sta chiedendo di non vendere le azioni delle società, ma di usarle per partecipare alle assemblee e fare domande critiche sui gravissimi impatti di Shell e BP sull’ambiente canadese.

Per quanto riguarda gli investimenti italiani nel sud del mondo sono stati presentati i casi di violazione che vedono coinvolti Eni ed Enel. Elena Gerebizza di Crbm (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale) ha segnalato i gravi impatti ambientali che la società petrolifera Eni sta provocando in Kazakhstan e in Congo, dove Eni progetta di sfruttare un giacimento di sabbie bituminose sradicando una porzione di foresta pluviale.
Juan Pablo Orrego, responsabile del movimento Patagonia sin represas, per la difesa della biodiversità della zona dell’Aysen,è intervenuto sugli investimenti di Enel nella Patagonia cilena dove l’azienda italiana è coinvolta in un progetto di costruzione di quattro grandi dighe sul fiume Bio Bio, in una delle zone più incontaminate della terra, mentre Andrea Lepore di Greenpeace ha posto l’attenzione sugli scarsi investimenti della società elettrica italiana nelle “nuove” rinnovabili, come eolico e solare.

Voce comune dei relatori è la necessità di coinvolgere i vari attori sociali e politici – dai sindacati alle università, dai movimenti all’opinione pubblica – e di costruire canali di comunicazione e informazione internazionali così come internazionale è il raggio di azione delle imprese e gli interessi degli azionisti come già si sta cercando di fare in occasione della prossima assemblea di Enel del 29 Aprile, in cui sarà realizzata un’azione congiunta a livello internazionale: i Missionari Oblati di Washington DC, contattati dalla Fondazione, metteranno a disposizione le proprie azioni di Enel per delegare alcuni rappresentanti del movimento cileno Patagonia sin ripresas (Patagonia senza dighe) che interverranno davanti al consiglio di amministrazione della società italiana per difendere la biodiversità dell’Aysen.

Il seminario è stato chiuso dal presidente della Fondazione Culturale Ugo Biggeri, che interverrà, sempre il 29 aprile, all’assemblea degli azionisti di Eni. «Il coinvolgimento di Eni in gravi casi di corruzione in Nigeria e Kazakhstan sta creando problemi di carattere economico», ha spiegato Biggeri. «Eni ha accantonato 250 milioni di euro per pagare eventuali sanzioni che saranno comminate dalle autorità giudiziarie USA. Altre risorse potrebbero essere necessarie per chiudere analoghi contenziosi in Italia, dove sono in corso inchieste da parte del Tribunale di Milano. La corruzione non è solo un problema etico, ma anche economico. È quello che cercheremo di spiegare giovedì prossimo agli azionisti di Eni e agli amministratori».

 

[Foto di Mariano Mantel]

Novità dall’Azionariato Critico!

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Incroci pericolosi

Le attività di ricerca e di monitoraggio riguardanti le strategie d’investimento di Eni ed Enel proseguono di buon passo, in attesa delle prossime date d’incontro dell’Assemblea Azionisti delle due aziende italiane, protagoniste indiscusse del settore energetico-petrolifero.
Dal 2008, lo ricordiamo, la Fondazione Culturale Responsabilità Etica onlus con Greenpeace e Campagna per la riforma della Banca Mondiale porta avanti l’attività di azionariato critico e ancora ad oggi questo risulta essere l’unico caso in Italia, benché sia una pratica molto diffusa nei paesi anglosassoni.

Sulle novità dall’azionariato critico che provengono da questi paesi e sulle controversie ambientali e sociali in cui sono coinvolte Eni ed Enel si concentra quindi la nostra attenzione e ne diamo in queste pagine alcuni aggiornamenti in pillole!

 

[Foto di Ferruccio Zanone]