Categoria: Campagne e reti

Nuovo report sulla trasparenza: ecco come si comportano i marchi della moda

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 Nel 2016, una coalizione di sindacati e organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha dato vita all’Impegno per la Trasparenza (Transparency Pledge), un insieme di requisiti minimi per rendere trasparenti le catene di fornitura dei brand e permettere ad attivisti, lavoratori e consumatori di ricostruire la provenienza dei beni prodotti.

Il rapporto “La prossima tendenza della moda: accelerare la trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e calzature mostra come, da allora, decine di marchi della moda abbiano deciso di aderire a questa iniziativa, divulgando un numero sempre maggiore di informazioni sulle loro filiere.

La trasparenza è ormai largamente riconosciuta come un passo importante per favorire l’identificazione e la gestione degli abusi sui lavoratori nelle catene di approvvigionamento del settore tessile.

Non è una panacea, ma è fondamentale per un’azienda che si definisce etica e sostenibile“, ha affermato Aruna Kashyap, consulente senior per i diritti delle donne di Human Rights Watch. “Tutti i marchi dovrebbero essere trasparenti: per questo sono necessarie leggi che impongano la trasparenza insieme a pratiche che garantiscano il rispetto dei diritti umani

La coalizione ha finora contattato 74 aziendechiedendogli di pubblicare le informazioni richieste dal Transparency Pledge: di queste 22 hanno aderito pienamente231 solo in parte21 quasi per nulla3. Alle 22 virtuose, se ne sono aggiunte altre 17 di loro spontanea iniziativa4.

La trasparenza è importante per costringere le aziende ad assumersi le proprie responsabilità. È la garanzia che il marchio è a conoscenza di tutte le fasi di produzione dei suoi beni, consentendo ai lavoratori e agli attivisti da una parte di allertarlo in caso di violazioni, dall’altro di accedere rapidamente a tutti gli strumenti di rivalsa per gli abusi subiti.

Non possiamo però affidarci solo alla buona volontà delle imprese. Più efficaci sarebbero norme nazionali specifiche per imporre alle aziende la due diligence in tema di diritti umani lungo le loro catene di fornitura, obbligandole innanzitutto alla pubblicazione delle informazioni relative alle fabbriche in cui si riforniscono.

Dalla metà del 2018, la stessa coalizione è impegnata con sette Iniziative per il business responsabile (Responsible Business Initiatives – RBIs), per cercare di indirizzare le loro pratiche di business verso modelli etici e promuovere la trasparenza delle filiere tra i loro membri. Ma non essendoci obbligatorietà nella pubblicazione delle fabbriche fornitrici, i comportamenti degli aderenti a questi gruppi variano molto: per questo la coalizione ha chiesto a queste Iniziative di giocare un ruolo determinante, imponendo a chi volesse diventare loro membro, come condizione vincolante per l’adesione, almeno la pubblicazione delle informazioni richieste dall’Impegno per la trasparenza.

Non è più accettabile che iniziative volte a promuovere un business responsabile e pratiche aziendali più etiche non impongano la trasparenza alle aziende quale requisito minimo di affiliazione” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice delle Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “L’accesso pubblico alle informazioni minime sulle catene di fornitura previste dall’Impegno per la Trasparenza è vitale per consentire ai lavoratori e agli attivisti di identificare e contrastare gli abusi nelle fabbriche”.

Così ad esempio ha fatto l’iniziativa americana Fair Labor Association. A novembre ha annunciato l’obbligo per tutti i suoi aderenti di pubblicare le informazioni sulle loro catene di fornitura in linea con lo standard del Transparency Pledge e renderle disponibili in un formato aperto e accessibile entro il 31 marzo 2020. L’organizzazione ha stimato che più di 50 marchi e distributori dovranno adeguarsi a questo obbligo e che da aprile 2020 potrebbero essere soggetti a una speciale revisione in caso di inadempienza.

Il Dutch Agreement on Sustainable Garments and Textiles (AGT) non ha reso l’obbligo di trasparenza un requisito di adesione ma ha chiesto ai suoi membri di fornire le informazioni al suo segretariato che a sua volta le pubblicherà attraverso l’Open Apparel Registry, un database facilmente accessibile che fornisce informazioni sull’affiliazione delle fabbriche ai marchi e alle Iniziative per il business responsabile.

La United Kingdom Ethical Trading Initiative e la Fair Wear Foundation hanno adottato misure incrementali per migliorare la trasparenza dei loro membri.  La Sustainable Apparel Coalition, amfori, e la German Partnership on Sustainable Textiles non hanno invece fatto nulla per legare la trasparenza ai requisiti di affiliazione.

I governi possono giocare un ruolo fondamentale emanando la legislazione necessaria ad imporre alle aziende la due diligence in materia di diritti umani lungo le loro catene globali di fornitura e la trasparenza su dove vengono realizzati i loro prodotti“, ha affermato Bob Jeffcott, analista politico presso il Maquila Solidarity Network. “Tali norme sono fondamentali per creare condizioni di parità tra le imprese e per proteggere i diritti dei lavoratori“.

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Per informazioni e interviste 
Dott.ssa Deborah Lucchetti, Presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti, al numero +393381498490 oppure 010.2091376 o via email all’indirizzo deborah.lucchetti@faircoop.it

Link utili

Per maggiori informazioni sulle 74 aziende contattate dalla coalizione e le altre aziende che hanno aderito al Pledge o si sono impegnata a farlo:
https://airtable.com/shrycG3Ylj9wFY2lH/tbljLFp4O3qk0dmVN/viwqDL8ndd3XgcpyK?blocks=bipTM9f7Xn4HdfnXs

adidas, ASICS, ASOS, Benetton, C&A, Clarks, Cotton On, Esprit, G-Star RAW, H&M, Hanesbrands, Levi Strauss, Lindex, Mountain Equipment Co-op, New Balance, New Look, Next, Nike, Patagonia, Pentland Brands, PVH Corporation, and VF Corporation.

31 imprese si sono impegnate a pubblicare almeno la lista e l’indirizzo dei loro fornitori ma sono ancora lontane dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza. Si tratta di: ALDI North, ALDI South, Amazon, Arcadia Group, Bestseller, Coles, Columbia, Debenhams, Disney, Fast Retailing, Gap, Hudson’s Bay Company, Hugo Boss, John Lewis, Kmart Australia, Lidl, Marks and Spencer, Matalan, Mizuno, Morrisons, Primark, Puma, Rip Curl, Sainsbury, Shop Direct, Target Australia, Target USA, Tchibo, Tesco, Under Armour, Woolworths, e Zalando.

Di queste:

  • 18 aziende non hanno ancora pubblicato alcuna informazione
    American Eagle Outfitters, Armani, Canadian Tire, Carrefour, Carter’s, Decathlon, Dicks’ Sporting Goods, Foot Locker, Forever 21, Inditex, KiK, Mango, Ralph Lauren, River Island, Sports Direct, The Children’s Place, Urban Outfitters, e Walmart.
  • 2 aziende hanno pubblicato solo i nomi delle aziende e i Paesi in cui operano:
    Abercrombie & Fitch e Loblaws
  • 1 azienda si è impegnata a pubblicare i nomi e i Paesi nel 2020:Desigual

4Alchemist, Dare to Be, Eileen Fisher, Fanatics, Fruit of the Loom, HEMA, KappAhl, Kings of Indigo, Kontoor Brands, Kuyichi, Lacoste, Lululemon Athletica, Okimono, Schijvens, Toms, We Fashion e Zeeman. Gildan ha cominciato a pubblicare dei dati ma è ancora lontana dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza

 

Nuovo report Campagna Abiti Puliti – azioni settembre

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Ali Enterprises: dopo 7 anni ancora fabbriche insicure

 

La Campagna Abiti Puliti, nel giorno del 7° anniversario dell’incendio alla fabbrica tessile Ali Enterprises, lancia un report sulla situazione delle fabbriche in Pakistan e degli accordi sulla bonifica e messa in sicurezza del sistema industriale tessile del Paese. Purtroppo il rapporto non ci dà buone notizie: tutte le iniziative avviate dal 2012 in Pakistan volte a migliorare la sicurezza sul lavoro siano in realtà caratterizzate da scarsa trasparenza. E, cosa più importante, nessuna di esse sia stata sviluppata coinvolgendo i sindacati e le altre organizzazioni per i diritti dei lavoratori pakistane. La rappresentanza dei lavoratori è stata esclusa non solo nella fase di progettazione ma anche in quella di implementazione e nella governance.

QUI potete leggere il report completo (in inglese)

 

Inoltre, il 13 settembre, aprirà a Milano il primo negozio Uniqlo a Milano.La Clean Clothes Campaign sta seguendo una vertenza di una fabbrica indonesiana chiusa all’improvviso dopo che Uniqlo ha ritirato le sue commesse 4 anni fa lasciando senza lavoro e stipendio molti lavoratori e lavoratrici. Qui alcune info: https://cleanclothes.org/campaigns/jaba-garmindo.

Diamo “Lucha alla città” di Roma!

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Fondazione Finanza Etica sostiene la compagna  creazione di un Comitato di sostegno all’esperienza della casa delle donne Lucha y Siesta di Roma, attraverso una grande azione di azionariato popolare che tuteli l’esperienza di Lucha e la faccia crescere oltre le sue stesse mura.

La casa delle donne Lucha y Siesta è a rischio sgombero e distacco utenze dal 15 settembre.

Cosa fare quando le istituzioni non hanno più a cuore il benessere pubblico? Come mantenere comune un bene che produce valore in termini di benessere sociale? Quali alleanze sono necessarie per ricostruire la preminenza del valore sociale e relazionale contro quello finanziario e della rendita?

Le attività del Comitato saranno quelle di promuovere e diffondere i risultati raggiunti in 11 anni e favorire iniziative a sostegno e raccolte fondi con l’obiettivo di partecipare a una grande impresa: costruire un fondo che permetta di acquistare lo stabile di via Lucio Sestio 10.

L’obiettivo è enorme, sia per la cifra da raggiungere sia per la difficoltà di rapportarsi con un sistema che non è disposto a riconoscere una soggettività non misurabile solamente in termini economici e di profitto. È quindi necessario coinvolgere migliaia di persone che scelgano di prendere posizione.

Al Comitato hanno già aderito moltissime persone singole e associazioni tra cui Lea Melandri quale Presidente onoraria e Federica Giardini come Presidente; molti artisti, tra cui Rita Petruccioli, Zerocalcare, Lorenzo Ceccotti, Leo Ortololani e tanti altri si stanno rendendo disponibili a sostenere con le loro opere il crowdfunding online che partirà a breve. Ci siamo anche noi!

 

#ioaccolgo: al via la campagna che rende visibile la solidarietà

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La Campagna “Io accolgo”, promossa da 42 organizzazioni sociali italiane ed internazionali, vuole dare la visibilità che meritano a tutte quelle esperienze diffuse di solidarietà che contraddistinguono il nostro Paese: dalle famiglie che ospitano stranieri che non hanno più un ricovero alle associazioni che organizzano corridoi umanitari per entrare nel nostro Paese, dai tanti sportelli legali e associazioni di giuristi che forniscono gratuitamente informazioni e assistenza ai migranti, a chi apre ambulatori in cui ricevere assistenza sanitaria gratuita, a chi coopera a livello internazionale per accompagnare le migrazioni forzate e ridurre l’insicurezza umana nei paesi di origine e transito.

Centinaia di esperienze diverse che la Campagna vuole mettere in rete, perché vengano condivise e riprodotte, perché finalmente vengano conosciute, se ne dia notizia, l’opinione pubblica ne prenda consapevolezza.

È quella parte grande del nostro Paese – singoli cittadini e cittadine, nuclei familiari, enti locali, studenti, insegnanti, organizzazioni nazionali e territoriali, laiche e religiose – che non si arrende alla barbarie di un mondo fondato sull’odio e sulla paura, che crede nei principi della Costituzione, dei diritti uguali per tutti, della solidarietà. Soggetti che quotidianamente agiscono per mitigare i danni di una legislazione, di politiche e di comportamenti istituzionali che condannano i migranti a morire in mare, che chiudono i porti, che cancellano esperienze di accoglienza, come gli Sprar, gettando per strada migliaia di richiedenti asilo e rifugiati, anche vulnerabili, privati così della loro dignità e del diritto ad accedere ai servizi sociali.

La Campagna prevede anche iniziative di mobilitazione, per aprire vertenze che inducano le Istituzioni ad assumersi la responsabilità dell’accoglienza e dell’integrazione, cancellando le scelte discriminatorie e contrastando gli effetti perversi del Decreto sicurezza bis, ancora più repressivo del precedente, sia sul fronte dei salvataggi in mare che della persecuzione dei migranti, dando il via libera a intercettazioni e utilizzo di agenti sotto copertura per impedirne l’arrivo e controllarli se nel Paese.

Fanno parte del Comitato promotore della Campagna:
A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, AOI, ARCI, ASGI, Casa della Carità, CEFA, Centro Astalli, CGIL, CIAC, CIAI, CIR, CNCA, Comunità di S.Egidio, CONGGI, Ero Straniero, EuropAsilo, Federazione Chiese Evangeliche in Italia – FCEI, FOCSIV, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Migrantes, Forum del Terzo Settore, Gruppo Abele, ICS Trieste, INTERSOS, Legambiente, LINK-coordinamento universitario, Lunaria, Medici Senza Frontiere, NAIM (National Association Intercultural Mediators), Oxfam, Rainbow4Africa, ReCoSol, Refugees Welcome Italia, Rete della Conoscenza, Rete Studenti Medi, SaltaMuri, Save the Children Italia, UIL, Unione degli studenti, Unione degli universitari, UNIRE

Concorso della campagna “Chiudiamo la forbice”

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Campagna "Chiudiamo La Forbice"

Scadono il 30 giugno i concorsi banditi dalla Campagna “Chiudiamo la forbice. Dalla disuguaglianza al bene comune: una sola famiglia umana”.

Si tratta di tre concorsi video, fotografico e di disegno rivolti a tutti: giovani e adulti, religiosi e laici, individui o gruppi (classi scolastiche o famiglie, gruppi parrocchiali, sportivi, sociali, ecc…). Il concorso per il disegno è riservato ai bambini fino ai 12 anni.

Non è necessario essere dei professionisti (che comunque sono ben accetti), ma occorrono capacità di esprimere visivamente lo spirito e il tema della Campagna nel modo più efficace e comunicativo, possibilmente come frutto di un percorso di riflessione, approfondimento e confronto.

 

La Campagna «Chiudiamo la forbice. Dalle diseguaglianze al bene comune: una sola famiglia umana» è rivolta al problema delle diseguaglianze economiche, sociali e politiche per dare la possibilità di vivere una vita dignitosa e piena, libera dalla paura e dal bisogno adesso e alle generazioni future.

“Chiudere la forbice” significa interrogarsi sulle cause della povertà, e sulle conseguenze concrete dei meccanismi attraverso cui la povertà stessa si produce e si riproduce, seguendo la sfida lanciata dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.

Il sito della campagna

Black Friday, inizia oggi la campagna di mobilitazione contro H&M

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In concomitanza del Black Friday, attivisti e lavoratori di tutto il mondo si mobilitano per portare all’attenzione le promesse disattese di H&M, per il quinto anno consecutivo,  di corrispondere un salario dignitoso a 850 mila lavoratori del tessile. Si apre oggi una nuova fase della campagna “Turn Around, H&M!”  che dal 23 al 30 novembre cercherà di sensibilizzare ancor più i consumatori sugli impegni mancati di H&M attraverso una serie di azioni di strada. Si inizierà da Londra e Milano e si proseguirà almeno in altre 24 città nei prossimi giorni. In Italia si mobiliteranno anche Bolzano e Torino.

Per tutte le informazioni sulla campagna clicca qui

Documento Conclusivo del Convegno “Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità

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Lunedì 4 marzo 2019

In un momento di crescenti tensioni internazionali, di forte instabilità in numerose regioni, di conflitti che perdurano da anni e di nuovi focolai di guerra che stanno alimentando la ripresa delle spese militari e una rinnovata corsa agli armamenti, le realtà promotrici del Convegno“Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità” (Roma 1 marzo 2019) ritengono innanzitutto importante l’aver proposto all’attenzione pubblica, del governo e delle istituzioni la questione della produzione e dell’esportazione di sistemi militari italiani e di “armi leggere”. E’ una questione che, ancor prima di riguardare ogni singolo attore, investe la responsabilità nazionale del nostro Paese e il ruolo che l’Italia intende svolgere nel contesto internazionale per realizzare il principio e l’impegno sancito nella Costituzione del “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art.11). Evidenziano inoltre che, secondo le convenzioni internazionali, la produzione e l’esportazione di armamenti possono essere giustificati e legittimati solo per permettere l’autotutela dei popoli, per proteggere i diritti delle persone e per salvaguardare la pace e la sicurezza internazionale (Carta delle Nazioni Unite, art. 51).

In questo senso, le realtà promotrici del Convegno:

1) Rinnovano la richiesta al Governo italiano di bloccare tutte le forniture di armamenti a Paesi in conflitto e dove si verificano gravi violazioni dei diritti umani ed in particolare le esportazioni di armi alla coalizione a guida saudita che – come riportano le Nazioni Unite – sta compiendo bombardamenti indiscriminati in Yemen che possono essere considerati “crimini di guerra” alimentando la gravissima crisi umanitaria che sta falcidiando la popolazione yemenita. Sollecitano inoltre il Governo a rispettare non solo tutti i divieti formalmente espressi nella legge 185 del 1990, ma anche i rigorosi criteri della Posizione Comune UE e del Trattato internazionale sulle armi (ATT) che vietano le esportazioni di armamenti qualora queste possano essere utilizzate per commette o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, dei diritti umani o mettere in pericolo la pace e la sicurezza. Chiedono al Governo italiano e a tutte le forze politiche di adoperarsi nelle sedi europee e internazionali per promuovere un effettivo controllo del commercio di armamenti e di armi leggere e di ripristinate la massima trasparenza non solo nelle Relazioni nazionali sulle esportazioni di armamenti ma in ogni informazione che l’Italia deve presentare a livello europeo e internazionale. Invitano infine il Parlamento ad intensificare i  rapporti con le associazioni della società civile sia per esercitare un controllo più efficace sulle esportazioni di armamenti italiani sia nel caso di modifiche alla normativa vigente.

2) Ribadiscono l’impegno a dialogare con tutti gli attori istituzionali, del settore industriale e finanziario, delle rappresentanze sociali e dei lavoratori per promuovere un ampio ripensamento e un graduale riordino del comparto della produzione militare nazionale nel contesto europeo per rispondere in modo efficace, razionale e sostenibile alle effettive esigenze di sicurezza e difesa comune col minimo dispendio di risorse economiche e sociali. In questo senso, chiedono al Governo e a tutte le rappresentanze politiche e sociali di adoperarsi per definire, avviare e sostenere progetti di riconversione al civile cominciando dai settori industriali militari maggiormente in contrasto col principio costituzionale del ripudio della guerra.

3) Invitano tutti i soggetti della società civile e le Chiese a promuovere, a livello nazionale e locale, momenti di incontro e di approfondimento, riguardo alle spese militari e al commercio di armamenti. Confermano la disponibilità a sostenere tutte le iniziative promosse dalle associazioni e dalle Chiese per favorire la crescita di un’economia di pace, rispettosa della vita, dei diritti e della dignità delle persone, la salvaguardia la salvaguardia dell’ambiente e un effettivo progresso delle comunità e dei popoli.

4) Si impegnano a continuare insieme la riflessione sulla produzione e il commercio di armamenti, estendendo l’invito a tutti i soggetti della società civile interessati a promuovere la sensibilizzazione nei territori e a livello nazionale e internazionale.

I promotori del Convegno:

Commissione Globalizzazione e Ambiente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Fondazione Finanza Etica
Movimento Politico per l’Unità e Movimento dei Focolari
Pax Christi Italia
Rete Italiana per il Disarmo
Ufficio Nazionale per i Problemi sociali e il Lavoro della C.E.I.
Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della C.E.I.

 

Per contatti stampa:

Maria Elena Lacquaniti– convegno1marzo@gmail.com-

Antonella Visintin– anto.visintin@gmail.com-

Francesco Vignarca– segreteria@disarmo.org-

Giorgio Beretta– berettagiorgio@gmail.com-

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/2125371564420319/

Account Twitter del Convegno: @ConvArmamenti

La microfinanza va in Error104

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“Tempo fa un cittadino fece un curioso esperimento che ebbe molto successo su Internet. Divise il denaro destinato al piano del governo statunitense per salvare le banche dalla crisi finanziaria mondiale – circa 700 miliardi di dollari – per gli abitanti del pianeta. Il risultato fu strabiliante: 104 milioni di dollari per ciascuno!!! La stampa internazionale diffuse la notizia, salvo accorgersi, con notevole ritardo, che l’esperimento recava con sé un grave errore. Il risultato della divisione in realtà era 104 dollari per ciascun abitante del pianeta! Seguirono polemiche accese sull’errore di calcolo, ma non un solo commento fu rivolto come si sarebbero potuti utilizzare quei 104 dollari…”.
È partita da qui, con uno spot molto divertente, la campagna internazionale Error104, appunto, che mira a sensibilizzare i risparmiatori europei sui temi della finanza etica, della microfinanza e della finanza etica per lo sviluppo. Grazie a un complesso sistema di azioni e di studi, finanziati dal progetto Save for good della Comunità Europea e coordinati in Italia dalla ong Ucodep, Error104 vuole far arrivare alle persone la consapevolezza che ciascuno è in grado di impiegare diversamente e responsabilmente il proprio denaro, che esistono gli strumenti e le competenze a portata di mano. Basta volerlo. Per questo sono state realizzate alcune videointerviste (tra cui una alla nota economista americana Saskia Sassen) nonché diversi documenti scientifici e divulgativi, tutti visibili e scaricabili dalla rete (sul social network equosolidale Zoes ma anche su Facebook e Youtube). Non è finita qui, però. Nel tentativo di rendere concetti di finanza etica, microfinanza e microcredito più vicini alla pratica bancaria di ogni giorno, per Error104 è stata scritta la Guida per risparmiatori: come investire per lo sviluppo nei Paesi del Sud del mondo, in distribuzione gratuita sia su carta che in formato elettronico, dove esiste un intero capitolo di Suggerimenti per diventare un risparmiatore eticamente responsabile. E per chi vuole fare un passo ancora più in là, c’è l’educational tool kit sulla finanza etica e solidale. Nato come percorso multimediale specifico per gli operatori sul territorio e sviluppato in collaborazione fra il consorzio Ctm Altromercato e la Fondazione Culturale Responsabilità Etica (due dei partner principali di Save for good), l’educational tool kit si rivela un efficace strumento di approfondimento anche per i risparmiatori più attenti: è infatti un documento interattivo, navigabile come un sito Web, capace di dare informazioni tecniche e di contesto utili a chiunque creda nelle opportunità offerte da un uso differente e consapevole del denaro, da impiegarsi in favore di uno sviluppo globale più equo e sostenibile.