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Terzo Rapporto sulla Finanza Etica e Sostenibile in Europa

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3 Rapporto Finanza Etica e Sostenibile in Europa

Il Terzo Rapporto sulla Finanza Etica e Sostenibile in Europa mostra numeri alla mano, come un diverso modello sia non solo possibile, ma già concretamente praticato.

 

È stato pubblicato il Terzo Rapporto sulla Finanza Etica e Sostenibile in Europa. Come per le precedenti edizioni, il rapporto fornisce una panoramica sulle banche etiche e sostenibili sia in termini assoluti sia in confronto con le altre banche.

Il rapporto di quest’anno presenta diverse novità. Il confronto non è stato fatto unicamente rispetto alle banche di maggiori dimensioni (quelle cosiddette too big to fail) ma all’insieme del sistema bancario europeo. Il taglio è poi ancora più europeo, con un focus su diversi Paesi. Sono inoltre delle novità gli approfondimenti sulle paghe dei manager e sull’attività di azionariato critico in Europa.

Come per le precedenti edizioni, il rapporto evidenzia delle differenze sostanziali tra le banche etiche e sostenibili e le altre.

Le prime hanno un rapporto tra prestiti erogati e totale dell’attivo pari al 76%, a fronte di un 39,8% della media europea. Pur in maniera approssimativa e con le dovute cautele, un indicatore di quanto una banca eroghi credito per l’economia e la creazione di posti di lavoro. Una tale differenza di valori non evidenzia una prestazione diversa, ma un modello e un approccio diversi.

A fronte di questa maggiore capacità di sostenere l’economia, le banche etiche nell’ultimo decennio hanno anche avuto un rendimento migliore della media europea. Il ROE (indicatore del rendimento del capitale) è stato del 3,57% per le prime, della metà (1,79%) per le seconde.

Confronto tra Banche Etiche europee e sistema bancario

 

Il mondo della finanza etica e sostenibile si dimostra quindi migliore non “solo” dal punto di vista degli impatti ambientali o sociali o della trasparenza, ma in maniera altrettante evidente riguardo la performance economica.

Una conferma viene anche dalla crescita del settore. Attivi, depositi e patrimonio netto delle banche etiche e sostenibili sono cresciuti a ritmi intorno al 10% nell’ultimo decennio, mentre il sistema bancario nel suo insieme viveva una stagnazione. Gli attivi per le banche etiche sono infatti cresciuti del 9,9% l’anno mentre la media del settore marca un -0,3%, mentre i crediti hanno superato il 10% di crescita annua per le prime a fronte di uno 0,4% per le seconde.

 

Il Terzo Rapporto sulla finanza etica e sostenibile analizza poi nella seconda parte le paghe dei manager. Anche qui, non parliamo di semplici differenze, ma di approcci radicalmente diversi.

Equità nelle retribuzioni

 

Quasi tutte le banche etiche e sostenibili prevedono rapporti tra la paga massima e quella minima e/o quella media al loro interno. Al contrario, in molte banche tradizionali non è raro vedere alti dirigenti con retribuzioni che sono decine, se non centinaia di volte quelle dei loro dipendenti. Retribuzioni dei top manager legate inoltre alla crescita del valore delle azioni nel brevissimo termine e non a obiettivi di lungo periodo.

 

In ultimo, il Rapporto esamina le iniziative di azionariato attivo e critico. Si tratta di utilizzare i diritti legati al proprio un investimento azionario – a partire da quello di voto e di intervento durante l’assemblea – per porre alcune questioni di natura sociale o ambientale e spingere l’impresa a comportamenti più virtuosi.

Sono diversi i successi che vengono presentati nel Rapporto, mostrando in qualche modo come il potere della finanza possa essere incanalato per spingere verso una maggiore sostenibilità l’insieme del sistema economico.

Un modello di successo, da molti punti di vista, quindi.

 

Proprio in ragione di tale successo, e prima ancora grazie alla crescente attenzione del pubblico e dei risparmiatori verso i temi ambientali e sociali, oggi sia le istituzioni sia lo stesso sistema bancario si stanno accorgendo della finanza etica e sostenibile. L’UE ha avviato un percorso per definirla e promuoverla. Per chi da decenni, come Banca Etica in Italia, lavora esclusivamente in questo ambito, tale nuova spinta rappresenta un’opportunità ma anche un rischio.

Lo testimonia l’approccio europeo, dove la sostenibilità è letta quasi esclusivamente in chiave ambientale. La questione dei cambiamenti climatici è tanto importante quanto urgente, ma rappresenta solo una delle dimensioni della sostenibilità. Mancano quasi totalmente nel lavoro europeo le dimensioni sociali e di governance; ovvero due delle tre gambe del tradizionale approccio ESG – Environment, Social, Governance alla sostenibilità.

In maniera forse ancora più incredibile, parlando di finanza e guardando ai recenti disastri, dalla bolla dei subprime in poi, nell’approccio europeo manca completamente il tema della speculazione. Nulla sull’utilizzo distorto di derivati o altri strumenti complessi, nulla sui paradisi fiscali. Nulla persino sugli obiettivi di brevissimo termini del sistema finanziario, uno dei principali motori che spinge le imprese a trascurare i propri impatti ambientali e sociali pur di massimizzare i profitti a breve, inseguendo l’appetito insaziabile degli speculatori.

Tali rischi sono ancora più evidenti se guardiamo alle iniziative promosse dallo stesso sistema bancario e finanziario. Oggi quasi tutti i gruppi di maggiori dimensioni sbandierano la propria sostenibilità. Se però andiamo a vedere il merito di tali iniziative, ci accorgiamo che troppo spesso appaiono più di marketing, se non greenwashing. Una “lavata di verde” per ripulire la propria reputazione senza incidere sul business.

Un dato tra i tanti per confermare tali preoccupazioni. Nei pochi anni dalla firma dell’Accordo di Parigi a oggi, i grandi gruppi bancari hanno finanziato per 1.400 miliardi di dollari i combustibili fossili. Molte di queste banche erano in prima fila al Forum economico di Davos e in altri contesti a stracciarsi le vesti – a parole – sull’emergenza clima. Il pianeta, ben prima del movimento della finanza etica, non può permettersi una simile “bolla” della sostenibilità.

Il mondo della finanza etica e sostenibile mostra al contrario, numeri alla mano, come un diverso modello sia non solo possibile, ma già concretamente praticato da milioni di persone in tutto il mondo. Se i numeri sono ancora piccoli rispetto a quelli della finanza globale, molto dipende dalle nostre scelte e da una riflessione sull’uso dei nostri soldi.

I nostri risparmi sono una goccia nel mare, ma l’insieme di queste gocce crea il sistema finanziario. I maggiori investitori sui mercati internazionali sono banche, fondi pensione, fondi di investimento, assicurazioni. Tutti soggetti che si alimentano con i nostri soldi.

Sappiamo dove finiscono e come vengono utilizzati? Una volta incanalati nel sistema bancario e finanziario, i nostri risparmi creano posti di lavoro o alimentano delocalizzazioni e precarietà? Quale impatto hanno sull’ambiente e il clima? Sono un moltiplicatore per sviluppare l’economia di un territorio o finiscono in qualche paradiso fiscale sottraendosi al fisco e indebolendo l’economia?

Con le nostre scelte rischiamo di essere complici inconsapevoli del sistema di cui siamo vittime. O al contrario possiamo scegliere di sottrarre i nostri risparmi a un modello speculativo e ambientalmente insostenibile per promuoverne uno in cui la finanza torna a essere uno strumento al servizio della società e del pianeta. Il Terzo Rapporto sulla finanza etica e sostenibile in Europa ci aiuta a capire come farlo e perché.

Andrea Baranes, vice-presidente Banca Etica

 

Laudato si’ e finanza etica. Le proposte dell’incontro di Assisi

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Team facilitatori Laudato si' e finanza etica

Laudato si’ e finanza etica. Le proposte dell’incontro di Assisi di Fondazione Finanza Etica aspettando The Economy of Francesco.

La finanza da problema a soluzione

L’enciclica “Laudato Sì” individua nella finanza una delle cause principali della crisi ecologica, sociale e culturale del nostro pianeta. Ma la finanza da problema può diventare soluzione. La finanza etica in tutto il mondo – da almeno 30 anni – ha elaborato proposte concrete e sperimentate per un’economia che sia realmente al servizio delle persone.

Esperti del settore bancario e finanziario insieme a giovani economisti e ricercatori under 35 nell’incontro di Assisi hanno elaborato riflessioni e fornito proposte sul rapporto tra Laudato si’ e finanza etica. Questi risultati saranno discussi durante le giornate di “The Economy of Francesco promosse da Papa Francesco Bergoglio dal 26 al 28 marzo ad Assisi.

Presentiamo qui alcuni momenti degli interventi dei dialoghi della mattina.

Joseba Segura

Teologo, economista, missionario in Ecuador, vescovo ausiliario di Bilbao

Intervento di Joseba Segura

Il suo intervento si è incentrato sugli investimenti finanziari delle istituzioni ecclesiastiche. ”All’inizio del secolo, quando a Bilbao un piccolo gruppo di persone ha avviato il progetto Fiare , siamo partiti con questa preoccupazione: far sì che i principi della Dottrina Sociale della Chiesa guidassero anche il complesso e opaco mondo degli investimenti finanziari. Sentivamo la necessità di fare qualcosa di diverso dal “greenwhashing” di tanti presunti “investimenti etici“. Il nostro obiettivo, in quel momento era contribuire a trasformare l’economia a partire dalla finanza.”

E ha proseguito con una chiamata all’azione. “Concentrandoci sulle nostre chiese locali e sulle comunità cattoliche, c’è ancora quasi tutto da fare. La “Laudato si’” ha raggiunto molti credenti, ma non è ancora riuscita a far cambiare le scelte delle istituzioni ecclesiastiche. Noi credenti tendiamo con tutto il cuore al benessere integrale delle persone, ma per qualche motivo ancora bandiamo il cuore dalla sfera delle decisioni finanziarie. E non ci rendiamo conto dell’incoerenza che ciò comporta. Per questo è ancora perfettamente possibile incontrare i responsabili finanziari delle istituzioni ecclesiastiche che, nei loro approcci all’investimento etico, non sono andati oltre i classici filtri negativi della selezione: armi, aborto, contraccettivi, pornografia, ecc. Il cambiamento di coscienza deve avvenire anche ai vertici della Chiesa, nei vescovi e nei superiori maggiori”.

Anna Fasano

Presidente di Banca Etica

Intervento Anna Fasano e Guido Viale

Banca Etica si è approcciata alla Laudato si’ con inquietudine: non l’inquietudine dell’ansia, ma quella della costante, tenace ricerca di senso – ha sottolineato Anna Fasano –  È arrivato il momento non solo di fare educazione critica alla finanza, ma anche di sedersi sempre più combattivi ai tavoli europei dove si discute la normativa sugli  investimenti sostenibili, di creare nuovi linguaggi. Ormai sostenibile non vuol dire più niente, è una parola svuotata di senso. Dobbiamo mettere in campo strumenti che diano alle persone non solo la possibilità di informarsi, ma anche di scegliere”.

Guido Viale

Saggista e sociologo

Ci sono 3 settori dove la finanza alternativa ha una missione fondamentale da svolgere. La prima è quella dell’informazione: stando dentro al meccanismo finanziario si possono capire e spiegare molte cose che noi dall’esterno non vediamo; bisogna, in sostanza, dare un’educazione critica alla finanza. La seconda è un’opera di resilienza, fornendo sostegno e assistenza tecnica alle comunità che sentono l’esigenza di organizzarsi con forme di valuta alternativa. La terza è sostenere le imprese che cercano una conversione ecologica in un’ottica di rete territoriale, in cui gli istituti di credito, i sindacati coinvolgano gli stakeholder del territorio per cominciare a progettare una transizione giusta”.

Paolo Beccegato

vicedirettore Caritas Italiana

Intervento Patxi Alvarez e Paolo Beccegato

Su giustizia globale e ambiente, Paolo Beccegato ha aggiunto: “Nella Laudato si’ possiamo isolare 4 punti fortemente interconnessi tra loro. Il primo è la povertà, fenomeno internazionale che colpisce duramente anche in Europa e in Italia: la povertà può essere causata anche dalla sottrazione sistematica di risorse. Il secondo fenomeno è quello delle guerre, non solo dei conflitti armati maggiori, ma anche delle violenze locali e sociali all’interno dei nuclei famigliari. Il terzo elemento è quello del degrado ambientale. Questi tre poli sono strettamente collegati fra loro. Il quarto elemento è quello delle speculazioni finanziarie, di una finanza non inclusiva e senza una governance. Questi quattro pilastri, nella nostra esperienza quotidiana di Caritas, possono essere girati positivamente, lavorando per la pace, lo sviluppo, la tutela ambientale e l’inclusione finanziaria. Questi quattro grandi fenomeni mostrano una correlazione sempre più significativa in negativo, ma potenzialmente anche in positivo: non cediamo quindi alla complessità, ma rispondiamo con un pari sforzo di unione fra noi. Ed è questo, forse, il primo motivo per cui oggi siamo qui”.

 

Le proposte sui rapporti tra Laudato si’ e finanza etica saranno scaricabili a partire dal 8 marzo 2020 sul nostro sito.

L’azionariato critico. Storie, strumenti, successi.

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L'azionariato critico

Questa ricerca di Fondazione Finanza Etica rappresenta il primo lavoro organico in Italia che descrive la storia dell’azionariato critico dalle sue origini negli Stati Uniti, distingue tra azionariato critico e attivo, analizza l’attività di azionariato critico in Italia (da Legambiente a Fondazione Finanza Etica) e fornisce una nomenclatura e delle “istruzioni” per come diventare azionista critico.

>>SCARICA<< il rapporto

Le grandi imprese, molto spesso sorde alle proposte dei consumatori, delle campagne e dei movimenti, sono generalmente più attente alle richieste provenienti dagli azionisti che, in quanto “comproprietari”, acquistano il diritto di partecipare alla vita della società e di ottenere risposte su questioni ambientali o sociali che possano avere un impatto negativo sui risultati finanziari dell’impresa. La grande sfida dell’azionariato critico è proprio questa: dimostrare alle imprese che se non si interessano sufficientemente alle conseguenze delle proprie azioni sul clima, sugli ecosistemi o sulle comunità di riferimento, la loro condotta potrebbe mettere in pericolo la stessa capacità di generare profitti per gli azionisti, a causa della sottovalutazione di rischi potenziali, possibili sanzioni, danni alla reputazione, e quindi al marchio che per molte società, in particolare quelle che si rivolgono direttamente ai consumatori, è uno dei beni più preziosi.

A cura di Mauro Meggiolaro.

La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito del progetto NewBusiness4Good.

Il green New Deal parte dall’Europa e dalla finanza etica

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In un dibattito al Parlamento Europeo a Strasburgo lo scorso luglio, Ursula von der Leyen ha illustrato ai deputati le sue priorità politiche qualora venisse eletta Presidente della Commissione, impegnandosi a presentare, nei suoi primi 100 giorni di mandato, un piano per un “accordo verde per l’Europa” e una legge europea sul clima.
Blue Print. For Europe’s Just Transition rappresenta la risposta e una serie di proposte pronte e immediatamente attuabili.
Le ha redatte la campagna internazionale Un Green New Deal per l’Europa, sostenuta da una rete di organizzazioni fra cui DieM25, Action Aid, la New Economis Foundation e, per l’Italia, Fondazione Finanza Etica.
L’obiettivo è quello di Intrecciare gli obiettivi sociali dell’Europa con la giustizia ambientale, focalizzandosi su 3 grandi obiettivi:
1) decarbonizzare l’economia europea; 2) fermare la perdita di biodiversità e tornare a promuoverla; 3) garantire un’occupazione decente.
Come? Attraverso un massiccio intervento di finanza pubblica con i green bond della Banca Europea per gli Investimenti. Questi strumenti consentono alla BEI di raccogliere ingenti somme di denaro senza violare le norme fiscali europee.

>> QUI il report integrale, per ora in inglese e a breve in italiano.
>> QUI la sintesi, sempre per ora in inglese.

Nicoletta Dentico, vice-presidente della Fondazione, ne  ha parlato mercoledì 4 settembre su Radio3 a Tutta la Città ne parla. >>ASCOLTA<<  la puntata

 

[Foto Climate Strike, Fridays for Future di Magnus Hagdorn]

Sospresa: le banche etiche rendono tre volte di più di quelle sistemiche

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Scarica e leggi il secondo rapporto sulla finanza etica e sostenibile in Europa

 

Sono passati dieci anni dallo scoppio dell’ultima crisi finanziaria globale. In questo periodo gli Stati
europei hanno speso circa 654 miliardi di euro per salvare dal fallimento decine di banche in difficoltà,
a partire da quelle che avevano investito nei famigerati mutui subprime. Non è stato però necessario
spendere nemmeno un centesimo per salvare una qualsiasi delle 23 banche etiche e sostenibili
presenti in Europa. Perché queste banche, che concedono crediti per lo sviluppo dell’economia reale e
investono in base a precisi criteri sociali e ambientali, si sono dimostrate particolarmente resistenti alla
crisi.
I motivi di questa resistenza sono analizzati nel secondo Rapporto sulla finanza etica e sostenibile in
Europa, edito dall’italiana Fondazione Finanza Etica in cooperazione con la spagnola Fundación
Finanzas Éticas, entrambe appartenenti alla rete di Banca Popolare Etica. Il Rapporto mette a
confronto struttura, crescita e rendimenti delle banche etiche con quelle delle 15 banche di “rilevanza
sistemica globale” con sede in Europa.

Potete scaricare la versione integrale del report qui (in italiano).

Ecco i principali risultati:

Rendimenti
Negli ultimi dieci anni (2007-2017) le banche etiche e sostenibili hanno reso oltre il triplo rispetto
alle banche tradizionali, con una redditività media annua (in termini di ROE-Return on Equity) del
3,98% contro l’1,23%. In effetti, fino al 2006/2007 le banche sistemiche hanno potuto godere di profitti
drogati dalla speculazione e dall’indebitamento, ma poi la festa è finita e chi, come le banche etiche,
non si è mai lasciato tentare dalla corsa a titoli esotici con promesse di guadagni mirabolanti, è stato
premiato. Per dirlo con una metafora, le banche sistemiche hanno vinto i 100 metri ma le banche
etiche continuano a vincere la maratona. D’altra parte, la maggior parte dei risparmiatori comuni è
composta da maratoneti, che vogliono conservare il valore dei propri risparmi nel tempo, non da
centometristi.
Crescita
Con la crisi, la crescita dei colossi bancari europei si è fermata o comunque è molto rallentata,
mentre gli attivi, i depositi, i prestiti e il patrimonio netto delle banche etiche e sostenibili aumentano
con percentuali intorno al 10% annuo. Solo per fare un esempio, dal 2007 al 2017, gli attivi (e quindi il
totale di investimenti, crediti e liquidità) delle banche etiche sono cresciuti mediamente del 9,66%
all’anno contro il -1% annuo delle banche sistemiche.

Sostegno all’economia reale
Negli ultimi dieci anni la differenza strutturale tra banche etiche e banche sistemiche è rimasta
pressoché costante. Siamo di fronte a due tipi di banche profondamente diversi: le etiche fanno le
banche in modo classico, raccogliendo depositi e concedendo prestiti mentre le sistemiche si dedicano
molto di più ad altre attività (investimenti in titoli, servizi finanziari, ecc.). Nel 2017 la concessione di
crediti rappresentava in media quasi il 77% delle attività totali per le banche etiche e sostenibili ma solo
il 40,52% per le grandi banche tradizionali.

Fondi di investimento socialmente responsabili
La seconda parte del Rapporto analizza i numeri dei fondi socialmente responsabili: quelli che
investono in azioni e obbligazioni di imprese quotate in borsa o in titoli di Stato, selezionati in base una
serie di criteri ambientali e sociali. Anche per questo sottoinsieme del vasto mondo della finanza etica e
sostenibile, i numeri sono in continua crescita. In Europa, dal 2015 al 2017, i patrimoni investiti in fondi
etici “best in class” (quelli che adottano i criteri più rigorosi) sono saliti in media del 9% all’anno,
sfiorando i 600 miliardi di euro. E’ sempre più diffuso anche l’azionariato attivo, con un numero
crescente di azionisti che partecipano alle assemblee delle imprese nelle quali investono per chiedere
informazioni dettagliate e proporre miglioramenti sulle strategie di sviluppo aziendali in tema di
ambiente o diritti dei lavoratori e incontrano gli amministratori.

Disinvestire dalle fonti fossili
Nella quarta parte del rapporto, viene approfondito un aspetto degli investimenti responsabili che sta
diventando sempre più cruciale: la vendita di titoli di imprese del settore fossile (carbone, petrolio,
gas) che accelerano i cambiamenti climatici con le loro emissioni di gas serra. Ormai sono oltre 1.000
a livello globale le banche, le fondazioni, gli ordini religiosi, le università, i comuni, le assicurazioni e i
fondi pensione che si sono liberati, con varie modalità, dagli investimenti nel fossile, per un totale di
quasi 7.200 miliardi di dollari. Una cifra enorme, pari a circa il 40% del prodotto interno lordo europeo.
Nonostante il movimento Fossil Free (liberi dalle fossili) stia raccogliendo sempre nuovi aderenti e
impegni di disinvestimento, esistono ancora fondi che si definiscono “etici” che si ostinano a investire
nei tipi più sporchi e pericolosi di petrolio, come le sabbie bituminose o l’olio di scisto (shale oil). Il
report identifica alcuni strumenti che i clienti – persone o organizzazioni – possono usare per verificare
il reale impegno delle banche o società finanziarie che propongono alla clientela di investire in fondi
etici.

Le normative e le proposte
Se le banche etiche sono strutturalmente diverse rispetto alle banche sistemiche e si sono
dimostrate anche più resistenti alla crisi, è allora urgente approvare normative, a livello nazionale e in
Europa, che riconoscano e premino questa diversità. I progressi fatti su questo fronte sono
documentati nella terza parte del Rapporto, che analizza come sia cambiato il sistema finanziario a
dieci anni dallo scoppio della crisi, quanto pesino ancora sulle decisioni politiche le lobby della finanza
e quante occasioni di riforma si siano perse per strada negli ultimi anni, con il ritorno di un vento di
restaurazione preoccupante su entrambe le sponde dell’Atlantico.
In particolare, il movimento della finanza etica auspica maggiore coraggio da parte della
Commissione Europea che sta lavorando all’introduzione di una definizione universalmente accettata
(tassonomia) per gli investimenti responsabili in Europa. Fin qui la Commissione UE sembra volersi concentrare sui soli aspetti ambientali, mettendo in secondo piano i criteri sociali. Un errore di
prospettiva che Banca Etica, insieme a Gabv (Global Alliance for Banking on Values) e Febea
(Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative) sta cercando di far modificare, grazie alla
presentazione di emendamenti al progetto di riforma.

Armi, l’export ignora la crisi. Nell’ultimo biennio aumento del 74%

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A “Terra Futura“, a Firenze, il rapporto sulle connessioni tra la finanza e le industrie che producono armamenti. Nel 70% dei fondi comuni titoli di aziende del settore. Qualcuno anche nei fondi pensione.

È stato presentato a TerraFutura 2010 il rapporto “Armi e Finanza”, progetto vincitore della prima edizione del Bando a sostegno dell’economia sociale, promosso dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica onlus.
Ne parla la giornalista Rosaria Amato in repubblica.it Leggi l’articolo

“Armi e Finanza” è uno studio pilota per la creazione di un osservatorio nazionale sulle forme di rapporto tra imprese a produzione militare e istituti finanziari (extra 185/90) al fine di definire una metodologia comune, identificare le principali criticità, potenzialità e fonti, nella prospettiva della creazione di un osservatorio sui rapporti fra finanza e armi.

Dare un futuro al credito

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Lo scorso 3 dicembre 2009 è stato presentato a Roma il primo anno di attività di ricerca e monitoraggio dell’Osservatorio sui fenomeni connessi all’impatto del costo del credito sulle condizioni economiche delle famiglie italiane: un supporto informativo su base regionale, capace di porre sotto osservazione le reali capacità di accesso al credito bancario per l’acquisto dell’abitazione.

Giovedì 3 dicembre 2009, si è tenuta a Roma la presentazione del primo anno di attività dell’Osservatorio Regionale su costo del credito, promosso da Caritas Italiana e Fondazione Culturale Responsabilità Etica in collaborazione con Centro culturale Francesco Luigi Ferrari.

L’ORCC vuole essere un supporto informativo su base regionale, capace di porre sotto osservazione i principali fenomeni connessi all’impatto del costo del credito sulle condizioni economiche delle famiglie italiane, con particolare riferimento alle reali capacità di accesso al credito bancario per l’acquisto dell’abitazione. Il tema del costo del credito assume una particolare rilevanza nell’attuale contesto contrassegnato da una profonda crisi economica e finanziaria internazionale, che non ha mancato di trasmettere i suoi effetti negativi sull’economia reale come l’incremento dei tassi di interesse sulle condizioni economiche delle famiglie e sul loro potere d’acquisto. L’indebitamento derivante dai mutui per l’acquisto della casa e il credito al consumo stanno gravemente danneggiato una larga parte della popolazione, in particolare anziani e lavoratori precari, che si trovano ad affrontare un futuro incerto e senza garanzie.

Sulla base di queste considerazioni, l’ORCC assume una funzione importante, sia come strumento di conoscenza e interpretazione dell’impatto del costo del credito sulle condizioni economiche delle famiglie, sia come supporto per il monitoraggio degli effetti della crisi in atto.

Invito e Programma

Il Report:
Osservatorio Regionale sul costo del credito O.R.C.C. (integrale)
Osservatorio Regionale sul costo del credito (sintesi)

Sul tema del costo del Credito sono intervenute anche
Prof.ssa Veronica Polin, Università degli studi di Verona
Prof.ssa Maria Laura Ruiz, Università degli studi di Pisa
Prof.ssa Benedetta Giovanola, Università degli Studi di Macerata

 

People First il Rapporto 2009 di Social Watch

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La crisi economica ostacola e rallenta il percorso verso il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, questa la denuncia dell’ultimo rapporto del Social Watch “People First”.

Il Rapporto evidenzia per il 2009 l’aggravarsi del livello di fame e povertà, indici qualitativi allarmanti per lo stato di salute e l’accesso all’istruzione, e l’aumento del divario donna-uomo.
Lo tsunami della crisi economica si sta abbattendo sui Paesi che meno hanno contribuito a scatenarla. A questo ritmo, l’obiettivo di sradicare la fame e la povertà entro il 2015 rischia di rimanere un miraggio per la maggior parte dei Paesi nel mondo.
Studiando l’impatto sociale della crisi a livello internazionale, emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i paesi impoveriti e le persone più vulnerabili, molte delle quali sono nuovi poveri. Fra le prime vittime del crollo dei mercati finanziari vi sono i più poveri che, spendendo dal 50 all’80% del loro reddito in beni alimentari, risentono maggiormente dell’aumento del costo delle derrate agricole. Ma anche le donne, spesso impiegate in lavori precari o a cottimo, con minori salari e più bassi livelli di tutela sociale.
Tramite l’Indice delle Capacità di Base (BCI), il rapporto analizza lo stato di salute e il livello dell’istruzione elementare di ciascun Paese. I risultati sono preoccupanti: al 2009, quasi la metà dei paesi analizzati (42,1%) ha un valore dell’Indice BCI basso, molto basso o critico. La maggioranza della popolazione mondiale vive in paesi in cui i principali indicatori sociali sono immobili o progrediscono troppo lentamente per raggiungere un livello di vita accettabile nel prossimo decennio. Le cifre rivelano una situazione di disuguaglianza drammatica in tutto il mondo, sebbene i dati elaborati si riferiscano a un periodo in cui la crisi economica doveva ancora produrre i suoi effetti più profondi. La crisi finanziaria offre un’opportunità storica per ripensare i processi decisionali in politica economica attraverso un approccio basato sui diritti umani.
Sul tema Equità di genere, per il 2009, il GEI (Gender Equity Index GEI) mostra che, nella maggior parte dei Paesi, il divario tra i generi non si stia riducendo, anzi gran parte di quelli dove c’è stato un progresso coincide con quelli che già si trovavano in una situazione migliore rispetto agli altri. La distanza tra Paesi nella migliore e peggiore situazione relativa si è ingrandita. Nel campo dell’istruzione e dell’attività economica la situazione delle donne è migliorata, mentre in quello dell’empowerment nell’ultimo anno circa il 15% dei Paesi ha fatto dei passi indietro, e la regressione è stata così dura che il valore medio globale di questo indicatore è sceso dal 35% del 2008 al 34,5% del 2009. Dallo studio è emerso che, per quanto riguarda la parità tra uomo e donna, l’Italia non brilla come esempio, anzi: il nostro paese, da questo punto di vista non solo non ha fatto progressi, ma è retrocesso. In una classifica di 172 paesi, l’Italia è al 72° posto (rispetto al precedente 70°), con un GEI di 64,5, ben al di sotto della media europea, pari a72.