I tuoi soldi finanziano le armi?

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I soldi investiti in armi: come disinvestire eticamente per un futuro di pace

I soldi investiti in armi sono risorse tolte a tutti e tutte noi.

Ogni anno, miliardi di euro vengono investiti in aziende che producono armi e alimentano le troppe guerre che scoppiano in tutto il mondo. Troppo spesso si pensa che non esista un’alternativa e che sia inevitabile continuare ad alimentare l’industria bellica.

Eppure, una soluzione esiste: il disinvestimento etico dall’industria bellica. Di cosa si tratta? E come praticarlo?

Non è una questione eccessivamente complessa, ma non possiamo spiegare tutto nel breve spazio di questa notizia. Per questo motivo, vi proponiamo il corso gratuito online “Dividendi di Pace” che vi fornirà gli strumenti necessari per indirizzare i vostri risparmi e investimenti verso un futuro più pacifico. Imparerete a identificare le aziende che producono armi, scoprirete come disinvestire in modo efficace e sicuro e contribuirete a costruire un mondo più giusto e sostenibile.

PUOI TROVARLO QUI

 

Non solo un corso.

Sullo stesso tema, e con lo stesso titolo, abbiamo anche curato la pubblicazione di un ebook edito da Feltrinelli. Si intitola, appunto “Dividendi di pace. Scelte consapevoli per disinvestire dall’industria delle armi“.

Un percorso per orientarsi nel mondo degli investimenti etici e sostenibili, con l’obiettivo di trasformare i risparmi in un potente strumento per costruire un futuro migliore per l’umanità e il pianeta. Un invito a cambiare strada quando necessario, guidati da valori che vanno oltre il mero profitto.

Potete scaricarlo gratuitamente qui.

 

Conosci la due diligence?

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Due Diligence: cosa è e perché è importante per le aziende europee

In Europa, sta arrivando la due diligence. Sapete di cosa si tratta?

La due diligence non è solo un processo tecnico, ma un passo fondamentale per garantire il successo di qualsiasi operazione aziendale. Assicurati di comprendere a fondo questo processo per prendere decisioni informate e proteggere i tuoi investimenti.

 

Importanza della Due Diligence

Come spiega un articolo sul nostro sito di informazione Valori.it, l’Unione Europea ha raggiunto a marzo 2024 un accordo storico sulla due diligence obbligatoria per le imprese. Questo accordo mira a garantire che le aziende rispettino i diritti umani e gli standard ambientali lungo tutta la catena di fornitura. Le imprese saranno tenute a valutare e mitigare i rischi associati alle loro operazioni, incluse le attività dei loro fornitori e subappaltatori. Si tratta di un passo significativo verso una maggiore responsabilità aziendale e sostenibilità.

Nonostante i benefici, l’accordo sulla due diligence presenta alcune criticità. Alcune aziende ritengono che l’implementazione di queste nuove regolamentazioni possa comportare costi aggiuntivi significativi e complessità amministrative. Inoltre, ci sono preoccupazioni riguardo alla capacità delle piccole e medie imprese di conformarsi a questi requisiti senza compromettere la loro competitività. Anche la verifica lungo complesse catene di fornitura globali può risultare problematica e richiedere risorse considerevoli.

 

Guarda il Video di Irene Ghaleb

Per una guida chiara su come la due diligence può influenzare le aziende e gli investimenti, non perderti il video di Irene Ghaleb. Irene, con la sua esperienza e competenza, ti guiderà attraverso i vari aspetti della due diligence, fornendo esempi pratici e consigli utili.

 

La nuova playlist: La Finanza Essenziale

Questo video inaugura la nuova playlist “La Finanza essenziale” del nostro canale youtube.

In questa playlist troverete pillole informative di finanza pensate per tutte e tutti, presentate con il nostro taglio unico di finanza etica. Esploreremo concetti chiave, strategie di investimento responsabile e come orientare i vostri risparmi verso un futuro più giusto e sostenibile. Seguiteci per imparare a gestire al meglio le vostre risorse finanziarie con consapevolezza e impegno etico. Non perdetevi i nostri video per una finanza alla portata di tutti!

 

La Fondazione a Trieste all’assemblea di Fincantieri

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@ Robert Pavsic /iStock

 

Il direttore di Fondazione Finanza Etica ha presentato all’amministratore delegato di Fincantieri in presenza a Trieste le domande degli azionisti critici sull’impatto strategico delle politiche della società nel settore militare e sulle condizioni lavorative nei cantieri veneti

 

Ascolta le impressioni a caldo di Simoni Siliani dopo il confronto in assemblea con Fincantieri

 

Almeno un avvio di dialogo c’è stato con Fincantieri. Complice anche lo svolgimento dell’assemblea in presenza e non soltanto attraverso il rappresentante designato, ovvero “a porte chiuse” in faccia agli azionisti, come prevede la normativa voluta dal governo Meloni per non disturbare il manovratore e per comprimere gli spazi di democrazia d’impresa e i diritti degli azionisti. Fincantieri è stata l’unica fra le grandi imprese quotate partecipate dallo Stato a scegliere questa modalità. Così è stato possibile guardarci in faccia, conoscersi, parlarsi, anche se non ci siamo intesi. Ancora. Quanto meno si è potuto apprezzare da parte dell’impresa che gli azionisti critici non lo sono per partito preso, ma perché sono davvero preoccupati del futuro e della reputazione della “propria” azienda.

La crescita di Fincantieri nel settore militare e sue implicazioni reputazionali

Fincantieri ha imboccato da qualche anno una per noi pericolosa china verso il settore militare. I dati di “SIPRI Top 100” riferiti alle maggiori imprese produttrici di armamenti del mondo, dimostrano che Fincantieri ha registrato una crescita costante della percentuale militare del proprio fatturato: dal 30% del 2018 al 36% nel 2022. Il piano industriale della società prevede un ulteriore incremento di questo settore fra il 25% e il 35% entro il 2025.

Per noi è sbagliato e pericoloso rispondere con un aumento degli arsenali militari alla crescente instabilità globale e alle guerre ai confini dell’Europa. Ma è un errore anche dal punto di vista delle strategie aziendali. Quello militare è infatti un settore industriale molto volatile, sia dal punto di vista produttivo che da quello finanziario. È un settore fortemente esposto a rischi di corruzione e con impatti generalmente ridotti sull’occupazione, in quanto a bassa intensità di lavoro. Infine, produrre armi anche di mare, espone a importanti rischi reputazionali a seconda dei paesi per cui si lavora.

Avere venduto le motovedette alla Guardia costiera libica non è stato un gran servizio alla credibilità internazionale dell’Italia. Come anche aver venduto le fregate FREMM, prodotte da Fincantieri, all’Egitto di Al-Sisi, non esattamente un campione in materia di diritti umani. Su questo tema, alla nostra domanda relativa agli accordi di vendita con l’Egitto, la società ha risposto di avere seguito seguite le stesse modalità di assicurazione dell’export usate per le navi da crociera; si tratta, cioè, del canale dei finanziamenti bancari e non quello di strutture pubbliche.

Le risposte di Fincantieri
Le strategie nel settore militare

Su questo punto le risposte non sono state molto tranquillizzanti. L’Amministratore delegato ci ha spiegato che la sicurezza militare è diventato un “bisogno sociale”. Ha anche affermato che gli investimenti nel settore della Sicurezza corrispondono alla seconda lettera – la S – del trinomio ESG. A noi sembra di ricordare, per la verità, che quella S corrispondesse a “Social” e che produrre armi sia abbastanza distante dagli investimenti Sociali.

Le strategie nel settore tecnologico

Più interessante è stata la riflessione dell’Ad sul ruolo di Fincantieri nel settore, che ha definito “tecnologico”. Ci ha spiegato che vi è una osmosi e una porosità fra gli investimenti tecnologici nel campo civile e in quello militare nelle due direzioni. L’Ad vede un futuro nella produzione di sottomarini di piccola taglia, anche droni guidati da Intelligenza Artificiale. Il loro utilizzo sarà orientato al controllo e agli interventi su infrastrutture sottomarine di trasporto dati o energia o di recupero relitti e cadaveri, di cui il Mediterraneo è pieno. In ogni caso sottomarini a propulsione a celle di idrogeno e non a energia nucleare, come ormai la gran parte dei sottomarini di potenze nucleari come la Francia o la Gran Bretagna, per fermarci all’Europa. Soluzioni tecnologiche a problematiche civili, derivanti da trasformazioni di strumenti militari.

Preoccupa invece il non considerare che possono esservi rischi reputazionali nello stabilire contratti per navi militari con paesi del Mediterraneo, ritenuti praticabili solo perché compatibili con la “piattaforma geostrategica Occidentale” e “regolarmente autorizzati” dalle strutture governative, senza avere una policy propria in materia di rapporti con paesi e regimi che violano i diritti umani o che sono coinvolti in conflitti, anche a bassa intensità. Ricordiamo, infatti, che anche le bombe vendute da RWM all’Arabia Saudita e utilizzate nel conflitto in Yemen erano state “regolarmente autorizzate”, salvo poi tardivamente e per troppo poco tempo embargate dal governo Conte e di nuovo regolarizzate dal governo Meloni. Ma il danno economico e reputazionale per RWM era già stato fatto.

Impatto sul lavoro e condizioni dei lavoratori

Abbiamo anche interloquito con Fincantieri relativamente ai temi della corretta retribuzione dei lavoratori delle ditte appaltatrici lungo la filiera produttiva di Finmeccanica.
Vi è stata un’inchiesta della magistratura che avrebbe fatto emergere un sistema di sfruttamento della manodopera nei cantieri navali di Venezia: circa duemila lavoratori irregolari, perlopiù bengalesi e dell’Est Europa, retribuiti con paghe misere e senza diritti. Appalti Fincantieri per i quali anche esponenti della società sono stati rinviati a giudizio per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I processi sono in corso e quindi nessuno di noi può esprimere sommari giudizi di condanna. Ma intanto il danno reputazionale c’è.

Per questo abbiamo chiesto a Fincantieri come intende monitorare il sistema degli appalti per ridurre questi rischi e, comunque, se intende ovviare progressivamente a una situazione che vede pochi dipendenti della società e moltissimi nel sistema degli appalti con minori garanzie. Su questo punto il dialogo è appena agli inizi. La società spiega che: ha aperto 90 posizioni per personale proprio; che sta introducendo tecnologie (grandi saldatrici robotizzate) che rendano il lavoro meno faticoso e pericoloso; che sta lavorando a migliorare il sistema di monitoraggio delle società appaltatrici affinché rispettino le normative vigenti in termini di sicurezza sul lavoro e corrette retribuzioni secondo i CCNL del settore. Vedremo. Non ci aspettiamo che un sistema così vasto e strutturale di appalti sia risolto in un giorno, ma vogliamo vedere concreti passi avanti secondo una strategia di medio periodo credibile, concordata e verificata con i sindacati.

Per certo l’azionariato critico, anche con Fincantieri, non è una passeggiata di salute. Richiede perseveranza, pazienza, determinazione e approfondimento continuo. Oltre alla disponibilità ad un dialogo costruttivo con l’azienda. Per il bene dell’azienda. Che è anche “nostra”.

 

Simone Siliani
Direttore Fondazione Finanza Etica